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venerdì 04 dicembre 2020
 
 

Europei, la Polonia ha già fatto gol

25/05/2012  In un'Europa segnata dalla crisi economica, un solo Paese continua a segnare una crescita del 3%: la Polonia.

Nuovi locali nel centro di Varsavia.
Nuovi locali nel centro di Varsavia.

Nell'Europa che vive la crisi economica e che mette perfino in dubbio la durata della moneta unica, c'è un solo Paese che continua a segnare una crescita del 3%: la Polonia. La ricca e forte Germania non va oltre lo 0,9%. Varsavia è entrata nell'Unione Europea nel 2004 con una disoccupazione a oltre il 20% e ora si presenta come una sorta di isola felice nel Vecchio Continente.

Gli altri Paesi ex socialisti con la crisi hanno rischiato la bancarotta. Già dall'anno scorso Varsavia avrebbe dovuto adottare l'euro ma gli appassionati che si recano ai Campionati di calcio europei, che la Polonia ospita dall'8 giugno, devono munirsi di zloty. E' stata ignorata la scadenza e non c'è intenzione di parlarne prima del 2016. L'economista Piotr Kuczynski, consulente della finanziaria Xelion, spiega che la priorità è la competitività.

“La Polonia si fa porta di passaggio dei commerci tra l'Europa e la Russia o l'Ucraina e in questo ruolo di ponte economico è decisiva più di altri Paesi importanti”.
L'ingresso nell'eurozona in realtà non è un optional: tutti i Paesi membri, con scadenze diverse, sono obbligati a farlo, ma ora tutto è sospeso. E in questo sospeso c'è qualcosa da ripensare.

Lo Stadio Nazionale di Varsavia, costruito per gli Europei (foto Reuters).
Lo Stadio Nazionale di Varsavia, costruito per gli Europei (foto Reuters).

Nel 2011, anno di continue emergenze per la Grecia ma anche di allarmi per Spagna o Italia, la presidenza di turno UE è stata affidata all'Ungheria, nel primo semestre, e poi alla Polonia, nel secondo. Un anno rappresentato dall'Est europeo, che forse poteva simbolicamente far riflettere di più sugli sviluppi degli equilibri, mentre si è parlato solo del direttorio franco-tedesco. Se Berlino è la locomotiva indiscussa, forse l'Est è una stampella da non trascurare.

Molto elegantemente Rafat Trzaskowski, europarlamentare dalla prima delle due legislature a pieno titolo della Polonia, ci invita a rimuovere vecchi schemi: “La gente oggi distingue due o più facce dell'Europa ma la distinzione non è più tra Paesi dell'Ovest e Paesi dell'Est, o tra vecchi Paesi membri e nuovi entrati, piuttosto tra quelli che stanno meglio economicamente e quelli che stanno peggio, per standard di vita, prospettive di lavoro o di investimenti”. Poi, ricorda che la Polonia con i suoi 300.000 Km° conta quasi 40 milioni di abitanti e che compare dunque nel gruppo di sei Paesi più importanti per territorio e popolazione.

A proposito di investimenti, in tempi di resa dei conti sui debiti sovrani e di difficoltà del sistema creditizio e di dibattito tra rigore e crescita, la parola liquidità, pronunciata sempre meno, è la chiave dello stallo europeo. La parola investimenti quasi impronunciabile. Non può sfuggire che per l'anno in corso la Polonia registra un primato in fatto di visite e non sono le prenotazioni delle partite di calcio. Parliamo del fatto che Varsavia è l'unica capitale europea dove ha annunciato una visita entro il 2012 il premier cinese Wen Jiabao. Pechino si prepara a investire in Polonia.

Vista aerea di Varsavia (foto Reuters).
Vista aerea di Varsavia (foto Reuters).

In una sola generazione si è consumato il passaggio dal comunismo al capitalismo. Al momento del cambiamento, il 55% degli adulti si è ritrovato senza lavoro. L'economista Kuczynski assicura: “I giovani hanno sostenuto il Paese molto più della classe dirigente”.

Incontriamo Kuczynski in un palazzo di periferia moderno e in linea con lo spirito di economia di mercato. L'indipendenza della Polonia dall'Unione Sovietica, dopo decenni di dominazione, è arrivata nel 1989, solo poco più di 20 anni fa. A Varsavia non c'è quasi più segno del grigiore sovietico. Il centro storico, riconosciuto dall'Unesco patrimonio mondiale dell'umanità anche se in gran parte frutto di ricostruzione, è smagliante e i palazzi dell'antica nobiltà restaurati richiamano i fasti del XVI secolo quando la Polonia era uno dei più ricchi e potenti Paesi d'Europa, o al XVIII e XIX secolo quando Varsavia era definita la Parigi del Nord.

Giovani a Varsavia (Reuters).
Giovani a Varsavia (Reuters).

Ma se ci si reca ad esempio al cimitero Powazki, che con quello ebraico della capitale sono tra i più antichi d'Europa, riaffiora la storia molto sofferta del comunismo. Una fioraia e un signore anziano ci ripetono insistentemente: Nie ma komunizm, il comunismo non c'è più. Con il tono di chi dà una notizia, segno di una sensibilità ancora molto viva.

Una distinta commerciante sulla piacevole via Nowi Swiat, caratterizzata da caffè e negozi alla moda, ci racconta le lunghe file che la madre faceva di notte per comprare qualcosa e la gente depressa e triste. E raccomanda il valore della memoria: “I ragazzi oggi non sono interessati ai racconti degli anziani e questo non è bello”.

Andiamo dunque all'Ateneo Uniwèrsytet Warszawki che ha strutture moderne e un bel parco. Parliamo con Kataghina, studentessa di Economia. Sottolinea che "il comunismo non tornerà più ma deve migliorare l'atteggiamento della collettività verso i cambiamenti: c'è troppa paura”. Sa che è crisi in Europa e Stati Uniti ma Kataghina punta comunque all'estero convinta che la Polonia non sia Paese di opportunità. Forse perfino per i giovanissimi la Polonia cambia troppo rapidamente.

Bronislaw Komorowski, presidente della Polonia (foto Reuters).
Bronislaw Komorowski, presidente della Polonia (foto Reuters).

Negli otto anni di piena appartenenza all'Unione Europea non è cambiato solo il volto economico della Polonia. Si è passati dal nazionalismo dei gemelli Kaczynski al sostegno di Bruxelles, all'obiettivo di contare di più.

L'esordio effettivamente non è stato dei migliori. Solo un anno dopo l'ingresso, la Polonia ha affidato ai nazionalisti gemelli Kaczynski la leadership del Paese: Jaroslaw premier e Lech presidente. Bruxelles si è ritrovata a fare i conti con il più grande degli ultimi Paesi entrati in posizione decisamente antieuropeista. Poi nel 2007 c'è stata la crisi politica che ha portato al governo il liberale Donald Tusk. I rapporti con Bruxelles, però, risentivano comunque del veto del Presidente, che in Polonia è determinante.

Ad aprile 2010 c'è stata la tragedia aerea in cui hanno perso la vita Lech Kaczynski e altre 96 persone in viaggio per partecipare alla commemorazione in Russia per le vittime dell'eccidio di Katyn in cui 22 mila soldati polacchi sono stati uccisi durante la Seconda guerra mondiale. L'aereo è precipitato nella Russia occidentale e nello schianto è stata decapitata la leadership del Paese: oltre a Kaczynski e sua moglie Maria, sono morti diversi ministri, il governatore della Banca centrale, il capo di Stato maggiore dell'Esercito.

I poteri sono stati assunti dal presidente della Camera, Bronislaw Komorowski, che poi a luglio è stato eletto presidente. Da allora governa la Polonia un tandem liberale, quello appunto Tusk-Komorowski.

La Nazionale polacca (foto Reuters).
La Nazionale polacca (foto Reuters).

La svolta europeista è innegabile ma a ben guardare Varsavia sollecita Bruxelles su tematiche importanti e scottanti, come la discussa Politica Agricola Comune, che raccoglie oltre il 30% dei fondi dell'Unione. E' un punto fermo difeso a spada tratta da Parigi. Varsavia chiede efficienza. Il ministro dell'Agricoltura polacca, Marek Sawicki, ci ha gentilmente ricevuto per una dichiarazione precisa e secca: “La Pac è stata creata in una situazione molto diversa. Ora paghiamo una struttura con criteri vecchi e troppa burocrazia. Dobbiamo riformare davvero e non solo fare finta”. A Bruxelles Varsavia lavora passo dopo passo per contribuire a un ripensamento serio della Pac. Chissà fino a quando la Francia potrà permettersi di essere determinante in materia.

Quando la Polonia è entrata in Europa c'era chi gridava al rischio di un'invasione da parte di mano d'opera dall'Est: si è parlato tanto del simbolico “idraulico polacco” che avrebbe tolto lavoro. L'invasione negli anni seguenti all'ingresso non c'è stata, mentre il Paese si è trasformato. Non è stata l'unica situazione in cui mentre ancora Bruxelles discuteva di problematiche già viste il panorama delle emergenze e delle opportunità cambiava.

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