Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
martedì 16 aprile 2024
 
IL COMMENTO
 

Qualche graffio e un assordante silenzio: Pechino ignora la porpora a Stephen Chow

13/07/2023  Alcuni esponenti non di primo piano hanno commentato stizziti (tre berrette rosse per un'unica città, troppi) la notizia della prossima nomina a cardinale del vescovo di Hong Kong (una scelta invece fatta dal Papa come gesto d'amicizia, per via della storia personale e della linea pastorale del prescelto). Lo stupore, ma anche l'astio di alcuni settori della società cinese. I media tacciono sulla sua nomina, e la cosa non promette bene. Le ferite ancora aperte circa democrazia e libertà di espressione. Lo stato dell'accordo tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese. La riflessione di padre Bernardo Cervellera

Monsignor Stephen Chow Sau-yan, 63 anni, foto dell'agenzia Ansa.
Monsignor Stephen Chow Sau-yan, 63 anni, foto dell'agenzia Ansa.

Nostro servizio

Hong Kong, luglio 

Incredulità, gioia, indifferenza, astio sono i sentimenti con cui nel mondo cinese è stata accolta la notizia della nomina a cardinale di monsignor Stephen Chow Sau-yan, vescovo di Hong Kong. La notizia, diffusa dallo stesso papa Francesco all’Angelus del 9 luglio, ha raggiunto Hong Kong in serata. Diversi sacerdoti erano increduli perché mons. Chow è pastore di Hong Kong da meno di due anni ed è stupefacente trovarlo già proiettato fra i cardinali che possono consigliare il papa e partecipare ai prossimi conclave per la scelta del futuro Pontefice. Forse il più incredulo è lo stesso monsignor Chow. L’indomani mattina, 10 luglio, intervistato da alcuni giornalisti all’uscita dalla cattedrale dell’Immacolata Concezione, lui stesso ha detto di essere stato “incredulo” alla notizia, pensando che ci fosse un errore. E ha poi aggiunto che la scelta del Papa dà a lui “una nuova missione”, quella di essere “ponte” fra le varie Chiese del mondo cinese e – forse in particolare – nel rapporto fra Pechino e il Vaticano, che nonostante il famoso accordo del 2018 sulle nomine dei vescovi, è in un momento di crisi.

Guardando alla situazione di Hong Kong, monsignor Chow ha detto: “Continuo a sperare che vi sarà più riconciliazione e più speranza per i giovani, specie quelli che sono stati in prigione, perché abbiano un futuro”. L’accenno alla “prigione” non è casuale: dopo le imponenti manifestazioni democratiche del 2019 e 2020, con le loro code di violenze e scontri con le forze dell’ordine, Pechino ha imposto una legge sulla sicurezza nazionale che ha portato all’arresto di oltre 10mila persone, delle quali la metà sono giovani sotto i 30 anni; alcuni perfino minorenni. In più, proprio nei giorni della nomina cardinalizia di mons. Chow, il governo di Hong Kong ha posto una taglia di 1 milione di dollari di Hong Kong (quasi 115mila euro) su 8 attivisti democratici fuggiti all’estero, minacciandoli di non dare loro requie, a meno che non si consegnino alle autorità. Secondo la legge sulla sicurezza essi rischiano l’ergastolo. Presi di mira sono anche familiari e amici dei fuggitivi se osano aiutarli con l’invio di soldi o di cibo.

Per i fedeli di Hong Kong e della Cina, la porpora cardinalizia di monsignor Chow è un’occasione di gioia, segno di “attenzione di papa Francesco” verso la situazione cinese. Finora, infatti, gli eventi dolorosi della Chiesa di Hong Kong (i molti cattolici democratici arrestati, il soffocamento della libertà di stampa e di parola, l’emigrazione – o la fuga – di 27 mila giovani) non hanno mai trovato espressione nei commenti papali. Lo stesso si può dire della persecuzione dei cristiani in Cina, degli arresti di vescovi e sacerdoti, delle chiese o conventi distrutti. Diversi cattolici – che preferiscono l’anonimato per evitare rappresaglie del governo verso chi “rivela segreti” ai media stranieri – affermano che ora con mons. Chow, un gesuita, papa Francesco avrà una fonte di informazione diretta e vicina al suo cuore.

 

Una veduta di Hong Kong. Foto Ansa.
Una veduta di Hong Kong. Foto Ansa.

La nomina di monsignor Chow è stata accolta anche con indifferenza. A parte qualche giornale di Hong Kong, la notizia non è stata diffusa dai media in Cina (eccetto qualche sito cattolico), né vi sono commenti di qualche personalità. Unico commento astioso su internet è quello di un certo Yi Feng, conosciuto come anti-cattolico, che brontola sul fatto che a Hong Kong “ci sono già tre cardinali” (il cardinakle Joseph Zen, il cardinale John Tong e ora il vescovo Chow). Per Yi Feng il Vaticano, aumentando i cardinali a Hong Kong, cerca di forzare la Cina ad attuare l’Accordo in modo più favorevole alla Santa Sede.

L’accordo provvisorio fra Cina e Santa Sede, firmato nel settembre 2018, verteva sulle nomine dei nuovi vescovi in Cina, che da quel momento avrebbero avuto bisogno dell’avallo del Papa. Nelle intenzioni vaticane, questo avrebbe messo fine alle divisioni nella Chiesa cinese. Ma da allora, i vescovi nominati sono pochi (solo 6, di cui solo 4 frutto dell’accordo), e vi è una campagna contro i vescovi non riconosciuti dal governo perché aderiscano all’Associazione patriottica, con arresti e limitazioni al loro ministero. L’Accordo è stato rinnovato (sempre provvisoriamente) nel 2020 e nel 2022, ma senza che si sia potuto discutere o incontrarsi (ufficialmente a causa del Covid).

Che l’Accordo non stia funzionando lo dicono ormai anche personalità del Vaticano. Lo stesso Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, ha detto di “sperare” di “rivedere alcuni punti”. Ma su tutti domina la posizione di papa Francesco, che nel settembre 2021, alla radio spagnola Cope, aveva detto: “Non è facile trattare con la Cina, ma sono convinto che non dobbiamo rinunciare al dialogo… Uno può essere ingannato nel dialogo, si possono fare errori, ma è una via da seguire”.

L’Accordo sembra quasi naufragato dopo che lo scorso novembre Pechino ha nominato mons. Giovanni Peng Weizhao a vescovo per la diocesi dello Jiangxi (non riconosciuta dalla Santa Sede) e con l’auto-nomina il 4 aprile di mons. Giuseppe Shen Bin a vescovo di Shanghai, entrambe all’insaputa della Santa Sede e senza il mandato papale.

La scelta di monsignor Chow come cardinale può perciò essere vista come un ennesimo gesto di amicizia di papa Francesco verso la Cina per favorire il dialogo. Monsignor Chow ha una personalità più pacata, non è focoso come il cardinale Zen, grande campione della libertà religiosa a Hong Kong e in Cina, e sa trovare sempre le parole giuste per farsi ascoltare dalla Cina. Dopo il suo viaggio a Pechino nell’aprile scorso, è divenuta famosa la sua battuta sullo “amore alla patria” che il Partito comunista impone come prioritario a tutte le religioni. Il vescovo gesuita ha detto che tutti i cattolici “amano la patria”, anche se ha subito aggiunto che questo significa “amare il popolo” e fare del bene al popolo, lavorare per la sua crescita morale e spirituale. Per il Partito, “amare la patria” significa invece anzitutto sostenere il Partito e la sua leadership.

Aperto all’amicizia con Pechino, monsignor Chow sta anche tentando di cucire rapporti con i vescovi cinesi e con quelli di Taiwan, invitandoli a un raduno a Hong Kong. Essendo ora cardinale, il suo invito viene ad avere più peso, quasi fosse su mandato del Pontefice. Ma bisogna vedere cosa ne pensa Pechino. Il silenzio dei media sulla sua nomina a cardinale non promette bene.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo