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Unioni civili, la Cei: «La vera urgenza è una politica familiare»

22/01/2016  Su Famiglia Cristiana di questa settimana scrive monsignor Pietro Maria Fragnelli, vescovo di Trapani e presidente della Commissione famiglia della Conferenza episcopale italiana: «Questo disegno di legge adultocentrico sembra rendere più vecchio il nostro Paese, rischiando di inquinare l'adozione».

Francamente provo la sensazione di essere davanti a una strana vetrina, di cui il disegno di legge sulle unioni civili cerca di occupare tutta la scena. Un disegno di legge dovrebbe mettere a fuoco una porzione della realtà e correlarla con il resto, non pretendere di giocare sul palcoscenico giuridico un ruolo che stravolge altri ruoli. Penso che dovrebbe essere uno strumento capace di aiutare tutti i cittadini a rispettare ogni persona, omosessuale e non, con le sue idee e scelte personali, e anche ogni “formazione sociale” con la sua specificità. Il fondamento costituzionale della famiglia, come ribadito con una sentenza dalla Consulta nel 2010, appare – tra le righe – come un edificio che si è cercato e si cerca ancora di bombardare, salvo poi voler assumerne il profilo giuridico per trasferirlo nella definizione delle unioni civili. Una cinquantina di anni fa ci si scagliava contro la famiglia, decretandone la morte perché ritenuta responsabile di ogni malattia psichica: oggi la si assume come parametro da copiare per lanciare l’immagine di nuove unioni, libere e provvisorie, unioni sostanzialmente non generative, che si candidano a far produrre figli da uteri in affitto. Un assurdo enorme.

Certamente è auspicabile che si giunga a un testo degno della nostra civiltà, un testo che muova tutte le donne e gli uomini di buona volontà e di retta coscienza a una scelta non legata alle logiche di potere, né politico né economico. Dobbiamo guardare al futuro del nostro Paese. La cecità di fronte al futuro dell’Italia e dell’Europa è grave. Un Paese, un continente invecchiati! Questo disegno di legge adultocentrico sembra voler rendere sempre più vecchio il nostro sistema. L’Italia è diventata una nazione di figli unici, senza che nessun potere centrale l’abbia imposto, come è avvenuto per 35 anni in Cina, loro soffocati dal regime che ha imposto il figlio unico, noi soffocati da una cultura dello scarto e dell’individualismo.

ADOTTATI: IN PIEDI!

  

La vera urgenza è la natalità e una politica familiare degna di questo nome. I drammi delle adozioni inoltre vanno liberati dalle pastoie ambigue di questo disegno di legge. Non so se tra deputati e senatori ci sono figli e figlie adottati! Nelle scuole e nella vita sociale ne conosciamo tanti e conosciamo tante persone che vorrebbero adottare. Vorrei dire agli adottati: in piedi! Non vergognatevi di chiedere il rispetto dell’intelligenza e dell’amore mediante strumenti giuridici pensati esplicitamente per le vostre storie! L’adozione va fatta da famiglie composte da papà e mamme, che si aprono ad altri figli e figlie: è un’avventura di alto profilo umano e cristiano. Con Paolo VI dico: è civiltà dell’amore. Non si può delegare il diritto-dovere degli adottandi a un’appendice di questo disegno di legge, che rischia di inquinare l’istituto dell’adozione.

Circa la differenza tra unioni civili e unioni omosessuali tutto l’umano è oggetto di attenzione da parte dei credenti. Si tratta di camminare insieme con gli uomini di buona volontà e di maturare scelte di libertà e responsabilità. Il primo compito, in una società che ha perso il senso delle regole, è proprio quello di tornare a parlare di doveri, oltre che di diritti. Se i cattolici non aiutano la società a crescere nella responsabilità oltre che nella libertà, si rimane in mezzo al guado. I cristiani portano nella storia un messaggio sconvolgente, che fa la differenza rispetto a ogni forma di arbitrio pagano. Siamo gli uomini e le donne che in Cristo abbiamo conosciuto l’azzeramento delle divisioni e abbiamo “scoperto” la dignità di ogni persona. Questo fa sì che ogni uomo e donna – cristianamente ispirati – imparino le regole dell’amore, in grado di rinnovare la propria e altrui vita. I cattolici guardino lontano e si battano per famiglie fatte di papà, mamme e figli, capaci con la loro cura quotidiana di tessere speranza per tutte le situazioni di difficoltà. Ognuno è libero di studiare strumenti ritenuti idonei nel promuovere l’inestimabile valore della famiglia.

Anche la piazza è un modo democratico per parlare ai cittadini e a chi fa le leggi, come anche i media, la scuola e i luoghi istituzionali, direi anche la quotidianità della vita familiare. Bisogna vedere se ci sono orecchie capaci di ascolto. Noi pastori siamo in ascolto e sosteniamo con la preghiera e l’annuncio del Vangelo il servizio alto al Paese, a partire dai più poveri. Non siamo “piloti” del popolo, ma guide spirituali nel discernimento e nell’azione, per «formare i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città», come dice papa Francesco.

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