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martedì 30 novembre 2021
 
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La profezia della Chiesa e la politica come la più alta forma di carità

03/09/2015  Una classe dirigente adeguata, forte delle sue convinzioni, accetta le critiche fondate, sostenute da buone ragioni. Populisti e demagoghi emergono solo quando la politica non ha chiarezzadi idee e non dà risposte.

Non è normale che chiunque osi guardare la realtà negli occhi e la chiami per nome sia sommerso non da critiche, ma da insulti. Che cosa avrà detto d’inesatto monsignor Galantino da meritarsi gli strali di tutto l’arco costituzionale politico che oggi ha la responsabilità del Paese? Ha solo preso atto della loro inadeguatezza che, ancor prima che morale o etica, è intellettuale. Ha semplicemente detto che, di fronte ai gravi problemi sociali e culturali, questa classe dirigente è incapace e irresponsabile.

Qualsiasi cittadino sorride nel sentire che la situazione in Libia è esplosiva, che il nostro territorio è in pericolo per delle semplici piogge, che la tassazione fiscale è straordinariamente alta, che dei professori di scuola invece d’insegnare saranno impiegati per altro, che le Provincie non ci sono più ma a volte sì. Qualsiasi cittadino non sorride di fronte ai morti annegati nel mare che fu “nostro” ma che oggi non si sa di chi è; ai morti sotto il sole nei campi agricoli in Puglia, Campania e Calabria; ai suicidi d’imprenditori che tracollano insieme con le loro imprese, medie e piccole.

Qualsiasi cittadino non comprende la via indicata dalla sua classe dirigente, che ondeggia tra la richiesta di sacrifici senza destino evidente e sbalzi d’umore ottimistico per ogni dato statistico sfornato dalle centinaia d’agenzie; che sembra incerta e fumosa negli obiettivi che sono coperti da semplici e insensate parole d’ordine; che sembra puerile nei suoi scatti d’umore di fronte a eventi imprevisti, come le critiche da parte di quei pochi che annunciano che il “Re è nudo”.

Che cosa avrà detto di male monsignor Galantino nel ricordare Alcide De Gasperi, il clima umano e intellettuale cui lui apparteneva, se non rendere evidente, per contrasto, la misera consistenza delle componenti parlamentari attuali? Che cosa avrà detto di così disonesto se non ricordare che De Gasperi, e altri con lui, dovettero fronteggiare non una crisi economica e un fenomeno migratorio di cui noi siamo in parte colpevoli, ma le angherie, le pretese e le prepotenze di chi ci aveva sconfitto in una Guerra e che ben altro destino avrebbe voluto per noi. Che cosa avrà svelato di così misterioso nella relazione in ricordo di De Gasperi, se non che la situazione attuale non è certamente più difficile di quella attraversata, governata e domata a quel tempo, da una ben altra classe dirigente.

Se in Italia non si può più dire nemmeno questo senza essere attaccati e messi alla berlina, allora la situazione è peggio di quella che immaginiamo. Una classe dirigente adeguata, forte delle sue convinzioni, accetta tranquillamente le critiche fondate, sostenute da buone ragioni. Non si limita a gridare al lupo del populismo, non lancia strali giornalieri contro chi cavalca il malcontento e le paure, ma si erge sui demagoghi in forza delle superiori capacità di verità, sapienza e chiarezza di idee. Populisti e demagoghi emergono solo quando la classe dirigente è anche peggio di questi.

Non si può dire tutto ciò? Non vi sono prove a sufficienza per dimostrarlo? Invece, si può e si deve. E monsignor Galantino, semplicemente, l’ha detto. Il problema è di tutti gli altri. Dei molti che sanno ma non parlano, non si compromettono, per viltà intellettuale o per conservare nicchie di privilegio in questo “teatrino italiano”. Se questi ultimi avessero più dignità, dovrebbero stigmatizzare con rudezza sia la sguaiata reazione di Salvini, sia la sottile e stizzita reazione, frutto di una “lesa maestà” senza titoli, di chi non fa altro che ripetere che stiamo lavorando per cambiare il Paese, aggiungendo che chi non concorda è solo uno stupido e insignificante sabotatore.

Monsignor Galantino non è ingeneroso, ma utilizza la giusta e doverosa pietà nei confronti di questa gente. Ha deciso che non è il momento di tacere o di dire tra le righe. È un suo compito? Sì. Chi dice il contrario, sia che si professi cattolico o meno, non conosce bene il senso storico del cattolicesimo. Monsignor Galantino ha preso la parola sentendo su di sé il peso della situazione, esattamente come De Gasperi dovette sentirla durante le discussioni intorno al tavolo dove si discuteva del destino dell’Italia dopo la Seconda guerra mondiale. «Prendendo la parola in questo consesso mondiale», disse, «sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me». Nel caso di Galantino la situazione è anche peggiore. Questa gente con cui dialoga non sa nemmeno cosa sia la cortesia e l’onore.

ISIDORO P.

Carissimo don Antonio, le mie riflessioni sono influenzate da quanto ascoltato nei vari telegiornali. Ritengo che sia stato doveroso da parte sua scusarsi con monsignor Galantino se i toni riportati nell’intervista on line sono stati accentuati. Tuttavia, gli uomini di Chiesa non si devono scusare con i politici se si occupano di sofferenze e ingiustizie. La Chiesa, sin dalle origini, si è sempre impegnata nei confronti dei più bisognosi. Ha saputo vedere i drammi emergenti, offrendo una risposta immediata e servizievole. Spesso anticipando l’intervento dello Stato, seguendo l’esempio di Gesù e dei santi e, oggi, del nostro amatissimo papa Francesco. Non possiamo permettere che il dramma dei profughi sia lasciato nelle mani di chi lo usa per alimentare paura e odio. Siamo di fronte a una tragedia epocale, che deve scuoterci e imporci risposte responsabili, non ambigue o cieche, destinate a provocare altri orrori. La Shoah e i genocidi, portati a compimento con la tacita complicità delle popolazioni, sono sempre stati preceduti da campagne di odio e disprezzo. Abbiamo una grande responsabilità nel proclamare, senza timore, il dovere dell’accoglienza e del rispetto dei diritti umani. Accogliere, curare le ferite morali e corporali, abbracciare i fratelli può forse aprire le porte a una nuova epoca di pace. La saluto con affetto e stima perché lei ha sempre dimostrato di combattere per una società più solidale e fraterna.     

 LOREDANA R.

Ho apprezzato molto le parole di monsignor Galantino sui migranti e, francamente, sono molto dispiaciuta che sia stato necessario una rettifica per smorzarne i toni. Gli sono riconoscente perché, nei fatti e con le parole, non una  sola volta ma con costante coerenza, ha dimostrato un atteggiamento di evangelica fraternità con i migranti. In sintonia con  papa Francesco. A qualsiasi persona intellettualmente onesta è evidente che i toni xenofobi e razzisti di alcuni partiti e movimenti italiani sono contrari al Vangelo.       

ANTONELLA M.

«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Così recita un proverbio per dire che non bisogna fermarsi alla superficie delle cose, ma coglierne la profondità e la verità. Anche quando occorre mettersi in discussione, valorizzando gli spunti critici per farne oggetto di riflessione e ripensamento del proprio operato. Non c’è stato nessun reato di “lesa maestà”, tanto meno un’entrata a “gamba tesa” di monsignor Galantino, segretario generale dei vescovi italiani, nelle dichiarazioni fatte sulla politica italiana a riguardo degli immigrati. Tema al centro di tante polemiche, che contrappone chi si rimbocca le maniche alla ricerca di una soluzione e i populisti che, invece, soffiano sul fuoco delle paure per trarne vantaggi elettorali.

L’accoglienza è il cuore del Vangelo e la Chiesa verrebbe meno al suo mandato se tacesse quando viene calpestata la dignità delle persone o messa in discussione l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. La profezia può essere rude, ma scuote le coscienze. È sempre meglio di una diplomazia paludata che porta all’insignificanza e allontana dai poveri, dagli ultimi e da coloro che non hanno voce. È preferibile una Chiesa “incidentata” ma che sta sulla strada accanto agli uomini, piuttosto che si ammali di autoreferenzialità nel chiuso dei sacri palazzi. Una Chiesa che manifesta la misericordia di Dio non solo a parole ma con le opere, con un fare evangelico che è il lievito che rende più umana e civile la società. Dove c’è l’uomo c’è Dio. Da duemila anni la Chiesa sta dalla parte della giustizia, della verità e della lotta all’oppressione, come ha detto monsignor Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo: «La sensibilità ecclesiale è appropriarsi degli stessi sentimenti di Cristo e cioè umiltà, compassione, misericordia, concretezza, saggezza. È il momento delle scelte coraggiose. Noi predichiamo il Vangelo e i respingimenti sono immorali».

La reazione stizzita e spesso volgare di tanti politici ha spostato l’attenzione sul dito, dimenticando la luna. Buttandola sulla polemica, i professionisti delle dichiarazioni e degli insulti a comando hanno sviato il discorso sul tema epocale delle migrazioni. Ma lo stesso dicasi per il “bene comune” e la “politica alta” come la intendeva Paolo VI, in un Paese con le famiglie allo stremo, la corruzione alle stelle, un tasso di natalità così basso da mettere in pericolo il futuro dell’Italia, i giovani senza lavoro che emigrano all’estero per realizzare i propri sogni.

Generalizzare le accuse è sbagliato, si genera qualunquismo. Ma si fa fatica a distinguere il “grano dalla pula” nei Palazzi del potere. Come si spiegherebbe, altrimenti, la scarsissima considerazione, al minimo storico, che i cittadini hanno della politica e dei suoi rappresentanti? Siamo di fronte a una casta che tende a riprodursi per nomina e cooptazione più che per elezione diretta dei cittadini, che scarica su famiglie, anziani e lavoratori il peso della crisi, senza per primi stringere la cinghia, rinunciando a privilegi e benefici. Diceva De Gasperi: «Il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni». Appunto, non ci sono statisti in Italia. 

 
 
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