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sabato 25 settembre 2021
 
La denuncia dell’Osservatorio Armi Leggere
 

La repressione in Kazakistan? Con armi italiane

02/08/2013  Negli ultimi due anni abbiamo venduto molto materiale bellico al dittatore kazako. Lo denuncia l’Opal di Brescia. Sia civili – in grande quantità – che a uso militare. L’associazione chiede ai parlamentari di intervenire. Perché forse le esportiamo ancora.

L'Italia continua a esportare armi verso il Kazakistan, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani attuate dal governo del presidente Nazarbayev. Lo denuncia l'Opal (Osservatorio Permanente Armi Leggere), rete bresciana di associazione ed enti (moltissimi di area cattolica) che svolge un prezioso lavoro di ricerca su produzione e commercio di armi nel nostro Paese.

Da tempo, ben prima che il rimpatrio di Alma Shalabayeva e Aluy Ablyazova, moglie e figlia del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, facesse esplodere un caso diplomatico dai contorni oscuri, l'Opal tiene d'occhio i movimenti di armi dall'Italia verso il Kazakistan. Il quadro che emerge è a dir poco inquietante, visto che nel 2012, per la prima volta in vent'anni, il commercio ha riguardato anche armi a uso militare. Il nostro Governo ha infatti autorizzato la vendita alle forze armate kazake di 40 fucili d'assalto, 40 lanciagranate, 1.000 granate, 3 pistole semiautomatiche e altro materiale. «Buona parte di queste armi», spiega Giorgio Beretta, analista Opal, «risulta esportata dalla provincia di Brescia ed è già arrivata a destinazione».

Poi ci sono le cosiddette "armi civili" (evidente ossimoro), la cui esportazione verso il Kazakistan è enormemente cresciuta negli ultimi anni: nel 2007 il flusso non superava i 47 mila euro, nel 2011 ha sfiorato i 600 mila euro. Le esportazioni – denuncia ancora l'Opal – sono sicuramente proseguite fino al gennaio 2013 (con quasi 42.000 euro in un solo mese) e probabilmente anche ad aprile. Da notare che nella categoria Istat "armi comuni e munizioni" possono rientrare anche quelle semiautomatiche e fucili a pompa destinati a forze di polizia e corpi di sicurezza. Altro che armi "civili" per la caccia o il collezionismo.

Da un lato gli affari che vanno a gonfie vele, dall'altro le drammatiche notizie sui diritti umani calpestati: un contrasto stridente. Sono molteplici e di lunga data le violazioni messe in atto dal regime del presidente kazako Nursultan Nazarbayev, fin dall’ascesa al potere del suo partito nel dicembre 1991, sottolinea l'Opal.

Secondo Amnesty International, nel dicembre del 2011, le Forze dell’ordine intervennero per reprimere brutalmente le manifestazioni nella città petrolifera di Zhanaozen: almeno 15 persone furono uccise e oltre 100 gravemente ferite. Decine di manifestanti vennero arrestati, imprigionati in celle sotterranee e torturati.

Ecco perché l'Opal ha deciso di inviare una richiesta urgente al Questore e al Prefetto di Brescia, «per conoscere tipologia e destinatari delle armi recentemente esportate in Kazakistan», come spiega Piergiulio Biatta, presidente dell'Osservatorio.

L'Opal chiede inoltre ai parlamentari di rivolgere un’interrogazione urgente per sapere se il Governo ha autorizzato nel 2013 altre esportazioni di armi destinate alle Forze Armate, alla Polizia e alle forze di sicurezza e per sospenderle immediatamente, finché non sia chiarita la situazione del trattamento dei dissidenti.

E purtroppo quello del Kazakistan non è l'unico caso poco chiaro. Dall'analisi del Rapporto 2013 sull'export italiano di armi militari, emerge che il nostro Governo ha recentemente autorizzato ingenti esportazioni verso Egitto e India, due aree "calde", nelle quali i diritti umani sono costantemente minacciati.

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