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La risposta di Napolitano ai dubbi su un'istituzione in crisi

30/08/2013 

Servono ancora i senatori a vita? Il dibattito era nato dopo la morte di Margherita Hack, (che era tra i papabili) e soprattutto la dipartita, nel giro di un anno o poco più, di Sergio Pininfarina, Rita Levi Montalcini, Giulio Andreotti ed Emilio Colombo. In Senato di laticlavi a vita ne erano rimasti due: Carlo Azeglio Ciampi e Mario Monti. Insomma: la scorta di padri della patria languiva. E allora che fare? Nominarne di nuovi? Con che criteri? E quanti? Cinque per ogni presidente o cinque in tutto? Quanto ai presidenti della Repubblica, che lo diventano di diritto, rientrano nel conteggio o rimangono a parte? Le ultime interpretazioni propendevano per un massimo di cinque senatori a vita in tutto (ma dal 1992 al 1994 ne abbiamo avuti fino a undici contemporaneamente).

Ma Giorgio Napolitano, eleggendone quattro per alti meriti culturali e scientifici, ha dato una risposta molto chiara: i senatori a vita sono ancora oggi un’istituzione valida. E ha sposato la tesi, nominando Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia, di chi tiene fuori dal conto i presidenti della Repubblica. Da domani ne avremo ben sei.   Nei mesi scorsi si è parlato di abolire un’istituzione che tutto sommato non ha prodotto i risultati sperati e che in passato non ha mancato di suscitare polemiche. Il Centrodestra ad esempio non ha dimenticato che questo drappello di ottuagenari tenne praticamente in vita il governo Prodi e la sua risicata maggioranza. Dimostrando un ruolo non propriamente super partes.  In effetti, quando i costituenti pensarono all’istituzione dei senatori a vita avevano in mente personalità che avevano «illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario» (art. 59, comma 2 della Costituzione). Come lo sono stati Giovanni Agnelli , Sergio Pininfarina e Rita Levi Montalcini (unica donna insieme a Camilla Ravera in quasi 70 anni di Repubblica) . Veri e propri fuoriclasse della politica che avrebbero votato di volta in volta fuori dalle logiche di appartenenza.

E a proposito di politica super partes, i capi dello Stato hanno fatto numerose eccezioni, come con la nomina di Mario Monti, che è una personalità notevolissima ma certo non da meno rispetto ad altri economisti di vaglia che vantano meriti scientifici di gran lunga maggiori. Una nomina che è parsa più un’investitura da parte di Napolitano, in un momento gravissimo per il Paese, in balia della speculazione internazionale come una nave in burrasca senza timoniere, che un riconoscimento per meriti scientifici o sociali. Sui nomi, poi, si è sempre scatenato un vero e proprio putiferio. Il Centrodestra voleva Berlusconi, uno dei politici più “divisivi” della storia della Repubblica (ma non è stato accontentato nemmeno chi aveva proposto Gianni letta). Il Centrosinistra ribatte con Benigni, Camilleri e Rodotà. Tre nomi “di parte” che avversano apertamente il Cavaliere e, per quanto riguarda Rodotà, portatori di valori – come quelli sul piano della bioetica – fortemente  in contrasto con la cultura dei cattolici. Poi ci sono le proposte un po’ balzane: da Gianni Morandi a Maria de Filippi, Da Franca Valeri a Raffaella Carrà, fino a Gigi Buffon. Di certo, se rilanciata, l’istituzione del senatore a vita dovrebbe avere una funzione più unificante e soprattutto di esempio per le giovani generazioni in virtù della grandezza delle loro idee. Idee – pur nelle rispettive appartenenze politiche -  fondanti per la democrazia. E’ accaduto per Gaetano De Sanctis, Trilussa, don Luigi Sturzo, Ferruccio Parri, Eugenio Montale ed Eduardo de Filippo. E persino per Arturo Toscanini e Indro Montanelli. Che però di fronte all’offerta – un po’ per coerenza, un po’ per snobismo – rifiutarono quella carica.  

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Senatori a vita, ieri e oggi
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