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La marchesa Giulia: la rivoluzionaria della carità che cambiò Torino

04/08/2016  Nobile, colta e amica dei potenti. Moreno Giannattasio ripercorre la vita di Juliette Colbert, la marchesa di Barolo che aiutò poveri e carcerati con metodi del tutto innovativi. Il libro è disponibile con il numero 32 Famiglia Cristiana

Un ritratto giovanile di Juliette Colbert, la marchesa di Barolo
Un ritratto giovanile di Juliette Colbert, la marchesa di Barolo

Fu nemica irriducibile dello spirito del tempo, Giulia di Barolo (1785-1864). Lei così aristocratica, tradizionalista, affascinante e colta, che dava del tu a Camillo Benso di Cavour (e lui, che pure ne era innamorato, da anticlericale la bollava come «papista»), nella Torino risorgimentale fece sua l’opzione preferenziale per i poveri incarnando con piglio ardimentoso e impavido la sostanza della carità cattolica: non le bastò aiutare i bisognosi e i reietti in una filantropia generica, ma con la sua passione giunse a smuovere la situazione stagnante delle carceri torinesi e a cambiare il sistema educativo fondando le Maddalene, congregazione femminile per giovani di ambienti degradati ed ex detenute, la Scuola Popolare a Borgo Dora, il primo asilo italiano per i figli degli operai, il nuovo Ordine religioso delle suore di Sant’Anna, solo per citare alcune opere. «Fu una riformatrice a tutto tondo», dice Moreno Giannattasio che ne racconta la storia, avventurosa come un romanzo, in Giulia. La bellezza, l’amore e il vino della marchesa di Barolo, ottavo volume della serie “Vite esagerate” in allegato al n. 32 di Famiglia Cristiana.

Juliette Colbert
, vandeana e discendente di quel Colbert che fu ministro del Re Sole, come per tutte le famiglie dell’Ancien Régime subisce la violenza della Rivoluzione francese (la madre muore in esilio) e dopo che la sua famiglia sfugge al massacro in Olanda torna in Francia, alla corte di Napoleone, dove nel 1804 incontra l’ultimo discendente di una delle più ricche e antiche famiglie piemontesi, Carlo Tancredi Falletti, figlio del marchese di Barolo. I due si sposano nel 1806 e si trasferiscono a Torino, dove Tancredi può occuparsi della politica cittadina e diventare sindaco. Vanno ad abitare in una via dal nome quasi profetico: via delle Orfane. «Non possono avere figli», spiega Giannattasio, «e allora insieme fanno proprio il motto “nessun figlio, tutti figli”».

Eccola dunque, la brillante marchesa, mecenate e dama mondana, interlocutrice nel salotto di casa con gente del calibro di Cavour, Cesare Balbo, Alfieri, de Maistre, ambasciatori e nunzi pontifici, aprire il suo palazzo ai poveri ai quali lei stessa, dismessi i sontuosi abiti di velluto, serve la zuppa calda. Non è una tipa che si accontenta, Giulia. Alla processione del Corpus Domini un carcerato recluso sotto terra al buio urla: «Non la Comunione, voglio, ma un piatto di minestra».

E l’impavida marchesa chiede al re di poter visitare le “forzate”, le donne in carcere. Sono prostitute e disperate più che assassine e ladre. Non improvvisa, Giulia, ma ha un programma preciso, lei che ha visitato le prigioni modello di Inghilterra e Danimarca ed è spalleggiata dal marito (consigliere del re) e da Silvio Pellico. «Non basta», scrisse, «punire il malvagio togliendogli la libertà di fare il male. Bisogna anche insegnargli a fare il bene». Anticipa di un secolo il concetto di carcere come luogo di riabilitazione sociale con un progetto rivoluzionario. Va tra le detenute, ridotte a bestie in tuguri infami, per portare loro abiti, pane, carta, matite, libri di preghiera. È lei stessa, pian piano, a insegnargli l’alfabeto e l’Ave Maria e l’istruzione di base. Ma non si ferma. Chiede (e ottiene) dal re, scandalizzato, l’incarico di sovrintendente alle carceri e fa trasferire nelle Torri palatine, più luminose e salubri, le detenute. «Bisogna farsi amare da esse, provando loro che le amiamo», ripete. È un fiume in piena, la marchesa: si occupa del reinserimento nella società di ragazze madri sole e di trovare un lavoro alle detenute che hanno scontato la pena per farle tornare «all’onor del mondo».

Ma come finanziare tutto questo? «La marchesa, avendo sposato uno dei nobili più ricchi d’Europa, aveva un patrimonio di famiglia immenso», sottolinea Giannattasio, «ma lei s’inventa quello che oggi chiameremmo marketing territoriale e con i proventi della vendita del vino Barolo, simbolo del made in Italy nel mondo, impiega nuove risorse per le attività educative portate avanti dalle suore di Sant’Anna». Fu il conte di Cavour a proporre a Giulia di unire le forze e i vitigni di Nebbiolo per creare un vino raffinato con tecniche innovatrici. «Marchesa», le disse una volta il re, «si dice un gran bene del vostro vino, pare rivaleggi con i blasonati di Francia e io non l’ho mai assaggiato». E lei fa arrivare a corte 325 bottiglie, una per ogni giorno dell’anno, esclusi, s’intende, quelli di Quaresima.

Dopo la morte del marito nel 1838, la marchesa porta avanti le opere avviate insieme e che sono continuate oggi dall’Opera Barolo. Eroina da film dal coraggio picaresco, antesignana dei Santi sociali di Torino, forse santa (è in corso il processo di canonizzazione), immaginatela passeggiare con un adorante Alphonse de Lamartine, l’amico-intellettuale che la corteggiava «perché voi, Juliette, siete unica e grande, ditemi il vostro segreto…». E lei, abbozzando un sorriso lieve: «Una voce cara e indulgente mi incita! La voce di Gesù».

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