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martedì 29 settembre 2020
 
 

La sarta che cuce la vita e la morte

13/10/2010  Mariapia Bonanate legge per noi "Accabadora" di Michela Murgia, il romanzo che ha vinto il Premio Campiello. Inopportuno indicarlo come un romanzo sull'eutanasia.

Mariapia Bonanate commenta "Accabadora", il romanzo di Michela Murgia che ha vinto il Premio Campiello.
Mariapia Bonanate commenta "Accabadora", il romanzo di Michela Murgia che ha vinto il Premio Campiello.

“Accabadora”: una parola che respinge e che attrae. Allontana per il suono faticoso e il cupo significato, in sardo, “colei che pone fine alla vita”. Affascina per l’evocazione di un mondo segreto emisterioso, dove l’umano e l’eterno convivono. Il bellissimo racconto di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi e vincitore del Premio Campiello, si sviluppa in quest’antitesi: spacca il cuore con una lama tagliente, lo accarezza con tenerezza liberatrice e consolatoria. Senza retorica, senza pietismi e moralismi (assurdo e inopportuno indicarlo come un romanzo sulla morte procurata: «Non può servire da giustificazione per nessuna opinione sull’argomento eutanasia», ha precisato l’autrice). Senza una parola che non restituisca i fatti e le persone in quell’essenzialità spoglia che è il felice risultato di una letteratura a umile servizio della realtà. Ma con una ricchezza sapienziale che arriva da quella Sardegna ancestrale, dove sono le donne a tenere in mano il filo della vita e della morte.

È un libro di due donne: l’anziana sarta, «vedova di un marito che non l’aveva mai sposata», e la «fill’ e anima», chiesta “in prestito” dall’accabadora per farla erede della propria ricchezza e del suo pietoso compito di “ultima madre”. Sono gli anni ’50. Bonaria Urrai, «vecchia da quando era giovane», prosciugata nel corpo senza età, scompare nella notte nera come la sua gonna e lo scialle che l’avvolge, per aiutare i morenti a compiere l’ultimo passo. Aveva 15 anni, quando vide le donne di famiglia porre termine all’agonia straziante e senza speranza di una partoriente e apprese la legge non scritta «per cui sono maledette solo la morte e la nascita consumate in solitudine ». Da allora la pietà le aveva impedito di sentirsi responsabile di un delitto, in un groviglio di sentimenti, intrappolata come un ragno nella propria tela. Maria, la figlia d’elezione, cresce nel cerchio magico di un segreto sconosciuto, dove accade qualcosa che le sfugge, ma che le ha restituito l’identità, negata da una madre naturale che la considerava un errore.

Ormai ragazza, scopre in circostanze drammatiche il significato delle assenze notturne della madre adottiva. Con la rabbia e la delusione cocente di un tradimento subìto da colei nella quale aveva riposto fiducia e affetti, la rinnega e cerca una nuova vita nel continente, a Torino. Ma non siamo noi a decidere del nostro destino. Aveva avuto ragione Tzia Bonaria, nel momento della lacerante separazione, a ricordarle: «Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata».

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