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mercoledì 18 maggio 2022
 
L'APPELLO
 

«La scuola maestra di cittadinanza»

12/05/2022  È questa la proposta della Siped (Società Italiana di Pedagogia) che appoggia la riforma della legge 92 del 1992 riconoscendo la cittadinanza ai minori di famiglie straniere che siano in Italia legalmente e senza interruzioni e abbiano frequentato almeno 5 anni di scuola. A darle voce, Milena Santerini, ordinaria di Pedagogia all’Università Cattolica di Milano

La proposta di modifica della Legge 91 del 1992, attualmente in discussione alla Camera dei deputati, intende dare la possibilità di acquistare la cittadinanza italiana ai minori di origine immigrata che vivono nel nostro Paese. Il testo unificato prevede che possa acquistare, su richiesta, la cittadinanza italiana il minore straniero nato in Italia che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni in Italia e abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno 5 anni, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale.

La cittadinanza giuridica rappresenta un momento fondamentale dell’integrazione nel Paese delle famiglie di origine immigrata che già lavorano qui e qui costruiscono il loro futuro. Bambini, adolescenti e giovani, non più stranieri, sono una risorsa importante per l’Italia e devono poter diventare cittadini a tutti gli effetti. Ecco perché il gruppo Intercultura della Siped (Società Italiana di Pedagogia) manifesta l’appoggio della comunità scientifica alle proposte di riforma che diano diritto di cittadinanza a bambini e ragazzi effettivamente italiani e che valorizzino la scuola come strumento di cittadinanza.

«Aspettiamo da molto tempo la riforma della legge del 91 del 1992 sulla cittadinanza che non è mai stata approvata» afferma Milena Santerini, ordinaria di Pedagogia all’Università Cattolica di Milano. «La aspettiamo perché è un diritto dei minori cresciuti qui quello di acquisire la cittadinanza che oggi, invece, si acquisisce solo dopo i 18 anni. Ecco perché come pedagogisti ci siamo mossi per appoggiarla».

Milena Santerini, 69 anni
Milena Santerini, 69 anni

«Tutta la letteratura scientifica» continua Santerini «dice che c’è un effetto positivo nell’acquisizione della cittadinanza sulle opportunità educative dei figli delle famiglie migranti. Si trascorre più tempo a scuola; c’è maggior continuità negli studi; si fanno scelte diverse di formazione, quando invece adesso questi ragazzi sono per lo più orientati agli studi professionalizzanti. In sintesi, più la famiglia si sente italiana e più investe».

Questo è il vero vantaggio della cittadinanza: «dà spinta ai genitori per investire nell’istruzione dei figli, ma è un guadagno naturalmente anche per i ragazzi stessi per i quali - se ben integrati nel Paese in cui sono - l’avere sul documento la cittadinanza straniera sottopone a una continua verifica e a una serie di problemi che hanno effetti anche a livello psicologico».

Perché la scuola? «Perché dovrebbe dare a tutti quelle competenze per esercitare la propria cittadinanza; non vale solo quel che c’è scritto sul passaporto. Si può essere italiani e non essere buoni cittadini, questa è la differenza tra cittadinanza formale e sostanziale. A scuola si imparano questo competenze. Ecco perché va bene legare la scuola alla cittadinanza; non perché quest’ultima vada meritata o per dare una “patente di italianità”, ma perché se dobbiamo chiedere dei requisiti è bene che siano quelli della lingua, della conoscenza della storia del Paese in cui vivono, dell’educazione civica. Ovvero, gli strumenti per esercitare questa cittadinanza».   

 
 
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