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lunedì 17 gennaio 2022
 
l'intervista
 

Il ministro Bianchi: «La scuola del post pandemia non lascerà indietro nessuno»

13/09/2021  «Il Covid ha aggravato situazioni già difficili come quello della dispersione scolastica», spiega il titolare dell'Istruzione all'inizio del nuovo anno scolastico, «tuttavia l'apertura estiva degli istituti ha funzionato e prefigura un nuovo modello di insegnamento: più inclusivo. Occorre una riforma degli Istituti tecnici». E avverte: «Nella sua realtà concreta, l’Italia è più solidale e capace di innovare di quanto noi la rappresentiamo»

Il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, 69 anni, in visita alla scuola Elementare Carducci di Bologna per il primo giorno di scuola (Ansa)
Il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, 69 anni, in visita alla scuola Elementare Carducci di Bologna per il primo giorno di scuola (Ansa)

«Stiamo lavorando tutti insieme con grande impegno per assicurare un anno in presenza a tutti i nostri studenti ma non parlerei di ritorno alla normalità, perché la scuola che noi consideriamo “normale”, quella del pre-pandemia, lasciava indietro molte persone. Io non voglio tornare a quella “normalità” ma avere una scuola che non lasci indietro nessuno e per questo occorrono le riforme, alcune delle quali già avviate, e le risorse del Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ndr)».

All'inizio del nuovo anno scolastico il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi traccia un bilancio del suo lavoro al Governo e avverte: «La scuola è uno dei principali strumenti per ricucire il Paese e in questo lavoro di ricucitura le famiglie hanno avuto e hanno un ruolo importantissimo».

Che succederà agli insegnanti che non vogliono vaccinarsi?

«La posizione del Governo è chiarissima: chi ha il Green pass può andare a scuola, chi non ce l’ha perché ha ri„fiutato il vaccino per scelta, sarà considerato assente ingiusti„ficato e dal quinto giorno verrà sospeso, senza ricevere lo stipendio. È dif„cile pensare di assegnare a queste persone altre mansioni perché la scuola è un luogo di relazioni. Lasciarli a casa con lo stipendio sarebbe irrispettoso per coloro che hanno avuto la responsabilità di immunizzarsi e si sono presentati al lavoro anche in condizioni dif„cili. Detto questo, ricordo che nessun settore della nostra società ha aderito in maniera così massiccia alla campagna vaccinale come gli insegnanti e il personale scolastico. Voglio ringraziarli. Siamo quasi al 90% con alcune regioni come Campania, Puglia e Friuli dove la quasi totalità dei docenti è vaccinata».

Nonostante la pandemia, il prossimo anno sarà in presenza per tutti?

«Il nostro obiettivo è assicurare il benessere psico„fisico dei ragazzi per i quali è necessaria la socialità dopo un periodo dif cile. Però non partiamo da zero, in questi mesi abbiamo lavorato costantemente. Da febbraio, quando il Governo si è insediato, ci siamo ritrovati sotto una nuova ondata. Gli studenti delle scuole dell’infanzia e primaria sono rimasti sempre in presenza, mentre quelli della secondaria sono tornati in classe appena possibile, dopo Pasqua. Abbiamo svolto gli esami in presenza per 1 milione e 200 mila ragazzi, mentre con il “Piano estate” sono rimaste aperte circa 7.100 scuole su 8.000. Per questo, ringrazio i presidi e tutto il personale perché tenere aperte le scuole, soprattutto al Sud, è stato un gesto di grande generosità umana e istituzionale. Sono stati nanziati più di 32 mila progetti, dai corsi di lingua ai laboratori creativi, con risorse stanziate in particolare per le zone più difcili. Il mio bilancio è positivo perché c’è stata una risposta entusiasta degli istituti e dei territori e perché comincia a pregurarsi un modello di scuola che noi dobbiamo proiettare nel futuro: ricca di laboratori e di attività come l’educazione civica, lo sport, l’informatica e con nuovi modelli didattici».

L’anno scorso nel decidere le misure antipandemia alcune Regioni, in maniera piuttosto discrezionale, hanno deciso di chiudere le scuole e si sono create disparità anche molto marcate da un territorio all'altro. Quest'anno sarà ancora così?

«No. Nel decreto legge d’inizio agosto, condiviso con le Regioni, abbiamo affrontato in maniera chiara e trasparente anche questo tema riconoscendo ai presidenti delle Regioni e ai sindaci il loro ruolo di autorità sanitaria. Se ci sarà un focolaio in un istituto, il presidente o il sindaco possono isolare quella scuola o aree speci che ma non possono intervenire in tutto il Comune o la regione imponendo chiusure a tutti. Dobbiamo evitare che a causa di una scuola, tutti gli studenti tornino in Dad (didattica a distanza, ndr)»˜.

I risultati delle prove Invalsi evidenziano che nella scuola italiana il problema didattico è più urgente di quello sanitario. Come intervenire?

«Il quadro emerso va distinto con molta attenzione: la pandemia ha acuito ed esasperato situazioni che di per sé erano già molto compromesse. Le scuole non hanno reagito tutte nella stessa maniera, le primarie hanno tenuto perché la riforma più profonda realizzata in questi anni ha riguardato proprio loro, dove abbiamo delineato una scuola non basata sulla frammentazione delle conoscenze e delle discipline. Occorre invece intervenire con un lavoro di ricucitura sulla secondaria di primo grado (la scuola media, ndr) e sul biennio delle superiori perché è qui che si concentra gran parte della dispersione scolastica. I dati Invalsi evidenziano anche una dispersione “implicita”, di chi arriva al termine del ciclo di studi e non ha le competenze sufficienti».

La Dad ha acuito il problema della dispersione scolastica?

«È stata la risposta all’assenza in un periodo difficile e presenta alcune criticità, ma non possiamo dimenticare le esperienze e gli investimenti fatti sul digitale. I nostri ragazzi trascorrono gran parte della loro giornata con il computer e lo smartphone, che sono diventati strumenti fondamentali per l’intrattenimento e le relazioni. La capacità di avere una gestione critica degli strumenti digitali è una delle principali missioni che la scuola deve avere e la transizione digitale è uno dei principali obiettivi del Pnrr. Faccio un esempio: nel 2010, quando iniziavo a fare l’assessore regionale in Emilia-Romagna, lanciammo il progetto “Scuol@ppennino” dove nelle valli appenniniche della regione c’erano scuole molto piccole e rischiavamo di non riuscire a formare le classi. Un problema acuito oggi dalla crisi demografica. Noi collegammo le scuole grazie alla Rete. Se potessimo applicare questo schema a tutto il Paese e permettere gemellaggi tra istituti italiani ed europei, significherebbe avere una scuola aperta, inclusiva, che usa e insegna a usare gli strumenti e non a essere usati dagli strumenti digitali».

Basta questo contro la dispersione scolastica? Oggi, come dimostrano i numeri delle iscrizioni, gli istituti tecnico-professionali sono scelti sempre di meno dagli studenti e sul mercato del lavoro si fatica a trovare persone con queste competenze.

«Nel Pnrr è previsto un miliardo e mezzo di euro per un Piano di contrasto ai divari territoriali e alla dispersione, che, ricordo, non è uguale in tutto il Paese ma ha punte molto alte nel Mezzogiorno. Per affrontare il problema, è fondamentale anche la riforma degli istituti tecnici e professionali perché rappresentano un percorso di studi e formazione che permette a molti ragazzi di non perdersi».

Che cosa la preoccupa di più per il prossimo futuro?

«Avverto un senso di profondo scollamento tra la realtà del nostro Paese, che come sempre è un Paese che sperimenta, generoso, che riesce a trovare nella presenza sul territorio una grande forza di rilancio, e la rappresentazione che ne stiamo dando di un Paese diviso, con ittuale, attaccato al dettaglio che diventa pretesto per innescare nuovi scontri. Andando nelle scuole e nei territori vedo una grande voglia di ripartire insieme. In questo credo siano fondamentali le famiglie. Nella sua realtà concreta, l’Italia è più solidale e capace di innovare di quanto noi la rappresentiamo».

 
 
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