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giovedì 01 ottobre 2020
 
Riforma mancata
 

Scuola, un'occasione persa

03/09/2014  Secondo Bertagna (nella foto), uno dei massimi conoscitori del sistema di Istruzione italiano con "graduatorie, discipline, cultura del libro, sistema di comando burocratico verticale" siamo ancora fermi "alla scuola del ‘900, quella modernizzata da Gentile, nel 1924, 90 anni fa". E sulla parità scolastica nessuna, reale inversione di rotta

«Mai più precari, dal 2016 solo concorsi, basta supplenze, la scuola fa carriera, la scuola si aggiorna, scuola di vetro, sblocca scuola, scuola digitale, cultura in corpore sano, le nuove alfabetizzazioni, fondata sul lavoro, la scuola per tutti, tutti per la scuola. Trovate i singoli punti nel documento allegato. Leggetelo, approfonditelo, discutetelo». 136 pagine rutilanti, piene di slogan, in pieno stile renziano. Ecco il patto della scuola del premier Matteo Renzi. E la sostanza? La sostanza la chiediamo al pedagogista Giuseppe Bertagna, direttore del Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università di Bergamo, già consulente tecnico del ministro Moratti e direttore della rivista Nuova secondaria dell'editrice La Scuola di Brescia. Da oltre vent’anni Bertagna studia i problemi del sistema educativo di istruzione e formazione italiano. Conosce bene le difficoltà che nascono quando si intende procedere ad una sua qualche riforma di struttura.

Un bella brochure di 136 pagine dal titolo accattivante, La buona scuola. Che c’è dentro?
«A essere ottimisti c’è la soluzione ad alcuni problemi della scuola così com’è oggi, una rivisitazione dei difetti di un sistema ottocentesco. Che però resta tale».

Non una rivoluzione, insomma…
«Per niente. Nulla che abbia a che vedere con un cambio di prospettiva all’inizio del terzo millennio, sollecitato dai grandi cambiamenti epocali, culturali e tecnologici. Si parla ancora di graduatorie, discipline, cultura del libro, sistema di comando burocratico verticale, distinzione tra istruzione tecnica e professionale. E’ la scuola del ‘900, quella modernizzata da Gentile, nel 1924, 90 anni fa».

Di moderno cosa c’è?
«In prospettiva nulla, anche se l’orizzonte fosse non di mille ma di cinquemila giorni, ci ritroveremmo con la stessa scuola di sempre, con lo Stato che anziché fare il controllore severo, continuerà a fare il gestore».

Il documento però promette la fine del precariato…
«Ma è dal 1999 che esiste la direttiva dell’Unione europea che vieta contratti a tempo determinato per più di tre anni. La norma è stata applicata e rispettata nel privato ma non nella scuola italiana, che ha licenziato precari al 30 giugno e li ha riassunti il primo settembre anche per quindici anni, e ha continuato a farlo. Tutti i ricorsi presentati dai precari sono stati vinti. Il Governo non fa che mettersi in regola rispetto a una situazione illegale e abnorme…».

Spariranno i supplenti come aveva fatto trasparire il ministro Giannini?
«Non certo quest’anno. La scuola, come è noto, è iniziata il 1° settembre. E’ un tentativo di farli sparire entro i fatidici mille giorni. Questo e altri provvedimenti sono sacrosanti, ma razionalizzano o tentano di risolvere problemi che non cambiano di una virgola i problemi di fondo della scuola. Non c’è una transizione verso un nuovo modello di scuola. Anzi, a scorrere queste pagine c’è il recupero alla grande delle tre i della Moratti…” Internet, impresa, inglese… “Inglese certo, ma anche musica, alimentazione eccetera. proprio così. Tutte cose giustissime, per carità, ma che non cambiano il paradigma della scuola. Pensiamo al fatto che gli istituti professionali sono ancora un doppione di quelli tecnici…».

Il premier però ha annunciato la rivoluzione del merito.
«Anche in questo caso nient’altro che il rispolvero delle procedure degli anni Ottanta, quando c’erano i concorsi. La formazione iniziale dell’insegnante non cambia, non c’è ad esempio il reclutamento diretto delle scuole, che sarebbe davvero una rivoluzione. La verità è che non ci sono più i soldi per sgli scatti biennali uguali per tutti e allora si ricorre al merito».

Di per sé potrebbe essere positivo…
«Significa che chi decide di stare a scuola più ore verrà retribuito in rapporto agli straordinari. E’ giustissimo, chi lavora di più va pagato di più. Ma questo non è propriamente un sistema di merito. Non più di quanto lo possa essere il pagamento degli straordinari in un’azienda. Se uno lavora di più vuol dire che è bravo? Che è più preparato? Che si dedica con maggiore impegno all’attività della scuola? Che dedica parte del suo tempo all’aggiornamento e all’arricchimento culturale che poi trasmette agli allievi? Dipende, naturalmente, è condizione necessaria ma non sufficiente» .

Sul piano della parità scolastica non sembrano esserci novità.
«Quella dei costi standard avrebbe potuto essere una vera rivoluzione. Se lo Stato, come dicevo, da gestore si fosse trasformato in severo controllore, lasciando alle scuole di rispettare i programmi e i costi standard, avremmo fatto un passo importante verso la parità scolastica. Sarebbe finita la rincorsa affannosa delle scuole non statali verso il modello statale e avremmo avuto una scuola più ricca di offerte formative, più autonoma e maggiormente efficiente, perché le scuole statali o non starli che non rispettano i costi standard sarebbero state irrimediabilmente bocciate. Ma a quanto pare così non è stato».                    

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