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martedì 07 dicembre 2021
 
 

La solitudine di Pallotta

27/04/2015  Il presidente americano della Roma si è schierato contro la violenza dei suoi tifosi, ma a giudicare dai distinguo i suoi colleghi non sono con lui.

Basta guardare una partita di basket dell’Nba, il campionato professionistico del Nord America, - magari una partita giocata all’ultimo canestro come Houston-Dallas sabato scorso – per misurare la distanza tra quegli spalti e le nostre curve. Laggiù si mangiano pop-corn, si canta, si guarda, si ammicca alle cheerleaders e si gode una festa, comunque vada a finire. Negli stadi del nostro calcio tutto diventa cupo, violento, cattivo, al posto dei pop-corn ci sono i panini imbottiti  a nascondere bombe carta, al posto dei canti gli insulti. La festa se n’è andata tanto tempo fa e quando c’è lascia corredi di vetri rotti e sudiciume.

Forse è la stessa distanza che misura la solitudine di James Pallotta, il presidente americano della Roma, che, dopo gli striscioni contro la madre di Ciro Esposito, ha scelto di non fare ricorso contro la chiusura della curva a causa delle intemperanze degli ultrà giallorossi, ha chiamato i violenti con un epito colorito, ma inequivocabile, e si è messo dall’altra parte. Perché così si fa nei campionati professionistici americani: è capitato anche lì che giocatori e presidenti abbiano perso il controllo della situazione, detto sciocchezze razziste, ma in risposta hanno avuto la riprovazione di tutto l’ambiente, dei loro colleghi, e sanzioni adeguate, da dentro non da fuori.

Esattamente il contrario di quello che è accaduto a Pallotta qui, che ha avuto l’appoggio del capo della Polizia, ma i distinguo dei colleghi, accusato anzi di aver fomentato a parole la violenza. Critica arrivata da Cairo presidente del Torino, nel giorno dei sassi contro il pullman della Juve e della bomba carta arrivata in curva granata non si sa bene come. (Tra le ipotesi anche quella che sia stata confezionata sul posto dagli stessi che poi ne sono rimasti feriti. Sarà l'inchiesta a chiarirlo).  

L’Atalanta, intanto, la scorsa settimana, giusto prima che piovessero anni di condanna – comunque piovuti – aveva rimesso la querela contro gli ultrà devastatori del centro di Zingonia nel 2010, in cambio di un po’ di servizi sociali. Se è vero che la mediazione in sé può essere positiva è anche vero che a livello di immagine dà un po’ l’idea di aver tirato i remi in barca. Anche perché stamattina, dopo che Atalanta –Empoli è finita in rissa, con Denis che rifilava un pugno a un avversario, Tonelli, negli spogliatoi, il dg atalantino Marino per “sdrammatizzare” ha chiamato in causa persino papa Francesco, dicendo che pure lui ha ammesso che provocati… Poi ha annunciato provvedimenti da parte della società contro il giocatore: vedremo. Ma intanto dire forte e chiaro che menarsi negli spogliatoi non è roba da Serie A no?   

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