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lunedì 09 dicembre 2019
 
 

Elezioni, la Spagna cambia rotta

21/11/2011  Il voto premia il Partito popolare di Mariano Rajoy, che ottiene una maggioranza assoluta da record. La crisi economica punisce i socialisti, che si fermano a meno del 30%.

Mariano Rajoy con la moglie Elvira Fernández (Ansa).
Mariano Rajoy con la moglie Elvira Fernández (Ansa).

La Spagna, chiamata alle urne per le elezioni politiche il 20 novembre, ha scelto il cambiamento. E lo ha fatto nel modo più chiaro e radicale possibile: non solo il Partito popolare (Pp) di Mariano Rajoy ha vinto - confermando quello che i sondaggi davano già per scontato -, ma si è affermato con una maggioranza assoluta da record, addirittura più ampia di quella che aveva ottenuto José Maria Aznar nel 2000: con il 43% dei consensi (tre punti in più rispetto alle elezioni del 2008), i popolari conquistano ben 186 seggi nel Congresso dei deputati, raggiungendo il miglior risultato della loro storia.

La crisi economica che ha portato il Paese sull'orlo del baratro ha punito severamente i socialisti. Del resto, anche il candidato del Partito socialista (Psoe) Alfredo Rubalcaba non si era fatto illusioni e aveva previsto la batosta elettorale, in un Paese che nel 2004 - quando Zapatero diventò premier - aveva 2 milioni di disoccupati e oggi, dopo sette anni e mezzo, ne conta ben 5 milioni. Probabilmente, però, nessuno si aspettava una sconfitta così pesante: i socialisti, fermi a meno del 30% dei consensi, ottengono appena 111 seggi, il risultato peggiore per il Psoe dal 1977. Così, dopo due sconfitte elettorali - nel 2004 e nel 2008 - il terzo tentativo è stato quello vincente per il 56enne galiziano Mariano Rajoy, nuovo premier di Spagna, che ora si trova nelle mani un potere enorme a tutti i livelli: il Partito popolare, infatti, già governa in oltre 3.800 municipi - quasi la metà del totale - e in 11 delle 17 comunità che costituiscono la Spagna.

La tornata elettorale è stata comunque segnata da un aumento dell'astensionismo rispetto alle elezioni precedenti: in parte ha influito la campagna degli indignados, che hanno invitato la gente a disertare le urne o a boicottare i due partiti principali votando per le formazioni minori. Un dato interessante: il Paese basco è l'unica comunità che ha superato la partecipazione rispetto al 2008. A due ore dalla chiusura dei seggi, si era recato alle urne quasi il 56% degli aventi diritto. Per il Paese basco si è trattato della prima tornata elettorale senza minacce da parte dell'Eta: un mese fa l'organizzazione terroristica basca ha annunciato il definitivo addio alla lotta armata. E il voto qui, per la prima volta, si è svolto in modo tranquillo e senza incidenti di alcun tipo (il partito più votato è stato il Pnv, il partito nazionalista basco).

Il cessate il fuoco dell'Eta è stato un traguardo del Governo Zapatero. Ma nemmeno questo ha fatto riguadagnare consensi al Partito socialista. I popolari conquistano anche l'Andalusia, la comunità più popolosa di Spagna, tradizionale roccaforte socialista. Quanto alla Catalogna - altro baluardo del Psoe - per la prima volta i nazionalisti di Convergència i Unió ottengono la vittoria alle elezioni generali, affondando i socialisti. 

Giovani sostenitori del Partito popolare in festa (Ansa).
Giovani sostenitori del Partito popolare in festa (Ansa).

La capitolazione del Psoe ha favorito l'ascesa di Izquierda Unida (sinistra unita) che con il 7% dei consensi passa da due a sette deputati. Conferma la sua crescita Unión Progreso y Democracia, il partito fondato nel 2007 da Rosa Díez, che alle elezioni generali dell'anno successivo si presentò come alternativa ai due grandi partiti, con l'obiettivo di una riforma radicale della politica spagnola.

Mariano Rajoy ha condotto una campagna elettorale basata su proposte poco definite, senza mai scendere nei dettagli del suo programma economico, ma adesso tutto il Paese si aspetta da lui una maggiore concretezza e una serie di misure da realizzare in tempi brevi: nelle prossime settimane il neo-premier dovrà decidere quali tagli operare per risanare il debito pubblico e ridurre la disoccupazione dilagante, in un quadro generale che non lascia spazio a visioni ottimistiche, con una crescita ferma allo 0,8% nell'ultima parte del 2011, contro la previsione ufficiale del Governo che parla dell'1,3%.

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