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martedì 30 novembre 2021
 
FINE VITA
 

La storia di Michele e l'eutanasia silenziosa

26/02/2015  Un caposala anonimo racconta la sua vita quotidiana sul confine tra eutanasia e accanimento terapeutico. Parla di "eutanasia silenziosa", lasciando intendere che sia praticata di fatto e riaccende il dibattito già innescato da Umberto Veronesi.

L’hanno chiamato Michele ma non è il suo vero nome. Al quotidiano Repubblica, da cui riportiamo le sue frasi, ha raccontato una storia che non potrebbe raccontare: le sue stanze di vita quotidiana sul crinale tra la vita e la morte, lo stesso su cui passa il confine labilissimo tra accanimento terapeutico e quella che chiama “eutanasia silenziosa”.

Michele è laureato, infermiere caposala, cattolico praticante: «ma qui Dio non c’entra nulla. Sono un professionista, ho studiato. Se teniamo in vita artificialmente un paziente, siamo noi che ci stiamo sostituendo a Dio...». Il confine netto sulla carta del diritto si smargina nella realtà quotidiana che spesso passa per una comunicazione empatica tra familiari e sanitari: «Dal punto di vista normativo siamo obbligati a nutrire e idratare anche un vegetale. In queste condizioni un paziente può andare avanti per mesi, o anni. Formalmente il medico non può dire “va bene, stacco la macchina” a chi ci chiede un intervento di questo tipo. Ma fa intendere che c’è la possibilità di non accanirsi. Bisogna saper comunicare un concetto ma senza esprimerlo fino in fondo. Tocca fare gli equilibristi con le parole. Smettiamo di dare farmaci che tengono su la pressione per esempio. Non facciamo più le cosiddette procedure invasive. Se non c’è alcuna possibilità di ripresa, che senso ha? Ma in tutto questo, tu medico da chi sei tutelato? Ci prendiamo dei rischi enormi. Se avessimo il testamento biologico sarebbe tutto più semplice».

Non c’è, ma l’assenza non impedisce a chi ci si confronta ogni giorno di immaginarsi nei panni di chi sta di là: «Tra colleghi siamo tutti d’accordo, non c’è fede che tenga. Nei turni di notte parliamo: “Se capitasse a me e vedete che non c’è niente da fare, datemi una botta di morfina”. Però non so se avrei il coraggio di farlo io a un amico senza uno scudo giuridico».

Michele, quale che sia il suo vero nome, ha rotto un tabù ha urgenza di dare voce alla sua domanda interiore: “è giusto che non se ne parli?”. Solo qualche mese fa, Umberto Veronesi aveva provato a innescare il dibattito attorno a questa domanda con una rivelazione potente ed esplicita: «Al malato terminale che negli ultimi giorni di vita con dolori violentissimi chiede l’iniezione per morire serenamente gli viene negata. Se il medico la fa può essere accusato di omicidio. Ma molti la fanno, è un movimento sott’acqua che lavora in maniera clandestina: oggi la magistratura riesce a correggere ciò che il legislatore ha malamente costruito, ma non sempre ci riesce».

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