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mercoledì 08 luglio 2020
 
Intervista
 

La televisione che verrà secondo Milly Carlucci

10/01/2020  La popolare conduttrice ci racconta com’è stata la Tv italiana nel 2019 e cosa ci aspetta con l’anno nuovo. A partire dal suo Il cantante mascherato, in onda da stasera su Rai 1

In attesa di rivederla a gennaio su Rai 1 con il nuovo show Il cantante mascherato (otto celebrità si esibiranno senza poter svelare la loro identità), Milly Carlucci, 65 anni, ci racconta com’è stata la Tv italiana in questo 2019 e cosa ci aspetta con l’anno nuovo. Ma prima fa una premessa: «La nostra Tv ha un’offerta così ricca da risultare addirittura sovrabbondante. Questo ha un po’ viziato il nostro pubblico che è uno dei più difficili. Se guardiamo per esempio quella inglese, le giornate passano tra programmi in cui si insegna come mettere a posto il giardino di casa e mercatini delle pulci. Poi in prima serata ci sono trasmissioni importanti, ma spesso anche documentari o dibattiti politici. Tutto molto tranquillo, insomma, mentre noi siamo in perpetua ebollizione. Quindi io promuovo la nostra Tv, perché c’è sempre tanto da vedere».
Il programma più innovativo di questo 2019 è stato Viva RaiPlay! di Fiorello che, dopo un antipasto sulla Tv tradizionale, è andato in onda con ottimi risultati solo sulla piattaforma streaming della Rai. Però se avesse fatto la stessa cosa su Rai 1, gli ascolti sarebbero stati ancora migliori perché una buona fetta del pubblico televisivo ha poca dimestichezza con Internet. Cosa ne pensa? 
«È stato un esperimento coraggioso, ma lui ha sempre cercato di smuovere le acque e anche stavolta ci è riuscito.Fino a poco a tempo fa sentivo attori affermare che non potevano fare televisione per non compromettere la loro carriera al cinema. Oggi ci sono attori del calibro di Russell Crowe che girano serie di altissima qualità come la sua The loudest voice. Dopo Fiorello penso che accadrà la stessa cosa: lui ha rotto il ghiaccio e altri lo seguiranno».
Tutte queste piattaforme non finiranno per distruggere la Tv generalista?
«Si tratterà di capire come si comporteranno in futuro le nuove generazioni che oggi usano quasi solo il computer per guardare i loro programmi preferiti perché così possono vederli dove e quando vogliono. I miei figli, per esempio, sono capaci di passare una nottata per vedersi tutti gli episodi di una serie. Ma come si comporteranno a sessant’anni? Forse sentiranno il bisogno di accendere la sera la televisione e di rilassarsi un po’, come siamo abituati noi».
Ma lei guarda qualche serie sulle piattaforme? 
«Certo. E come tutti sono diventata “bulimica”, perché finisce una serie e la piattaforma te ne suggerisce subito altre e tu non vedi l’ora di iniziarle. Io sono partita con Downton Abbey e poi mi sono fatta un’abbuffata di altre serie storiche. Ora sono in attesa di The witcher, perché sono un’appassionata anche di fantasy. Poi ti imbatti in serie russe, polacche e ti guardi anche quelle perché ti prendono. È un mondo che ti cattura e rischi di non fermarti mai. E poi diventa un bel problema: perché al mattino devi andare a lavorare e sei un fantasma!».
Tra le fiction italiane, invece, quali ha apprezzato di più?
«Imma Tataranni è stata una vera sorpresa. Ma anche L’amica geniale è stata bellissima».
Ha citato due prodotti tratti da libri, come Il commissario Montalbano. Hanno una marcia in più?
«Senz’altro, perché hanno una trama che è sempre ben congegnata. Con Game of Thrones, quando hanno finito i libri, gli sceneggiatori hanno provato a continuare la saga, ma il risultato non è stato più lo stesso».
E il suo genere, il varietà, come lo vede? Nell’ultimo anno non ci sono stati risultati brillantissimi e anche un asso come Adriano Celentano con il suo show è andato al di sotto delle attese.
«Il varietà ha già cambiato pelle. Ballando con le stelle è un varietà, anche se ora lo chiamiamo talent show e, in controtendenza rispetto a programmi simili, è andato meglio che negli anni passati. Il varietà per avere successo deve trovare un’anima, un’idea centrale che seduca il pubblico: ormai abbiamo sentito talmente tante canzoni e visti talmente tanti balletti che non basta più farli bene. Ci vuole un motivo che li leghi e che in questo modo leghi pure il pubblico».

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