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venerdì 19 agosto 2022
 
reportage
 

La tensione sotto il tappeto: un giorno di ordinaria paura a Taipei

04/08/2022  «Pechino minaccia da 70 anni un’invasione. Non possiamo vivere nell'angoscia», dicono gli abitanti dell'isola. Taiwan non era ostile alla riunificazione, ma poneva condizioni. Rifiutate. La durezza della Cina comunista non ha pagato: perfino il Guomindang, il partito più vicino a Pechino è ormai critico verso le posizioni di Xi Jinping e ha apprezzato la visita della Pelosi. In esclusiva, una testimoninaza di padre Bernardo Cervellera

Taipei, Taiwan

Nostro servizio

Arrivo a Taipei proprio nel giorno in cui Nancy Pelosi ha visitato l’isola provocando le ire di Pechino. Almeno 22 aerei militari cinesi hanno sorvolato i cieli dell’isola, entrando (di poco) nello spazio aereo di Taiwan; da ieri sera decine di navi da guerra attorno all’isola sono in posizione per esercitazioni militari con proiettili veri; la dogana cinese ha bloccato l’import di cibi taiwanesi e l’export di sabbia, utile per le costruzioni e per i semiconduttori, nella cui produzione Taiwan è un leder mondiale. Il timore di un’invasione e una guerra sul fronte estremo orientale corre sui media…

 

«PECHINO CI MINACCIA DA 70 ANNI», TAIWAN HA FATTO SPALLUCCE, DIVENTANDO UN'AGIATA DEMOCRAZIA

Ma a Taiwan non è così. Ieri temevo che il mio volo sarebbe stato ritardato, che l’aeroporto sarebbe stato assediato dai militari, che la città sarebbe stata in subbuglio… Invece era tutto tranquillo: i passeggeri condotti con gentilezza dagli impiegati sanitari per il test anti-Covid, il taxi pronto all’uscita, il traffico sull’autostrada scorrevole con qualche impaccio dovuto all’ora di punta. La risposta puntuale dei taiwanesi è: «Pechino minaccia da 70 anni un’invasione. Non possiamo vivere nella paura». In questi 70 anni Taiwan, da isola sottosviluppata, è divenuta – prima ancora della Cina – un dragone economico e perfino una democrazia e un libero mercato. E’ chiaro che rientrare sotto il controllo del Partito comunista cinese (Pcc) e sottostare all’economia statalista è l’ultima cosa che i taiwanesi desiderano. Taiwan ha chiesto molte volte che la riunificazione avvenga attraverso un dialogo alla pari, con condizioni poste dall’uno e l’altro interlocutore. Ma la risposta è stata “No!”.

La durezza di Pechino non ha pagato: perfino il Guomindang, il partito più vicino alla Cina è ormai critico verso le posizioni di Pechino e ha apprezzato la visita della Pelosi. In più, ora l’economia statalista della Cina sta facendo acqua, avendo vissuto per decenni di contributi statali, divenuti ora difficili, dato l’enorme debito statale (300% del Pil). Anche il Partito comunista cinese fa acqua: lo stile maoista-totalitario di Xi Jinping, la sua cocciuta scelta di un Paese “zero-Covid”, con città e metropoli messe in isolamento, la sua lotta alla corruzione che non si ferma mai – perché il male è endemico a quel tipo di potere senza libertà – e che colpisce solo i suoi nemici politici… Tutto questo sta facendo disamorare i cinesi, tanto più che anche i suoi cosiddetti successi economici stanno scricchiolando: quest’anno si prevede solo una crescita (forse) dell’1,5%; la disoccupazione fra i giovani è aumentata fino al 20%; milioni di piccole e medie imprese sono fallite.

Molti di questi risultati sono da attribuire proprio all’esaltazione del modello cinese contro quello americano (autoritarismo contro democrazia) e alla diplomazia arrogante e minacciosa di Pechino che invece di farsi degli amici, si crea sempre più nemici perché crede soltanto nella sottomissione all’impero.

 

PER XI JINPING SI TRATTA PROPRIO DI UN IMPERO IN CUI LUI SI VEDE COME LEADER A VITA

  

Per Xi Jinping si tratta proprio di un impero in cui lui si vede come leader a vita. Nel 2018 ha cambiato la Costituzione cinese per permettere incarichi a vita per il presidente e segretario del Partito, violando una regola comune post-Mao di due mandati da 5 anni. Al Congresso del Pcc, che dovrebbe tenersi a novembre, egli spera di strappare la riconferma per sé. Fino a pochi mesi fa tutti gli analisti erano convinti che egli avrebbe vinto. Ma ora, con le difficoltà economiche e sanitarie del Paese, con una tensione sempre più grande fra Cina e occidente, foriera di ulteriori difficoltà economiche, le previsioni sono un po’ più difficili. Secondo alcuni, la visita di Nancy Pelosi è la spallata finale per l’umiliazione di Xi, incapace di avere un rapporto fruttuoso con gli Usa e con gli altri Paesi. Vero è che la sete di potere e la sclerosi ideologica del “China first” potrebbero anche spingere a scelte forsennate come la guerra e l’invasione. Ma sarebbe una scelta suicida. Due giorni fa, Mark Liu, presidente della Tsmc, la ditta più importante di Taiwan che fa semiconduttori, ha messo in chiaro che in caso di invasione, la sua compagnia non potrebbe lavorare e quindi in poco più di una settimana tutta la Cina sarebbe senza semiconduttori, bloccando le industrie, le auto, le banche, i telefoni, le televisioni, … Mark Liu dice che l’invasione di Taiwan provocherebbe “la distruzione delle regole mondiali” e cambierebbe lo scenario geopolitico del mondo, creando solo dei perdenti su ogni fronte. Egli suggerisce di ritornare al dialogo e al rispetto reciproco fra Cina, Taiwan, Stati Uniti e occidente. Ma questo sarebbe la fine di Xi e della tracotanza del suo “modello cinese” imperiale, che non prevede partner alla pari. Forse la visita di Pelosi è stata una provocazione, ma di tipo realista: ormai Taiwan ha un posto importante nella comunità internazionale e fare di tutto per sopprimerla - come fa Pechino, che proibisce perfino di far partecipare rappresentanti di Taiwan all’Organizzazione mondiale della sanità – non è né realismo, né intelligenza umana.

La politica di Pechino in questi anni ha portato sempre più unità fra i taiwanesi; molti Paesi vogliono commerciare con l’isola, anche se predicano l’unica Cina e il rispetto per Pechino. Come dice papa Francesco, nel mondo moderno i problemi si affrontano con il dialogo e con il rispetto verso l’interlocutore. Avendo visto come la rozzezza di Pechino ha schiacciato Hong Kong, la perla d’oriente, gli Usa e molta parte del mondo non vogliono che questo avvenga anche per Taiwan. Ci saranno certo gli scontenti: chi grida alla provocazione e all’intromissione in problemi interni cinesi. Ma tutto questo non è realista: Taiwan è un pezzo importante del mondo e la popolazione cinese, soffocata dall’autoritarismo si merita la libertà. Con buona pace degli accademici, imprenditori, cinesi naturalizzati italiani che accecati dai doni del soft power cinese, si stracciano le vesti per questa visita che pure – secondo diverse fonti – era stata annunciata settimane prima alle autorità di Pechino. E forse è per questo che la canea nazionalista appare un po’ frenata: i caccia cinesi sono arrivati e sono andati; le navi da guerra hanno promesso che non colpiranno navi commerciali. E l’Asean (Associazione dei Paesi del sudest asiatico), interessata a commerciare con Cina e Stati Uniti, ha consigliato di “voltare pagina” e di intraprendere il dialogo.

 
 
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