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sabato 18 maggio 2024
 
 

La teologia alla sfida dell'Intelligenza artificiale

15/05/2024  Distinguere la funzione dall’essenza, il soggetto dallo strumento, può aiutarci a governare i rischi, a muoverci senza paura e con accortezza nel segno di una antropologia diversa da quella che si è affermata nella competizione e nei conflitti individualistici

Ilenya Goss.
Ilenya Goss.

Pubblichiamo un articolo di Ilenya Goss, teologa e pastora valdese, medico, presidente della Commissione per i problemi etici posti dalla scienza delle chiese Valdesi, Metodiste e Battiste in Italia, intervenuta al Festival della Comunicazione di Pinerolo dedicato all'Intelligenza artificiale. Ilenya Goss insegna bioetica presso Facoltà Valdese di Teologia e collabora con la cattedra di EBM della Scuola di Medicina dell’Università di Torino.

di Ilenya Goss

L’Intelligenza Artificiale è una realtà nella quale siamo immersi anche se non sempre abbiamo consapevolezza di come funzioni, di come sia gestita e di come influisca sulla percezione di noi stessi: fare domande a un assistente virtuale e riceverne risposte sensate simula talmente bene un dialogo tra persone umane che l’illusione di avere a che fare con qualcuno prende il posto della coscienza di stare utilizzando qualcosa. Tuttavia non si tratta soltanto di questo, perché la via che dalle IA generative si inoltra verso l’idea della IA forte, o ASI, potrebbe essere meno fantascientifica di quanto appare oggi e certamente solleva problemi etici e quesiti filosofici e teologici di vasta portata. Gli sviluppi della rivoluzione digitale annunciano una svolta epocale e la tradizione ebraico-cristiana di cui l’Occidente è erede appare da un lato entusiasta e dall’altro timorosa, incerta tra la sfida con i suoi rischi e la promessa di miglioramento per la vita degli esseri umani. Cosa dice la Teologia in proposito? L’area di ricerca che un tempo coronava il cursus studiorum, in apparenza distante dalla robotica e dalla cibernetica, ha nella Scrittura la sua fonte sorgiva a cui attingere per disegnare la propria prospettiva. Gli esperimenti di Bless-U2, di SanTo e CelesTe, robot assistenti “religiosi”, gli avatar pastori che predicano, possono inquietare, ma la questione che ci interroga teologicamente nel confronto con l’IA emerge nelle pagine della Genesi, là dove l’adam viene formato da Dio “a immagine di Lui” (Gn 1,27), e riceve il compito di dare il nome a ogni cosa (Gn 2,19-20).

Sul significato dell’espressione ebraica B’tselem Elohim, a immagine di Dio, l’esegesi si è ampiamente espressa e la teologia ha offerto diverse interpretazioni: possiamo iniziare considerando l’imago Dei come identità essenzialmente relazionale dell’umano. Nella relazione si troverà dunque il riferimento per governare eticamente la trasformazione che l’IA porta nel nostro mondo: come ogni strumento l’IA può essere utilizzata secondo criteri di giustizia, di equità, di rispetto, per lo sviluppo di relazioni tra individui, tra popoli, secondo fini decisi dall’adam come soggetto etico anziché secondo logiche individualistiche, competitive e conflittuali. Nella centralità della relazione vi è la più efficace contestazione di ogni dataismo che riduce l’intelligenza alle funzioni computazionali perdendo contatto con l’intelligenza umana che è anche corporea, emotivo- affettiva e spirituale. D’altra parte l’adam viene chiamato a dare il nome a tutto ciò che abita la terra, a dirne l’identità e la funzione: in questo emerge la responsabilità tutta umana di collocare ogni cosa nella giusta posizione, di attribuire funzioni e significato alle cose, IA compresa. La rivoluzione scientifica e culturale che stiamo vivendo, con le sue immense ricadute sociali, economiche e politiche, è una formidabile occasione per riproporre, in tempi di crisi globale, la questione fondamentale di chi sia l’essere umano, di che cosa sia l’intelligenza e, dal punto di vista teologico, di come interpretare l’umano alle prese con strumenti potenti che necessitano di guida etica matura e alla luce di una Parola che lo interpella. Distinguere la funzione dall’essenza, il soggetto dallo strumento, può aiutarci a governare i rischi, a muoverci senza paura e con accortezza nel segno di una antropologia diversa da quella che si è affermata nella competizione e nel conflitto individualistici, in una rete che sia di solidarietà alimentata dalla cura spirituale ed etica dell’umano.

 
 
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