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Fame, se la terra non basta per tutti

14/10/2012  Pubblicato il Rapporto “Indice Globale della Fame 2012”. La situazione? In generale migliora. Ma in diversi Paesi, specie africani, va sempre peggio. Eccone la mappa.

Un bambino denutrito profugo dalla Somalia, durante la carestia (Foto AP).
Un bambino denutrito profugo dalla Somalia, durante la carestia (Foto AP).

L’uso insostenibile delle terre, dell’acqua e dell’energia sta minacciando la sicurezza alimentare dei più poveri e più vulnerabili. È questa, in estrema sintesi, la fotografia del pianeta che emerge dal Rapporto “Indice Globale della Fame (Global Hunger Index - Ghi) presentato a Milano dal Cesvi, l’Ong bergamasca, in collaborazione con Link 2007, Ispi, Comune di Milano, e con il Patrocinio di Expo 2015.

     Il Rapporto 2012 (realizzato da Ifpri, Welthungerhilfe e Concern) è giunto alla quinta edizione italiana. Analizza la situazione in oltre 120 Paesi, 20 dei quali hanno un “Indice di Fame” allarmante o estremamente allarmante (vedi la mappa nell’articolo seguente). Tra questi il Burundi, l’Eritrea, Haiti, Paesi nei quali il 50% della popolazione è denutrito (ma mancano i dati di alcuni Paesi in guerra che probabilmente hanno situazioni analoghe se non peggiori: Somalia, Repubblica democratica del Congo, Iraq, Afghanistan).

     L’Indice Globale della Fame è uno dei due rapporti internazionali (insieme a quello curato da Fao, Ifad, Wfp) che illustrano ogni anno la situazione della fame e della denutrizione nel mondo. I risultati presentati nel corposo dossier sono la sintesi di tre indicatori: la percentuale di popolazione denutrita, il tasso di mortalità infantile e la percentuale di bambini sottopeso.

     I dati del 2012 vengono confrontati con quelli del 1990, 1996 e 2001, il che permette di cogliere delle linee di tendenza. Quali? «Sebbene l’Indice mondiale della fame scenda dai 19,8 punti del 1990 ai 14,7 del 2012», spiega Stefano Piziali del Cesvi, «l’Africa Sub Sahariana e l’Asia Meridionale mantengono valori elevati con 22,5 e 20,7 punti. Il miglioramento medio generale contrasta fortemente con la realtà in via di peggioramento di alcuni Paesi e di alcune aree del mondo».

     Il Rapporto 2012 ha focalizzato l’attenzione in particolare sul tema della scarsità delle risorse destinate alla produzione di cibo: terra, acqua ed energia. Il suolo coltivabile è diventato un bene così prezioso che viene affittato, specie in Africa, per produrre beni destinati all’esportazione. È il cosiddetto land grabbing, l’accaparramento delle terre che negli ultimi dieci anni ha interessato una superficie pari a sette volte quella dell’Italia.

La visita a un bambino per verificare lo stato di malnutrizione in Sahel, durante la recente siccità (Foto Intersos).
La visita a un bambino per verificare lo stato di malnutrizione in Sahel, durante la recente siccità (Foto Intersos).

Il guaio è che la maggior parte delle acquisizioni è avvenuta nei Paesi con alti livelli di denutrizione, dove la popolazione e il reddito nazionale dipendono dall’agricoltura. Il 55% dei suoli affittati viene destinato a colture per biocarburanti, sottraendo terra alla produzione di cibo. Inoltre, la scarsità di acqua è esacerbata dal cambiamento climatico. Alluvioni, siccità e degrado dei terreni minacciano l’agricoltura in diversi Paesi. E l’aumento dei prezzi dell’energia, a sua volta, incide sull’agricoltura, specie sui fertilizzanti e sui sistemi di irrigazione, contribuendo a tenere alti i prezzi dei beni alimentari.

     «Tuttavia», aggiunge Piziali, «l’Indice della fame 2012 ci aiuta a comprendere come la prospettiva di un mondo sempre più affamato non sia affatto ineluttabile», sottolinea il dirigente del Cesvi. «Sono già ampiamente disponibili strategie in grado di conciliare produttività e consumo sostenibile delle risorse anche in un contesto di cambiamento climatico».

     Ma come metterle in atto? Hanno tentato una risposta i partecipanti al convegno di presentazione del Rapporto, svoltosi a Milano (oltre a Piziali, Carlo Cafiero (Fao), Paolo Ciocca (Ifad), Luca Virginio (Gruppo Barilla), Riccardo Moro (Gcap), Claudia Sorlini (Università di Milano), Claudio Ceravolo (Link 2007) e Paolo Magri (Ispi): tali strategie – hanno ribadito i relatori – richiedono una migliore capacità di governo sovranazionale e globale delle risorse naturali e degli investimenti in agricoltura, una riduzione dell’ineguaglianza tra uomini e donne (che ha effetti positivi sulla pressione demografica), una maggiore inclusione dei gruppi marginalizzati, una gestione responsabile dei diritti di proprietà della terra, della pesca e alle foreste.

     È necessario, infine, l’abbandono di sussidi alla produzione di biocarburanti e agli idrocarburi.

     Il rapporto è stato diffuso nell’ambito della campagna “Food Right Now” in contemporanea in diversi Paesi: oltre all’Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, Irlanda, Belgio, India, Zimbabwe, Kenya, grazie alla collaborazione di Alliance 2015, un network europeo che riunisce sette Ong (tra cui il Cesvi di Bergamo), la Commissione Europea e Expo 2015.

Ecco la mappa del pianeta che sintetizza la situazione rispetto alla denutrizione e alla fame. I diversi colori (vedi la legenda) indicano - dal verde al rosso - i progressi o i regressi che i Paesi hanno avuto nella nella lotta alla povertà estrema. In totale la fame colpisce ancora 870 milioni di persone.
 

Siccità in Sahel (Foto Amref).
Siccità in Sahel (Foto Amref).

«Quello che emerge con evidenza dal Rapporto di quest’anno è che la fame e la denutrizione sono sempre più collegate e interconnesse ai fattori economico-finanziari, per cui non basta pensare a interventi di cooperazione o al sostegno dello sviluppo dei Paesi più poveri, è necessario anche impedire che quanto fatto venga vanificato da operazioni speculative, azioni finanziarie, oscillazioni di mercato».

     A parlare è Stefano Piziali, esperto del Cesvi di Bergamo che ha seguito la realizzazione e la presentazione dell’Indice Globale della Fame 2012. «Concordiamo con la Fao», spiega, «sul fatto che i dati medi generali indicano miglioramenti, ma va anche detto che siamo di fronte a realtà disomogenee e difformi».

– Quali sono le aree del mondo più “critiche”?

     «L’Africa Sub Sahariana e l’Asia meridionale. Il continente nero ha una mappa “a macchie di leopardo”, con Paesi in sensibile riduzione della fame e altri che addirittura sono in peggioramento. Quanto all’Asia meridionale, si assiste a un progredire molto più lento che altrove. Per esempio, l’India ha un tasso di bambini denutriti doppio rispetto alla media africana. Le cause? Politiche contraddittorie fra i diversi Stati che compongono l’India federale e l’inadeguato stato sociale della donna: molti bambini nascono sottopeso perché la madre in gravidanza era denutrita».

– Quest’anno il tema del Rapporto sono le risorse. Perché?

     «Perché l’agricoltura, l’acqua e l’energia sono le vere sfide dell’immediato futuro per sconfiggere la fame. Nel 2050 dovremmo essere 9,3 miliardi di persone. Se consumassimo tutti risorse come lo fanno gli statunitensi, dovremmo avere acqua e cibo per l’equivalente di 12 miliardi di individui. Non ce n’è abbastanza, di risorse. Quindi occorre produrre di più e meglio, ossia consumando meno risorse».

– Sembra una contraddizione in termini…

     «No, gli strumenti e le tecnologie vi sono già. Servono politiche globali e coordinate fra gli Stati, a livello dell’intero pianeta. Da subito è necessario intervenire per usare la terra coltivabile per produrre cibo e non biocarburanti. Negli ultimi anni il 55% delle terre comprate o affittate è stato usato per il biofuel e il 20% per produrre fibre non alimentari. Ma il carburante vegetale, ad esempio, si può fare anche con gli scarti dei prodotti agricoli ad uso alimentare».

– Resta il problema del landgrabbing, cioè l’accaparramento di terre da parte di investitori stranieri nei Paesi poveri.

     «Su questo fronte la soluzione è quella di lavorare sulla titolarità della proprietà da parte dei contadini e dei piccoli proprietari. Un esempio viene dalla Sierra Leone: in due regioni vicine sono accaduti processi opposti. In una il 90% dei piccoli contadini hanno venduto la terra e si trovano a fare i braccianti da chi ha comprato. Nell’altra, i contadini sono stati aiutati a migliorare la produzione del cacao, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo e hanno triplicato gli introiti. Per cui ora non ci pensano nemmeno a vendere».

– È sufficiente?

     «Dipende dai contesti. In molte realtà quello che conta è far sì che il produttore agricolo abbia accesso ai mercati: ha bisogno di strade, della catena del freddo, di infrastrutture. Se si creano consorzi e cooperative fra i contadini cresce la loro forza anche rispetto alla multinazionale che investe nella terra allo scopo di produrre per l’esportazione».

– Il Rapporto sembra evidenziare che l’Africa sub sahariana rimane l’area più vulnerabile. È così?

«L’Africa è ancora terra di conquista. Ma oggi si affacciano nuovi colonizzatori: indiani, cinesi, arabi, mediorientali».

(Foto Msf)
(Foto Msf)

C’è bisogno di di governance finanziaria globale. Se no c’è il rischio che le operazioni speculative creino più affamati di una carestia. Lo ha sostenuto Riccardo Moro, economista del Gcap (Coalizione italiana contro la povertà) e docente di Politiche dello sviluppo all’Università di Milano nel presentare i risultati del Rapporto Indice Globale della Fame 2012.

– Professor Moro, cosa significa in concreto “governance finanziaria globale”?

     «Da alcuni anni abbiamo a che fare con un’estrema volatilità dei prezzi delle materie prime, dei prodotti agricoli e dei generi alimentari in particolare. Si sa che la crescente produzione di mangimi e di agrocarburanti, come pure i cambiamenti climatici e la pressione demografica sono tutti fattori che rendono i prezzi volatili. Ma negli ultimi quattro anni abbiamo avuto delle impennate e dei crolli di prezzi – anche del 100% – che non sono giustificabili con i fattori sopraelencati».

– La causa è un’altra.

     «La causa è il mercato finanziario. La deregulation, l’uso di internet per le operazioni finanziarie e altri fattori hanno portato in poco tempo a un mercato senza regole. Oggi le transazioni che hanno che fare con i cosiddetti derivati e i futures sono 10 volte il Pil mondiale. È abnorme».

– Perché?

     «Perché questo tipo di operazioni finanziarie avevano l’effetto di stabilizzare i prezzi delle materie prime. La crescente assenza di regole ha prodotto l’effetto contrario: sono le borse che fanno il prezzo delle materie prime e non il contrario. È chiaro che una situazione del genere è ingestibile e che nessuna politica di sviluppo dei Paesi poveri può essere portata avanti con efficacia se basta un’azione speculativa per mandare tutto all’aria».

– Può fare un esempio?

     «La crisi del cibo del 2008. È emblematica. Il picco dei prezzi dei prezzi delle materie prime agricole e il suo successivo crollo verticale sono stati in gran parte causati dalla parallela crisi dei mutui e dei subprime. La grave crisi di liquidità su quel fronte finanziario ha portato al bisogno di reperire risorse altrove. Si sono cominciati a vendere massicciamente futures delle materie prime alimentari. E il loro prezzo è crollato. Risultato? Centomila persone in più scese sotto la soglia della fame».

– Quindi, la soluzione?

     «Occorre produrre di più e meglio in agricoltura. Ma insieme occorre governare la finanza. E non bastano le norme del singolo Paese: in un’economia globalizzata sono necessarie regole globalizzate, cioè sovranazionali e comuni. Anche perché le crisi in corso – agricolo-ambientale, finanziaria ed energetica – sono molto interconnesse e l’una ha ricadute sulle altre. E il rischio di crisi “a domino”, dove un ambito fa cadere l’altro, sarebbero pericolosissime».

– Da questo punto di vista, la decisione dell’Unione Europea di sperimentare la Tobin tax è un buon segno?

«È un ottimo segno. È una svolta. Si tratta della prima tassa sovranazionale della storia».

(Foto Amref)
(Foto Amref)

Sono ancora così tanti. L’anno passato 6,9 milioni di bambini sono morti prima di aver compiuto 5 anni. Cioè 19 mila ogni giorno, 240 ogni ora.

     Il dato proviene dall’ultimo rapporto di Save the children, “Whit-out: fame e sprechi, il paradosso della scarsità nell’abbondanza”. L’83% dei decessi è avvenuto nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Mentre sono 5 i Paesi dove si registra il 50% delle morti: India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Cina.

     Lo studio sottolinea che un terzo di queste piccole vittime è causato dalla malnutrizione. Il tasso di mortalità nei Paesi in via di sviluppo (57 morti ogni 1.000 nati vivi) è, inoltre, 8 volte maggiore di quello dei paesi sviluppati (7 morti ogni 1.000 nati vivi).

     Ma quali sono i Paesi con la situazione peggiore? Sierra Leone, Somalia e Mali: il loro tasso di mortalità è, rispettivamente, di 185 ogni 1.000 nati viti, 180 e 176. Secondo le stime dell’Organizzazione non governativa internazionale questo numero è destinato ad aumentare nei prossimi anni a causa della gravissima crisi umanitaria scoppiata nel Sahel a partire dal 2011.

     Il Rapporto sottolinea peraltro che, negli ultimi 20 anni, i progressi per salvare i bambini dalla fame sono stati molto lenti: è diminuita solo dello 0,65% all’anno. Il tasso di malnutrizione cronica è passato dal 40% registrato nel 1990 al 27% del 2010: in valori assoluti significa una riduzione da 253 milioni a 171 milioni di bambini malnutriti in tutto il mondo.

     Sempre secondo il Rapporto di Save the children, nello stesso arco di tempo, in Africa la riduzione media del tasso di malnutrizione cronica è stata solo del 2% e, in seguito alla crescita demografica, il numero di bambini malnutriti è aumentato di 15 milioni, raggiungendo la quota totale di 60 milioni.

     È proprio nel continente africano che si concentra ormai la metà delle morti infantili: «I bambini sono molto esposti all’insicurezza alimentare causata dall’instabilità socio-politica e dalle crisi ambientali degli ultimi anni», si legge nel Rapporto. «In particolare, nei Paesi del Corno d’Africa e del Sahel che sono stati colpiti dalla siccità che ha fortemente limitato i raccolti».

     «A tre anni dalla deadline fissata per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’Onu», denuncia Save the children, «tra i quali è prevista la riduzione di due terzi del tasso di mortalità al di sotto dei 5 anni tra il 1990 e il 2015, la sopravvivenza dei bambini in alcuni Paesi del mondo è ancora appesa a un filo, condizionata dall’accesso e disponibilità di cibo».

     Attualmente sono 35 i Paesi, in cui vivono circa 89 milioni di bambini sotto i 5 anni, che non hanno le risorse per affrontare l’insicurezza alimentare e necessitano di un aiuto per la sussistenza della popolazione: 28 si trovano nel continente africano (Burkina Faso, Chad, Gambia, Mali, Mauritania, Niger, Zimbabwe, Djibouti, Eritrea, Liberia, Sierra Leone, Burundi, Camerun, Repubblica Centro-Africana, Congo, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Guinea, Kenya, Lesotho, Madagascar, Malawi, Mozambico, Senegal, Somalia, Sud Sudan, Sudan); 6 in Asia (Iraq, Corea del Nord, Yemen, Afghanistan, Kyrgyzstan, Siria), 1 in America Latina (Haiti).

     Lo studio dell’Ong sottolinea anche un altro dato, che fa pensare: a fronte dei 171 milioni di malnutriti, ci sono anche 43 milioni di bambini in sovrappeso: 35 milioni nei Paesi in via di sviluppo e 8 milioni in quelli sviluppati.

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