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Quel giorno che cambiò la storia, parla il segretario di Wojtyla

16/10/2018  Il Conclave. La fumata bianca. La sorpresa. L'emozione. Quel che precedette il 16 ottobre 1978. E quel che seguì. Giovanni Paolo II nel ricordo del cardinale Stanislao Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia, segretario personale del primo Pontefice non italiano dopo 455 anni. L'intervista è tratta dal libro “L'Anno dei Tre Papi”, Edizioni San Paolo.

Foto dell'agenzia di stampa Ansa. Sopra: foto dell'agenzia di stampa Reuters.
Foto dell'agenzia di stampa Ansa. Sopra: foto dell'agenzia di stampa Reuters.

E così, dopo 455 anni dall'ultimo Papa non italiano, l'olandese Adriano VI (1419-1523, Sommo Pontefice dal 1522 al 1523), 40 nanni fa fa, il 16 ottobre 1978 ad ascendere al soglio di Pietro fu il polacco Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II che fin dal suo prima inaspettato discorso dalla Loggia della Benedizione della basilica di San Pietro entra subito nel cuore della gente e nella vita della Chiesa che avrebbe guidato per circa ventisette anni, traghettandola nel terzo millennio. Un’impresa storica che il primo papa venuto dall’Est porterà a termine avendo sempre a fianco un riservato angelo custode, il fido segretario personale don Stanislao Dziwisz, oggi cardinale e arcivescovo emerito di Cracovia. Dziwisz – nato il 27 aprile 1939 a Raba Wyana, in Polonia – nel 1963 era stato ordinato dall’allora arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, che lo volle subito accanto come segretario.

Scelta felicissima che culminerà con oltre quarantadue anni di collaborazione, con don Stanislao che servirà come un figlio il futuro pontefice sia da vescovo e da cardinale in Polonia, che da papa in Vaticano, accompagnandolo a Roma ovviamente anche nei due conclavi del 1978. Esperienza umana e sacerdotale unica nel suo genere, che segnerà profondamente la vita di Dziwisz, il quale anche dopo quarant’anni ne parla sempre con emozione e riconoscenza. Come fa in questa intervista-confessione nella quale rievoca, da testimone privilegiato, i momenti salienti che contrassegnarono la morte di Paolo VI, l’elezione e la improvvisa scomparsa di Giovanni Paolo I, e l’ascesa al Soglio di Giovanni Paolo II.

 

Foto Ansa.
Foto Ansa.

Cardinale Stanislao Dziwisz, a quarant’anni di distanza dall’elezione papale di Karol Wojtyla cosa ricorda in particolare di quei giorni?

«Tante cose e tutte indimenticabili. Anche se intorno a quella scelta sono sorte molte leggende. Nel periodo che precedette il conclave, il cardinale Karol Wojtyla stava preparando i festeggiamenti di san Stanislao, il vescovo e martire di Cracovia, ucciso dalla spada del re nel 1079. Si avvicinava dunque il novecentesimo anniversario di tale morte. Il cardinale Wojtyla invitò a Cracovia, ai festeggiamenti di questa ricorrenza, tutti i cardinali che partecipavano al conclave di ottobre.

Non si era mai espresso sui candidati alla cattedra di San Pietro. Invece il suo cognome era apparso in vari ambienti e sulla stampa. Il cardinale Wojtyla non si chiedeva mai chi sarebbe succeduto al defunto pontefice, sia al primo che al secondo conclave a cui partecipò. Si limitava a dire: «Lo Spirito Santo l’indicherà». Guardava tutto con uno sguardo di fede, con gli occhi di un uomo credente, un uomo di Chiesa».

Impossibile negare che si trattò di una sorpresa imprevedibile...

«Indubbiamente la sua elezione sorprese il mondo e penso si sia trattato di una sorpresa positiva. Venne collegata con questa elezione la speranza di un cambiamento sia nella vita della Chiesa, sia anche nella scena internazionale. Oggi, dopo quarant’anni, possiamo dire che queste speranze si sono realizzate. San Giovanni Paolo II ha lasciato una traccia duratura nella storia della Chiesa e del mondo a cavallo tra il secondo e il terzo millennio della vita cristiana.

Non ci sono dubbi che l’elezione alla cattedra di Pietro di un cardinale proveniente da un paese oltre Cortina di ferro abbia anche destato una grande agitazione in alcuni Paesi e ambienti. Dal loro punto di vista si era trattato di un’agitazione giustificata».

Dove si trovava la sera del 16 ottobre quando il cardinale protodiacono Pericle Felici annunciò che il nuovo papa era il suo cardinale di Cracovia?

«All’annuncio del nome del nuovo papa, io ero in piazza San Pietro, vicino al cancello della basilica. E fu lì che sentii il cardinale Felici annunciare il nuovo papa: era il mio vescovo. Il mio vescovo! Sì, certo, esultai, ma ero come bloccato, impietrito. Pensai tra me: «È successo!». A Cracovia c’erano persone che pregavano perché lui non venisse eletto, volevano che rimanesse nella diocesi, che non se ne andasse. Nessuno credeva che una cosa del genere potesse accadere. E invece era accaduta, era accaduta per davvero!».

Un momento indimenticabile che Le cambiò la vita. Vero?…

«Non dimenticherò mai quel momento! L’uomo che avevo servito, a cui ero legato, era diventato il vescovo di Roma, il successore di San Pietro. Come non dimenticherò mai il primo momento che lo vidi da papa. Avvenne durante il conclave ancora in corso, la sera di quel medesimo giorno, quando venni chiamato da Giovanni Paolo II. Ci incontrammo durante la cena del nuovo papa con i cardinali. L’incontro avvenne così. Io ero ancora sul sagrato, davanti al cancello della basilica. Qualcuno riuscì a individuarmi in mezzo alla folla, venne a prendermi e mi portò all’ingresso del conclave, che era ancora in corso. Poco dopo le porte del conclave finalmente si aprirono e il “maresciallo”, il marchese Giulio Sacchetti, mi accompagnò all’interno del Vaticano. Quando entrai, il cardinale camerlengo, Jean Villot, si alzò in piedi e, sorridendo, mi presentò al nuovo papa. Fu un incontro molto semplice, ma per me di una emozione straordinaria.

Lui mi guardava, forse cercava di capire che cosa provassi a vederlo vestito di bianco. Non diceva nulla, eppure mi parlava con quel suo sguardo che ti penetrava dentro. Mi trovano davanti al pastore della Chiesa universale, al papa, e in quel momento capii definitivamente che non era più il cardinale Karol Wojtyla, ma Giovanni Paolo II, il successore di Pietro. Mi si avvicinò col viso, e solo allora mi parlò. Appena una battuta, solo due parole, ma piene del suo solito humour, mi fecero passare immediatamente l’emozione e ritrovare in lui l’uomo che conoscevo. Intendeva chiaramente riferirsi ai cardinali e trasmettermi tutta la sua sorpresa per il fatto che lo avessero eletto, ripetendo «ma che cosa hanno fatto!?». Questa però è una mia… traduzione. Lui, in verità, mi disse, anche un po’ storpiandola, una frase in romanesco: «Li possano…!». Andai a cenare in un’altra sala, dove c’erano il segretario del conclave, monsignor Ernesto Civardi, il cerimoniere monsignor Virgilio Noè e altre persone che avevano prestato la loro opera in quei giorni. Mi guardavano tutti con curiosità, ma anche con simpatia.

Il Santo Padre era molto tranquillo, sereno. Dopo cena si recò nella camera che aveva occupato durante il conclave come cardinale insieme all’arcivescovo di Napoli Corrado Ursi, un mezzanino dell’appartamento del segretario di Stato. Con Ursi si conoscevano bene perché erano stati ordinati cardinali insieme. E in quella piccola stanza cominciò a svolgere il suo primo “lavoro” da papa, a preparare il discorso programmatico del pontificato che avrebbe dovuto fare l’indomani, a conclusione del conclave.

Io, dopo cena, tornai al collegio polacco. Nessuno di noi dormì, con gli altri sacerdoti passammo la notte a commentare il grande evento. E intanto con l’aiuto della radio, cercavamo di ascoltare le reazioni da Cracovia, dalle altre città polacche. Sentivamo della grande gioia e delle lacrime della gente, e le preghiere, le veglie che si svolgevano nelle chiese, le Messe, e il suono delle campane. Alla cattedrale del Wawel – e lo si faceva solo in circostanze eccezionali – avevano suonato la maestosa campana di Sigismondo.

Come curiosità, riporto il fatto che nell’andare verso il balcone della basilica di San Pietro, il maestro delle cerimonie pontificie, monsignor Virgilio Noè, ricordò a Giovanni Paolo II di non dire niente, ma di dare solo la benedizione apostolica Urbi et Orbi. Invece il papa, vedendo la piazza gremita di folla, parlò e con questo si attirò subito la simpatia dei romani e di tutta la gente non solo raccolta nella piazza, ma anche in ascolto attraverso la radio e la televisione.

Poi ho sentito il commento di alcuni che, con quel gesto, il papa aveva fatto capire chi avrebbe governato la Chiesa. E così fu durante tutto il pontificato».

Lei era segretario personale del cardinale Wojtyla da diversi anni. Immaginava che un giorno lo avrebbe dovuto seguire anche in Vaticano?

«Il 23 giugno 1963, quando, nella cattedrale di Wawel a Cracovia, venni ordinato sacerdote con un gruppo di colleghi, per le mani del giovane vescovo Karol Wojtyla, non avremmo mai neppure pensato che un giorno fosse possibile partire dalla Polonia. Allora le frontiere del nostro paese, come del resto degli altri paesi governati dai comunisti, erano chiuse abbastanza ermeticamente. Tanto meno avrei potuto supporre che alcuni anni dopo sarei diventato il segretario personale del metropolita di Cracovia. Nei dodici anni di servizio a fianco del cardinale Karol Wojtyla a Cracovia, non mi venne mai neppure in mente che insieme con lui «mi sarei trasferito» in Vaticano.

Dopo che era capitato quello che ormai era capitato, il 16 ottobre 1978, volevo tornare a Cracovia. Avevo perfino proposto al Santo Padre le persone che avrebbero potuto essere al suo servizio. Ma egli aveva deciso che rimanessi con lui. Allora non pensavo che la cosa potesse durare ben ventisette anni.

In Polonia fu grande la gioia popolare per l’ascesa al Soglio di Karol Wojtyla. Ma ci fu più d’uno che non gioì. Non a caso la pubblicazione della notizia fu ritardata perché il Comitato Centrale del Partito Comunista non sapeva come darla e come commentare l’elezione papale dell’arcivescovo di Cracovia.

Ricordo solo questo: quando il cardinale Wojtyla era partito per il conclave di ottobre, le autorità comuniste gli avevano tolto il passaporto diplomatico, rilasciandogli solo quello turistico. Uno dei segretari provinciali del Partito comunista, mentre gli consegnava il documento, gli aveva detto con tono visibilmente beffardo: «Vada, vada, al suo ritorno faremo i conti». Chissà cosa avrà poi pensato quello zelante funzionario, a vedere un anno dopo il cardinale tornare in Polonia vestito di bianco»…

 

Foto Ansa.
Foto Ansa.

Ma il cardinale Wojtyla come giudicò l’elezione papale di Giovanni Paolo I?
«Il cardinale Wojtyla non commentò mai gli esiti del conclave. Dell’elezione del cardinale Albino Luciani era stato molto contento. Già prima aveva contratto con lui un rapporto cordiale. Ricordo come il patriarca di Venezia aveva fatto visita al cardinale di Cracovia nel Collegio Polacco di Roma, sull’Aventino, a piazza Remuria Si era nel periodo preparatorio del conclave. Il cardinale Wojtyla invitò a pranzo il patriarca e lui venne con molto piacere. Anche io potei conoscerlo, e mi piacque subito per la sua spontaneità. Un altro incontro interessante fu quello con il cardinale Joseph Ratzinger. Penso che avessero parlato del carattere propriamente cattolico, cristiano, che avrebbe dovuto avere la proposta della Chiesa al mondo contemporaneo nell’imminente passaggio di millennio. Il cardinale Wojtyla parlava apertamente con gioia del nuovo papa Giovanni Paolo I, dei primi giorni del suo pontificato, del suo sorriso ed anche della reazione entusiasta della gente a questa elezione. Si incontrò con Giovanni Paolo I subito dopo l’inaugurazione del pontificato, e ripartì per Cracovia portandosi dietro quel sorriso pieno di bontà, e la gioia con cui il papa esprimeva la sua profonda fede».

Quale fu la prima reazione del cardinale Wojtyla alla scomparsa di Giovanni Paolo I?

«La morte di Giovanni Paolo I prese di sorpresa tutto il mondo e tanto più i cardinali che lo avevano eletto trentatré giorni prima. Il cardinal Wojtyla apprese la notizia della morte del papa, a Cracovia, mentre faceva colazione, dopo la Messa del mattino. L’arcivescovo si irrigidì, ma solo per un attimo. In quel momento così triste voleva essere solo con se stesso. Non fece alcun commento. Lo sentimmo solo mormorare: «Una cosa inaudita… inaudita». Allora si chiuse nel silenzio e se ne andò via da tavola. Lo vedemmo raccolto, pensieroso, in preghiera a lungo nella sua cappella. Voleva restare solo con se stesso e con Dio. Ritengo che questa morte inattesa gli avesse dato molto da pensare. Cosa pensava allora? Questo segreto se l’è portato con sé nella tomba. Ricordo solo cosa disse poi nella Messa funebre alla basilica Mariacka: «Tutto il mondo, tutta la Chiesa si domanda: perché? Non sappiamo cosa significhi questa morte per la Sede di Pietro. Non sappiamo che cosa Cristo voglia dire attraverso questo alla Chiesa e al mondo!».

E lei cosa provò alla notizia della morte di papa Luciani dopo appena trentatré giorni di pontificato?

«Per quanto riguarda me, mi sono sentito intorno le domande se la Provvidenza non stesse preparando qualcosa di particolare, qualche piano nuovo per la Chiesa. Me lo domandavo anch’io. Da un punto di vista umano, era difficile comprendere cosa fosse avvenuto. Nel corso di pochi mesi, un terzo papa avrebbe dovuto guidare la Chiesa. Ma per quanto riguarda il cardinale Karol Wojtyla: so che c’erano persone molto affezionate a lui, che pregavano perché rimanesse sempre a Cracovia».

Al conclave di ottobre Karol Wojtyla aveva cinquantotto anni. Non si sentiva troppo giovane per guidare la Chiesa universale?

«La giovinezza dava a Giovanni Paolo II energie per affrontare le difficoltà legate alla responsabilità della Chiesa universale. Cioè: la giovinezza fu la sua forza, non un ostacolo. Di esperienza pastorale, e non solo pastorale, il nuovo papa ne aveva molta. Era vescovo già da vent’anni. Aveva guidato la grande arcidiocesi di Cracovia, nelle non facili condizioni di vita del sistema comunista. Si era occupato di problemi della Chiesa universale. Aveva preso parte al Concilio Vaticano II e poi a successivi Sinodi episcopali. Conosceva la situazione della Chiesa di altri Paesi. Era un pensatore, un bravo teologo, un filosofo. Faceva parte del mondo della cultura. Aveva facilità a mettersi in contatto con le persone e pure, dono anche più difficile, con le folle alle quali parlava. Era un leader nato, di grandissimo formato.

Certo, insieme all’elezione a vescovo di Roma e a pastore di tutta la Chiesa, Giovanni Paolo II si trovava di fronte a una sfida enorme. Ma ben presto “imparò”. Fin dall’inizio, si poté notare che non si trovava disorientato. Si fece guidare da una visione ampia, profonda, della Chiesa e del mondo, e dalla visione del ruolo che vi poteva svolgere. Lo espresse nella prima enciclica Redemptor hominis. In essa era scritto il suo programma. Nella visione di Giovanni Paolo II, particolare posto occupavano i giovani, la famiglia, il mondo universitario e della cultura, le questioni sociali, e in particolare la situazione dei Paesi soggetti a dittature.

Possiamo dire che la “giovinezza” del papa gli era di aiuto per far fronte con coraggio alle sfide dell’epoca e assumersi i compiti con entusiasmo».

Perchè Karol Wojtyla decise di chiamarsi Giovanni Paolo II?

«Posso mettervi a parte di una notizia fuori conclave che ho sentito dal cardinale Stefano Wyszyński. Proprio lui ebbe a chiedere al nuovo eletto papa che prendesse il nome di Giovanni Paolo II in memoria del pontefice defunto e per mostrare, in questo modo, la stima riguardo alla nazione italiana, dolorosamente toccata dall’improvvisa, prematura morte di Giovanni Paolo I, papa del sorriso».

PER SAPERNE DI PIU'

L'ANNO DEI TRE PAPI - Edicola San Paolo

Il 1978 fu un anno decisivo per la Chiesa contemporanea. Pochi mesi videro succedersi tre Pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Orazio La Rocca ripercorre, con una cronaca avvincente, quei giorni travagliati.

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