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mercoledì 10 agosto 2022
 
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Abraham Yehoshua, quando le bombe cadevano sulla sua Haifa

14/06/2022  Israele, 16 luglio 2006, Haifa sotto le bombe di Hezbollah. La testimonianza diretta di Abraham Yehoshua, lo scrittore scomparso il 14 giugno 2022, di quei drammatici giorni, sulle pagine di FC: «Siamo stati costretti a reagire con forza»

La voce di Abraham Yehoshua è tesa, preoccupata, esausta. A tratti viene interrotta da un respiro profondo, poi riprende a parlare, adagio, scandendo le parole con una forza che fa trapelare la disperazione. Lo scrittore israeliano, uno dei massimi rappresentanti della letteratura in ebraico, risponde al telefono da Haifa. Nonostante i bombardamenti, non ha abbandonato la sua casa. Tanti anni fa Yehoshua preferì Haifa a Gerusalemme, scegliendo di vivere in questa città del Nord d’Israele laica, vitale, attiva. Oggi trasformata in un inferno.

– Yehoshua, come si vive ad Haifa in questo momento?

«Ci troviamo in una situazione di semiguerra. Molti se ne sono andati dai loro parenti nel Sud, ma non abbiamo rifugiati. Tutti i servizi municipali e l’assistenza medica continuano a funzionare bene. Possiamo resistere ancora per molto tempo».

– Haifa è un simbolo della coesistenza tra arabi ed ebrei. Ora è stata trasformata in un campo di battaglia...

«Ma la collaborazione tra ebrei e arabi continua e, anzi, ora si è rafforzata. Gli arabi stanno soffrendo come gli ebrei. Non c’è alcuna ostilità fra i due popoli nella città. Le ostilità vengono dall’esterno».

– Lei fa parte di quell’ala pacifista che ha criticato le scelte politiche del Governo israeliano. Ora appoggia l’operazione militare di Israele in Libano. Perché?

«Noi abbiamo messo fine all’occupazione del Libano anni fa. Abbiamo sempre rispettato, da allora, l’integrità dei territori libanesi. Questi attacchi sono una provocazione al fine di indurci a una guerra. Hezbollah rifiuta il diritto di esistere di Israele. Ha provocato un conflitto, con l’appoggio di Siria e Iran, senza calcolare le conseguenze per il Libano. Hezbollah è un’organizzazione odiata anche dai libanesi».

– Da più parti si giudica la reazione di Israele troppo forte, sproporzionata. Che cosa ne pensa?

«La questione è che la nostra reazione non è rivolta al Libano ma ai centri e alle forze di Hezbollah. Questa organizzazione sta operando all’interno della popolazione civile, ha addirittura nascosto i missili nelle case private. Dunque, l’unica cosa che possiamo fare è colpire quelle abitazioni. Siamo costretti a reagire con forza, altrimenti Hezbollah arriverà a paralizzare la nostra esistenza».

– Israele si è ritirato sia dal Libano sia da Gaza. Il problema, dunque, non è più l’occupazione, bensì l’esistenza stessa di Israele. Allora, si può ancora parlare di speranza di pace?

«L’unica via di uscita è che l’Europa intervenga con fermezza, con una forza militare internazionale sul confine tra Israele e Libano. Anche i Paesi islamici moderati hanno condannato le azioni di Hezbollah. Va ricordato che la maggior parte dei palestinesi ha riconosciuto Israele come Stato. Noi non chiediamo più una pace totale, chiediamo semplicemente un “modo di vivere” fra ebrei e palestinesi».

 
 
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