Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
domenica 21 aprile 2024
 
Turchia
 

Il domenicano a Istanbul: «Dobbiamo continuare a vivere nonostante la paura»

06/07/2016  A colloquio con il domenicano Claudio Monge: "Il Paese è cresciuto ma negli ultimi anni sta subendo un'involuzione schiacciato dagli attentati. La gente continua a vivere"

(Nella foto: padre Claudio Monge)

L’enorme aeroporto Atatürk di Istanbul e la Turkish Airlines, una delle flotte più moderne al mondo, sono tra i simboli della Turchia di Recep Tayyip Erdogan e della sua avanzata economica dell’ultimo decennio. Qui tre terroristi si sono fatti saltare il 28 giugno, dopo aver fatto fuoco sulla folla uccidendo 44 persone, tra cui 19 stranieri. La Turchia è sotto attacco: l’ennesima strage porta a oltre 200 le vittime degli attentati in un anno. Mentre le autorità accusano l’Isis, coloro che criticano il “presidente-sultano” Erdogan di non aver esitato a sostenere i tagliagole del Califfato, hanno buon gioco a sostenere che l’apprendista piromane si è scottato le dita.

«Ho appena accolto – racconta padre Claudio Monge – una famiglia texana che è voluta entrare in chiesa per ringraziare Dio di essere sani e salvi: erano atterrati tre ore prima della strage». Il domenicano, originario di Cuneo, vive a Istanbul con altri due frati da 13 anni e da 20 frequenta la Turchia. Studioso delle tre religioni abramitiche, è consultore vaticano per il Dialogo interreligioso. Ha saputo dell’ultimo attentato per le chiamate allarmate di amici in Italia, mentre di quello precedente – il 7 giugno, attribuito agli estremisti curdi – se ne è accorto per il tremore delle finestre del convento. L’autobomba, che ha fatto 11 morti, è esplosa lì vicino, non lontano dal Gran Bazar e alla zona turistica.

Padre Claudio, qual è il clima a Istanbul?

Tutti avvertono la paura e la sensazione di vulnerabilità che gli attentati mirano a trasmettere. La gente però continua a vivere, c’è un’incredibile capacità di ripresa a queste latitudini. A differenza di Bruxelles, l’aeroporto Atatürk ha ripreso a funzionare a pieno regime poche ore dopo la strage. Era una precisa volontà del potere, ma corrisponde anche un retroterra culturale diverso: una visione della vita più fatalista-provvidenzialistica tipica dei turchi e della mentalità musulmana.

Ma la preoccupazione economica è fortissima. Prima ancora dell’attentato, il Governo sosteneva che il turismo fosse diminuito di almeno il 35%, con forti ripercussioni sul commercio, fondamentale per Istanbul. Gli stranieri hanno smesso di venire, l’ingresso dei rubli russi è crollato del 90% per la rottura con la Russia.

Ci sono state reazioni pubbliche?


C’è un problema negli attentati dell’ultimo anno: manca l’ambito in cui dar sfogo alle emozioni (le campagne Web, i mazzi di fiori, le commemorazioni), che è un fatto ambivalente ma aiuta ad affrontare il dolore. Le stragi non sono una novità nella storia turca, ma in passato era diverso: dopo l’attentato alla sinagoga del 2003, a 50 metri dal nostro convento, mezzo milione di persone scesero in piazza e fu inaugurata una statua in marmo scolpita sul posto da tre artisti delle tre religioni abramitiche in cui tre mani si univano; quando fu ucciso il giornalista armeno Hrant Dink, ci fu una manifestazione al grido di “Siamo tutti armeni”. Tutto cambia dopo le proteste di Gezi Park e la repressione del Governo: qualsiasi corteo o manifestazione pubblica è bloccata sul nascere. Come l’emergenza dell’informazione, è uno dei segnali della svolta autoritaria.

A maggio Erdogan ha cacciato il primo ministro: è sempre di più su posizioni autoritarie?


Nessuno lo nega. La svolta si vede a Istanbul, come nel sud-est del paese dove con i curdi è in corso una guerra. La politica estera degli ultimi anni è costellata di errori clamorosi – da “zero problemi con i vicini” si è passati a “problemi con tutti i vicini” – ma l’Akp, il partito del presidente, gode ancora del consenso granitico guadagnato nel primo quinquennio di potere grazie a una buona amministrazione e alla crescita economica.

Sei anni fa la libertà era maggiore?

Il paese, da quando è diventato candidato ufficiale alla Ue nel 2005, ha fatto riforme democratiche importanti, ma ogni volta si è visto presentare nuove condizioni che hanno progressivamente allontanato l’agognata integrazione. L’Ue ha palesato la drammatica mancanza di un progetto politico e con la Turchia ha perso una grande occasione di cogliere la positività di una diversità stimolante: non era il candidato perfetto ma le evoluzioni non possono essere solo considerate una pre-condizione, si incoraggiano dando risposte positive. Nel frattempo il potere turco, offeso nell’onore, ha cercato altri lidi di approdo di fronte ad un elettorato in attesa di risposte: l’avvicinamento al mondo arabo, la via caucasica e poi il crescendo autarchico e nazionalista della svolta autoritaria. Ma nessun paese è un’isola! Intanto l’Ue, che dava lezioni di diritti umani, quando questi in Turchia hanno davvero ripreso ad essere messi in pericolo, ha deciso di appaltare a Erdogan la gestione dei profughi, con l’accordo da 3 miliardi di euro. Questa non è solo politica dello struzzo, ma cinismo indecente!





 

Multimedia
Istanbul sotto attacco, strage all'aeroporto
Correlati
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo