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La Turchia paga il prezzo della politica del sultano Erdogan

01/01/2017  A colloquio con lo storico Del Zanna: "Il Paese ha usato la questione siriana per i propri interessi, flirtando con le diverse frange dell’estremismo sunnita, addirittura l’Isis, per eliminare dalla scena il presidente siriano Assad. Quel progetto, nutrito di sogni di grandezza e nostalgie ottomane, è clamorosamente fallito".

«La Turchia paga il conto del suo intervento in Siria. O meglio, dell’avventurismo di Erdoğan che, per eliminare Assad, ha flirtato con frange estremiste sunnite». Lo dice Giorgio Del Zanna, docente di Storia dell’Europa orientale all’Università Cattolica di Milano, commentando la lunga scia di attentati che continua a colpire il Vicino Oriente, compresa la morte dell’ambasciatore russo Andrej Karlov ad Ankara, ucciso da un poliziotto turco al grido di «Allahu akbar!» e «Non dimenticate Aleppo». Per lo studioso dell’Impero ottomano, l’omicidio non fermerà il progressivo avvicinamento tra la Russia di Vladimir Putin e la “democratura” di Recep Tayyip Erdoğan. Con una precisazione: «Non è un’alleanza organica, ma una convergenza di interessi: sono i problemi con l’Europa ad accomunare i due Paesi».

 

 

La Turchia è spesso colpita da attentati. Quali sono le particolarità del 19 dicembre?

La matrice: non è quella curda, non è quella dell’Isis, l’accusa delle autorità a Fethullah Gülen, l’ex alleato di Erdoğan in esilio negli Usa e diventato il suo più acerrimo nemico,  appare improbabile, fa parte del gioco delle parti. L’autore è un poliziotto turco vicino agli ambienti che negli ultimi anni hanno sostenuto l’Akp. Per quello che si riesce a capire, appare un attacco interno, conseguenza della catena di errori di Erdoğan.

 

In che senso?

La Turchia paga il prezzo di aver usato la questione siriana per i propri interessi, flirtando con le diverse frange dell’estremismo sunnita, addirittura l’Isis, per eliminare dalla scena il presidente siriano Assad. Si è proposta come paladina del sunnismo, dalle coste nordafricane fino ai Balcani. Quel progetto, nutrito di sogni di grandezza e nostalgie ottomane, è clamorosamente fallito, costringendo Erdoğan a un netto cambio di strategia: di fatto ha stretto un accordo con la Russia sulla Siria, che permette a entrambi di perseguire i propri obiettivi. La Turchia ha fatto attenzione che il suo intervento nel nord della Siria non disturbi l’assedio di Aleppo, mentre Mosca non si oppone al controllo da parte della Turchia della zona turcomanna, che serve a impedire il consolidamento di un Kurdistan autonomo. Tutto ciò implica, però, una grande concessione ai russi: accettare che Assad rimanga al potere. Da qui nasce l’omicidio dell’ambasciatore, in quegli ambienti del sunnismo turco che non condividono il voltafaccia filo-russo e (tacitamente) filo-Assad. Insomma, a Erdoğan si è ritorto contro quel verbo – nazionalismo sunnita in salsa turca – con cui lo stesso presidente ha predicato in questi mesi, aizzando la base dei militanti dell’Akp.

 

Il 24 novembre 2015 l’aviazione turca abbatteva un aereo russo diretto a bombardare in Siria, provocando un duro scontro diplomatico. In un anno è cambiato tutto?

Sì, a causa del fallimento del progetto di rovesciare Assad. Inoltre in molti ambienti turchi si dice che, durante il colpo di stato dello scorso luglio, siano stati i russi a salvare la vita al presidente turco. Ankara è passata dalla teoria “zero problemi con i vicini” a “problemi con tutti i vicini e anche all’interno”: ora ha la preoccupazione dei curdi, che hanno conquistato terreno e su cui vuole concentrarsi. In più, nell’ultimo anno, sia la Russia, sia la Turchia hanno avuto seri problemi di relazione con l’Europa, con forti ripercussioni economiche. È soprattutto su questa base che si spiega la repentina liaison dell’ultimo anno, in controtendenza con la storia del Novecento. Durante la Guerra Fredda, infatti, dalla loro frontiera passava il confine tra i blocchi e Ankara era il secondo esercito della Nato; dopo il ’91, i rapporti sono rimasti complessi, per sovrapposizione di interessi nell’Asia centrale. L’Europa ha la colpa di aver perso il treno dieci anni fa: allora, prima dell’involuzione autoritaria, occorreva non respingere la Turchia; al contrario si è lasciato campo libero all’avventurismo di Erdoğan e all’abbraccio con Putin. Tuttavia, il saldo legame odierno tra Ankara e Mosca è una convergenza d’interessi, non è un’alleanza organica. Presto può cambiare.

 

Nell’attentato colpisce il richiamo ad Aleppo. Che significato ha?

Nel nazionalismo turco, nutrito dalla predicazione dell’Akp, il sentimento antirusso è forte. Inoltre, in molti ambienti c’è una chiara rivendicazione che Aleppo è turca. Non va dimenticato che era la terza città ottomana, dopo Istanbul e Il Cairo, e che al termine delle Guerre balcaniche si parlava di Aleppo come nuova capitale ottomana. L’ex premier Ahmet Davutoğlu, ispiratore della politica estera di Erdoğan, ha recentemente scritto un articolo su Limes in cui sostiene che Aleppo, Mosul e Diyarbakir sarebbero “città-civiltà”, ovvero non solo appartenenti agli Stati di cui fanno parte. È un modo per rivendicare uno spazio d’influenza turca nelle loro aree, in parte abitate da popolazioni turcomanne, come a nord di Aleppo e nella zona settentrionale dell’Iraq. Va anche tenuto conto che Aleppo non si è mai sentita del tutto solo siriana, storicamente è sempre stata il cuore dell’opposizione al governo centrale, una città emarginata dal nazionalismo siriano perché poco araba e troppo meticcia e mista.

 

Amnesty International accusa la Turchia per la chiusura di 400 ong, epurazioni e arresti continuano. Quali le prospettive?

È in corso il tentativo di ridurre definitivamente al silenzio ogni voce critica, la Turchia di Erdoğan scivola sempre più in una “democratura” e gli attentati vengono usati per legittimare arresti e restrizioni delle libertà civili. Le purghe nella polizia e nell’esercito contro i simpatizzanti di Hizmet, il movimento di Gülen, hanno indebolito l’apparato di sicurezza. A breve inizierà l’era Trump: la sua politica è tutta un’incognita, ma un probabile disimpegno Usa in Medio Oriente accrescerebbe la centralità della Russia. Eppure, il colpo di stato di luglio e lo stesso omicidio dell’ambasciatore russo indicano che il consenso interno di Erdoğan è ancora solido ma non infinito, la sua politica fatta di strappi e voltafaccia sta esasperando parti sempre più ampie della popolazione.

 

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