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venerdì 19 agosto 2022
 
 

La ventilazione va staccata se c’è morte cerebrale?

04/08/2022  La vicenda del piccolo Archie Battertsbee in Inghilterra mi ha molto colpita e angosciata. Tante sono le domande e poche le risposte, soprattutto quando si parla di staccare la spina a un bambino di soli 12 anni, anche se dichiarato cerebralmente morto.. É giusto farlo in questi casi?

NICOLA B. - Sto seguendo la vicenda di Archie Battersbee in Inghilterra. Molte sono le domande che suscita. Mi aiuta a fare chiarezza? 

 

Archie Battersbee è un ragazzo inglese di 12 anni, trovato semincosciente, con una corda attorno al collo, nella propria abitazione il 7 aprile scorso. Inizialmente si è ipotizzato un gioco, diffuso su TikTok, social in auge particolarmente tra i giovanissimi, che consiste nell’arrivare il più vicino possibile al soffocamento. Le indagini seguenti non hanno né smentito né confermato questa ipotesi. Da allora, Archie è in coma, attaccato a un respiratore artificiale, dichiarato cerebralmente morto. Il Royal London Hospital, presso cui è ricoverato, ha chiesto di “staccare la spina”, ovvero, in questo caso, di spegnere la macchina della ventilazione assistita, dal momento che la morte cerebrale del ragazzo porta a ritenere «futile, non dignitoso ed eticamente doloroso» quello che, nei fatti, è un accanimento terapeutico. La famiglia si è opposta a questa decisione – chiedendo ulteriori terapie e approfondimenti – e ha fatto ricorso. Due sentenze, del 13 giugno e 15 luglio scorsi, hanno autorizzato la richiesta dell’ospedale, che, tuttavia, è stata rimandata per consentire ai genitori di Archie di presentare ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’uomo.

Quando è lecito sospendere le terapie? Sicuramente ci aiuta la tradizionale distinzione tra mezzi proporzionati/sproporzionati. Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2278 afferma che è lecito sospendere procedure mediche «onerose [non solo economicamente], pericolose, straordinarie o sproporzionate». Non si propone, quindi, un vitalismo a oltranza. Se è vero – ed è vero – che non esistono vite degne e vite non degne di essere vissute (ogni persona è di incalcolabile valore!), è altresì vero che esiste una dignità della e nella morte. Il Catechismo così prosegue: «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire».

Di contro, la richiesta della madre di Archie di cure suppletive e sperimentali è lecita? La Congregazione per la dottrina della fede (Dichiarazione sull’eutanasia, n. 4) afferma che «in mancanza di altri rimedi, [è lecito] ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio». In altre parole: abbiamo indicazioni chiare, ma che non ci esimono dal discernimento puntuale e personale, in ogni singola situazione umana.

Qual è, dunque, il compito della medicina in casi simili? È importante distinguere tra “guarire” e “curare”. Anche quando la medicina non può “guarire” (per lo stato della sua attuale conoscenza), non deve mai dimenticarsi di “curare”. La dignità della persona umana va tutelata anche nel suo ultimo atto, la morte.

Infine: quando i medici e i genitori sono in netto contrasto, a chi spetta decidere? Le legislazioni vigenti nei vari Stati propongono vie differenti. Il criterio morale della decisione dovrebbe essere comunque la maggior tutela del malato, nel suo vivere e nel suo morire, nelle specifiche circostanze.

 
 
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