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«La vera gioia di Natale non sta sulla tavola»

23/12/2014  Portare sollievo a chi soffre. Parlando ancora una volta dalla periferia romana, Francesco sintetizza così il senso della nascita di Gesù. Che si fa rinascita di tutti se diventa memoria e cura degli ultimi.

Per l’ottava volta papa Francesco va in una parrocchia di Roma, la sua diocesi. E alla vigilia di Natale lancia un appello contro il consumismo, dicendo che «un bel pranzone » è una bella cosa, ma non basta e non fa la «vera gioia cristiana.
Non è con il consumismo che ci prepariamo alla festività del Natale. Non arriviamo al 24 dicembre dicendo mi manca questo e mi manca quello. Questa non è la vera gioia cristiana».

Le indicazioni di papa Francesco sono diverse. «In questi giorni pensiamo dove posso andare a portare sollievo a chi soffre». Bergoglio quando va nelle parrocchie non prepara discorsi. Si affaccia, osserva e parla. E si vede che è molto contento. A San Giuseppe all’Aurelio è salito su una pedana di legno coperta da un tappeto nel cortile della parrocchia e ha raccontato del giorno della sua prima Comunione, settant’anni fa, l’8 ottobre 1944: «A quel tempo prima della Messa tu non potevi nemmeno bere un goccio d’acqua. È stato Pio XII che ci ha salvato da questa dittatura».

Poi in una stanza dell’oratorio vede i neonati che quest’anno hanno ricevuto il battesimo in braccio ai loro genitori. Li bacia uno per uno. E affronta una questione che imbarazza i genitori, che non sanno bene cosa fare se un bambino disturba in chiesa, perché a volte i preti s’adombrano e li invitano a uscire.
Ed ecco che il Papa a loro dice che non bisogna preoccuparsi, perché «il pianto di un bambino in chiesa è la migliore predica». Non fa discorsi difficili, Francesco, racconta esperienze. Per dire dell’importanza della catechesi e di coloro che trasmettono la fede torna con la memoria alla sua vecchia catechista, una suora argentina: «Quando la mia catechista è morta il 17 ottobre 1987 io sono stato a lungo a pregare sulla sua salma, perché quella suora mi ha avvicinato a Gesù».

Poche parole che lasciano il segno alle quali aggiunge un ammonimento: «Non dimenticare i catechisti. Non dimenticare la data del battesimo e ogni anno nella ricorrenza andare a fare una confessione e la Comunione». Poi alza la mano e chiede: «D’accordo?».

Che i rom abbiano lavoro

  

Il Papa non teme di dire cose che non sono tanto corrette per il modo di pensare dei più. A San Giuseppe domenica scorsa ne ha detta una grossa. Ha chiesto che si trovi lavoro anche per i rom, quelli che tutti respingono, perché rubano, perché puzzano. I rom stanno in fondo alla fila, reietti, salvo essere oggetto di speculazione come risulta dall’inchiesta sulla mafia capitolina.

Qualcuno si aspettava che il Papa potesse dire qualcosa sull’indagine che ha squassato Roma. Invece no. Ma Bergoglio è andato oltre, chiedendo lavoro e ringraziando i volontari, quelli veri. Così con poche parole ha sbaragliato ogni ipocrisia, compresa quella dell’elemosina che poi lascia le cose come stanno. Lo ha detto in una parrocchia che da 15 anni si occupa di rom e famiglie sull’orlo della fame, distribuisce cibo, e lotta perché nessuno perda la dignità.

Spiega il parroco don Giuseppe Lai: «All’inizio facevamo noi una scuola per i figli dei rom. Poi abbiamo deciso che era più giusto portarli a scuola». I religiosi che reggono la parrocchia d’altra parte hanno alle spalle la grande scuola del loro fondatore don Giuseppe Marello, sacerdote piemontese dei tempi di don Bosco, del Cottolengo, di don Cafasso.
Lui stesso andò a vivere con i malati cronici e gli anziani dimenticati da tutti ad Asti, pur essendo direttore del seminario e canonico della cattedrale. Qualcuno lo commiserava. Giovanni Paolo II l’ha canonizzato nel 2001. Con Bergoglio c’è anche un piccolo legame. Giuseppe Marello passò l’infanzia a San Martino Alfieri, il paese dove nacque Maria Bugnano, la bisnonna paterna di Jorge Mario Bergoglio

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