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giovedì 13 agosto 2020
 
Piaga mondiale
 

La violenza sessuale è un'arma di guerra

02/02/2018  Centinaia di abusi nei confronti delle donne Rohingya, ma questo crimine riguarda ogni conflitto e in alcun casi ha coinvolto anche i Caschi Blu dell'ONU. Nostra intervista a Lord Ahmad di Wimbledon, il ministro britannico incaricato di combattere questa piaga.

Nella catastrofe umanitaria che riguarda l’esodo della popolazione Rohingya da Myanmar c’è la tragedia delle donne che subiscono abusi e violenze sessuali. I casi documentati sono centinaia e  turbano “profondamente” Lord Ahmad di Wimbledon. Lord Ahmad è il Ministro per il Commonwealth e le Nazioni Unite del Governo britannico e ha anche il ruolo di Rappresentante speciale del primo ministro per la prevenzione della violenza sessuale nelle zone di conflitto.

L’iniziativa per la prevenzione dei conflitti in zone di guerra, rilanciata anche al G8,   è una delle priorità dell’agenda di politica internazionale del Governo del Regno Unito e conta su una squadra di esperti che possono essere inviati per il mondo per aiutare a prevenire la violenza e  portare in tribunale i colpevoli.

Lord Ahmad, musulmano, è entrato in politica dopo un ventennio di attività come uomo d’affari nel settore bancario. Dalla  City è passato alla Camera dei Lord. Lo incontriamo a Villa Wolkonsky, residenza dell’ambasciatore del Regno Unito in Italia, Jill Morris.

Lord Ahmad, che notizie arrivano dal confine fra Myanmar e Bangladesh?

“La situazione è molto preoccupante perché ci sono testimonianze di continue violazioni dei diritti umani, con abusi e violenze sessuali nei confronti di donne e ragazze. Si tratta di una crisi umanitaria determinata dall’esodo, in poche settimane, di oltre 600 mila persone e purtroppo dobbiamo constatare che ancora una volta gli abusi sessuali e gli stupri sono usati come arma di guerra nei confronti di una comunità e di una minoranza”.

Secondo lei oggi nella comunità internazionale c’è abbastanza consapevolezza della gravità e diffusione della violenza sessuale nelle zone di conflitto?

“Sì, rispetto a qualche anno, quando fu fu lanciata questa iniziativa da parte del Governo britannico, c’è più consapevolezza e nello stesso c’è la volontà di intervenire sia per prevenire il crimine sia per punire i colpevoli. Da questo punto di vista, lavoro in stretta collaborazione con Premila Patten, la rappresentante speciale dell’ONU incaricata di seguire questo problema. Insieme a lei stiamo cooordinando gli sforzi e i colpevoli delle violenze devono saperlo”.

State ottenendo qualche risultato?

“Sì, questa collaborazione sta dando buoni frutti. Lo abbiamo visto soprattutto in Bosnia, grazie anche alle autorità locali, che si sono impegnate per la raccolte di prove. Infatti è importante che questi crimini sessuali siano documentati con precisione per poi arrivare a rintracciare e punire i colpevoli”.

A parte il dramma dei Rohingya, quali altre situazioni la preoccupano in questo momento?

“Purtroppo vediamo che in ogni conflitto che si combatte nel mondo si fa ricorso all’arma di guerra della violenza sessuale, contro le donne ma anche nei confronti degli uomini. Ci preoccupa la situazione in Libia e stiamo indagando sulle violenze e i crimini commessi dai miliziani dell’ISIS in Iraq”.

State intervenendo anche contro i casi di violenza sessuale commessi dai Caschi Blu dell’ONU ad Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Liberia e Sud Sudan?

“Sì, c’è una grande collaborazione con il Segretario generale dell’ONU Antonio Guteress. È intollerabile che i militari mandati in un paese a garantire la pace e a proteggere la popolazione civile si macchino di crimini così odiosi”.

Come aiutate le vittime?

“Dopo la violenza spesso le vittime subiscono un trauma ulteriore, lo stigma, l’emarginazione, la vergogna. Così le vittime soffrono due volte. Perciò serve una grande collaborazione da parte di tutti (le famiglie, la scuola, le comunità religiose) per aiutare queste persone a superare il trauma della violenza”.

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