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L’acqua aiuta innanzitutto le donne

24/11/2014  In Africa, l’approvvigionamento dell’acqua è compito delle madri o delle loro figlie. Se il pozzo è lontano significa che talvolta occorrono anche cinque o sei ore al giorno per avere una ventina di litri d’acqua. Ecco, dalla voce delle stesse donne, cosa accade quando l’acqua potabile arriva nel villaggio.

Halima vive in un villaggio vicino la cittadina di Shashamanne, nella regione Oromia in Etiopia: «Impiego due ore al giorno per prendere l’acqua. Vicino al mio villaggio c’è una fontana pubblica ma, con soli due rubinetti, c’è sempre coda. A volte non c’è acqua e devo andare fino Shashamanne; sono due ore di cammino».

Ogni giorno Halima raccoglie 20 litri d’acqua riempiendo la sua tanica che trasporta a mano, portandola sulla schiena. Ha sette bambini e un marito: poca la quantità a disposizione, e così fa affidamento sull’acqua piovana per l’igiene personale e della casa. La sua bambina ha una brutta infezione agli occhi, chiaramente dovuta alla scarsa igiene. Per Halima e sua figlia è normale camminare due ore al giorno per avere solo 20 litri d’acqua: dal loro punto di vista, le persone che vivono nei villaggi colpiti dalla siccità soffrono molto di più.

Il Corno d’Africa (Etiopia, Kenya, Somalia) è tra le aree del mondo più toccate dal cambiamento climatico. Nel 2011-2012 le piogge sono mancate per un anno e mezzo e 11 milioni di persone ne hanno subito le conseguenze. Lvia interviene nel Corno d’Africa per garantire l’accesso sostenibile all’acqua potabile; agli interventi idrici si affianca la costruzione di servizi igienici, latrine, bagni pubblici e nelle scuole. Si evitano così le conseguenze devastanti della contaminazione dell’acqua.

Negli ultimi tre anni (2010-2012), sono 155 mila le persone che in Kenya, Etiopia, Burkina Faso, Senegal e Tanzania hanno conquistato l’accesso all’acqua e a servizi igienici attraverso i progetti della Ong piemontese. Questi interventi hanno cambiato nel profondo la vita delle persone, soprattutto quella delle donne, come ci spiega la professoressa Bessa che insegna nella scuola del villaggio di Billito, in Etiopia, dove Lvia ha costruito delle latrine e una cisterna per la raccolta d’acqua piovana: «Gli studenti hanno bisogno di bere durante le ore di lezione e quando non c’era acqua non ce la facevano a stare in classe tutte le ore previste; spesso tornavano a casa per poter bere. Senza la latrina, praticavano i loro bisogni all’aperto, contaminando l’ambiente circostante la scuola; malattie, come la diarrea e il tifo, si diffondevano causando abbandono scolastico. Soprattutto le ragazze si sentivano a disagio a urinare all’aperto per paura di esser viste dagli studenti maschi. Questo aumentava di molto il tasso di abbandono scolastico delle ragazze».

Il villaggio di Billito non è raggiunto da nessuna infrastruttura idrica. Durante la stagione delle piogge, l’acqua è raccolta in bacini non protetti, facilmente contaminabili, mentre nella stagione secca (quasi otto mesi l’anno) l’unica possibilità è raggiungere un punto d’acqua collegato all’acquedotto che passa da Aje, a 40 Km di distanza; troppi da percorrere a piedi. Per questo, sovente si utilizza l’acqua del fiume. Quest’acqua però è veicolo di malattie. Con l’installazione della cisterna e dei bagni, la situazione è cambiata, per lo meno nella scuola: «Oggi l’abbandono scolastico è diminuito, con l’acqua gli studenti possono bere e lavarsi le mani; le latrine mantengono l’ambiente più salubre», sottolinea la professoressa.

Nel villaggio di Shasha Goike, l’intervento di Lvia ha previsto l’espansione dell’acquedotto con 4 km di linea idrica e aggiunta di due fontane pubbliche. «L’acquedotto è di proprietà della comunità e viene gestito dalla comunità stessa che ha eletto un apposito comitato, a cui abbiamo fatto formazione», spiega Silvia, ingegnere volontaria Lvia in Etiopia da oltre sette anni, che ha coordinato la realizzazione dell’acquedotto. La responsabilità della donna nei comitati dell’acqua migliora il riconoscimento del suo ruolo sociale.

Nuritu ha 36 anni e sette figli; si occupa di sensibilizzare la comunità sulla cura e manutenzione del punto d’acqua. «Partivo da casa alle 7 per prendere l’acqua, a 4 Km dal villaggio», racconta. «Qui aspettavo il mio turno e rientravo a casa non prima delle 10. Ora mi ci vogliono appena 5 minuti; 30 minuti quando c’è coda. Posso migliorare l’igiene della casa. Ho più tempo per prendermi cura dei figli e per fare l’orto. Sto pensando di usare il tempo risparmiato per aprire un negozietto e aumentare le entrate».

Amana ha 32 anni, cinque bambini ed è riconosciuta dalla comunità come una leader. Partecipa al comitato di gestione del punto d’acqua: «Mio marito è orgoglioso della mia responsabilità, perché il problema idrico è molto serio e vissuto da tutti. La mia famiglia mi appoggia, siamo tutti preoccupati di mantenere la sostenibilità del punto d’acqua. Oggi lavoro duro per mandare mia figlia a scuola e mi auguro diventi una ragazza volenterosa e onesta, attiva nella società di domani».

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