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lunedì 26 settembre 2022
 
l'editoriale
 

L’Africa soffre per la guerra in Ucraina

17/08/2022  L’inflazione alle stelle provoca scioperi e aggrava problemi cronici. Ma i giovani vogliono cambiare (di Andrea Riccardi).

La guerra in Ucraina è lontana dall’Africa, che recentemente ho visitato: il Malawi (18 milioni di abitanti, il  90% della popolazione in zone rurali, uno dei Paesi africani più densamente popolati), il Mozambico (31  milioni di abitanti, metà in estrema povertà, all’85% contadini). La guerra europea lì fa già sentire le  conseguenze. L’aumento del prezzo del carburante causa scioperi in Mozambico. Tutti constatano la  crescita dei prezzi. Un panino è divenuto più piccolo. In alcune zone del Malawi e del Mozambico si sente  il rischio della fame, specie per i più poveri, gli anziani. Grande è la povertà degli anziani, come in  buona parte dell’Africa, privi di sistema previdenziale. L’anziano dipende in tutto dalla famiglia, se ce l’ha. Il  Malawi, tutto agricolo, guarda al futuro con paura. Nel 2012 c’è stata una carestia che ha causato 3.000  morti e tante sofferenze. Nel mondo globale siamo tutti legati e le conseguenze della guerra  ucraina si sentono a distanza.

Già la pandemia del Covid- 19 ha colpito l’economia di strada, fonte di vita  per molti in questi Paesi. Maputo, capitale del Mozambico, che ho visitato tante volte (fin da quando era  attanagliata dalla fame nel 1984), è sempre in crescita, con nuovi palazzi, traffico intenso, nuove imprese.  L’economia si sviluppa, ma il benessere è di troppo pochi. La pace tra la FRELIMO (allora partito unico al  potere, che aveva condotto la guerra di liberazione al colonialismo portoghese) e la guerriglia della  RENAMO è stata firmata 30 anni fa, il 4 ottobre 1992, dopo lunghi negoziati a Sant’Egidio. Matteo Zuppi e  io eravamo mediatori. Per molti anni il Paese è stato in pace. Oggi, nel Nord, oltre a grandi ricchezze  naturali è apparsa purtroppo una guerriglia islamista, che il governo non riesce a battere. Terrorizza la  popolazione con violenze e stragi. Quasi 900mila mozambicani hanno lasciato le case e si affollano nella  disperazione a Pemba e altrove, senza veri campi, con scarsi aiuti. Tanto dolore sembra lontano dalla  frenetica Maputo. Ma anche questo è Mozambico. Beira, città in cui il Portogallo ha lasciato un’impronta  urbanistica, è sull’Oceano indiano. La grande sfida è l’innalzamento dei mari. Nel 2019, un intenso ciclone  tropicale, Idai, ha colpito la città, seminando distruzione. Visito alcune case ricostruite per gli  anziani con un’iniziativa solidale.

Una di loro, Helena, mi dice: «Mi sento una persona, perché ho un  tetto». Sono colpito che abbia preso nella sua piccola casa, di cui è orgogliosa, 5 bambini, suoi nipoti e altri. Come mangeranno? Non si è mai tanto poveri da non poter aiutare un povero.... Incontro i malati di  Aids, curati nei centri Dream del Mozambico e del Malawi: la grande vittoria, 20 anni fa, fu introdurre le  cure come in Europa, mentre le organizzazioni internazionali affermavano che non era possibile in Africa  per l’incapacità africana a essere aderenti alle cure. Vergognosa politica, che sanciva la diseguaglianza  con il Nord del mondo. Per gli africani – si diceva – bastava la prevenzione e così per i malati senza cura  c’era una sentenza di morte. In Mozambico e in Malawi pulsa la vita. I bambini e i ragazzi sono tanti e  vogliono vivere e migliorare. A Beira, vado sulla tomba (una piccola croce sul suolo e basta) del vescovo  Jaime Gonçalves, mediatore per la pace a Roma. Fu il primo a sognarla. Il mondo ha bisogno di pace. E  l’Africa ha ancora bisogno di sogni.

 

 

 
 
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