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L’altra Calabria. Una regione divisa tra accoglienza e xenofobia

30/03/2016  Nei giorni in cui a Rosarno si consumava una guerra tra poveri, a Riace, a pochi chilometri di distanza, un terzo gruppo di rifugiati politici veniva accolto per rivitalizzare il paese.

Niente più deserto, niente tende, niente più sabbia sulla faccia. La patria ora ha il volto delle case di pietra e degli agrumeti di Riace. È così per un gruppo di rifugiati iracheni di origine palestinese, in prevalenza famiglie, che hanno trovato un nuovo alloggio in questo comune celebre per i suoi bronzi. È l’altra faccia della Calabria xenofoba della guerriglia di Rosarno. Riace è il paese dell’accoglienza. La scorsa settimana, un terzo gruppo di profughi ha raggiunto questo paesino di 1.600 abitanti che pare un presepe tra i monti, anche se è a due passi dal mare, dissanguato dall’emigrazione e dalla crisi demografica, per insediarsi in case vuote da decenni. Un’operazione fortissimamente voluta dal sindaco del Comune Mimmo Lucano, che oggi si ritrova in testa alla lista di quanti lavorano per cancellare la macchia xenofoba che pesa sulla sua regione.

Il pullman arriva nella notte, uomini, donne e bambini si ritrovano in piazza, accolti dai rifugiati già arrivati lo scorso anno e perfettamente integrati con gli abitanti del paese. Con loro c’è anche Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr Italia. Hanno vissuto nel campo di Al Tanf, allestito nel maggio del 2006 dopo che a un gruppo di palestinesi in fuga fu negato l’ingresso in Siria. Una striscia di deserto, una terra di nessuno compresa tra un muro di cemento, un’autostrada e la dogana. Il sindaco li guida per le viuzze strette fino a Palazzo Pinnarò, dove ha sede l’associazione Città futura, luogo di accoglienza per scambi culturali, rifugiati politici, vittime del disagio sociale. Il sindaco spalanca le finestre dei nuovi alloggi.
All’alba, nella luce dell’aurora, da quelle finestre si scorgerà l’orizzonte di uno dei mari più belli d’Italia. I nuovi arrivati daranno vita agli antichi mestieri artigiani in via di estinzione, secondo un programma di formazione ben preciso che coinvolge anche i riacesi. Produrranno olio, decoreranno ceramiche, si occuperanno di filatura e artigianato locale, apriranno taverne e osterie. Tutto questo è stato possibile grazie alla volontà del sindaco e del progetto di reinsediamento del ministero dell’Interno, coadiuvato dall’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati politici, in collaborazione con l’Oim, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni.

«Il reinsediamento», spiega Flavio Di Giacomo, dell’Oim, «dà la possibilità di andare a offrire protezione a coloro che sono più vulnerabili, che da soli nulla potrebbero fare per cambiare la loro situazione, né potrebbero venire a chiedere asilo in Europa o in altri Paesi occidentali. Attuare programmi così è anche un mezzo per sviluppare politiche di integrazione efficaci e a lungo termine ». Molti Paesi lo fanno già da tempo, dagli Stati Uniti al Cile, dalla Svizzera alla Norvegia. L’Italia è arrivata ultima ma c’è. Ed è un gran risultato considerata l’aria che tira.

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