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lunedì 06 dicembre 2021
 
 

L'Ambrogino e il cuore di Milano

06/12/2010  Il premio ai Lions, per i sessant'anni dei club italiani, e a Terre des Hommes, che si occupa di adozioni a distanza. Ma anche allo chef Gualtiero Marchesi e allo stilista Lorenzo Riva.

I diplomi e le medagli dell'Ambrogino d'Oro.
I diplomi e le medagli dell'Ambrogino d'Oro.

Tutte le comunità hanno i loro piccoli e grandi riti. Milano ogni anno, nella festa del santo patrono Ambrogio, celebra le persone e le organizzazioni meritevoli e, così facendo, celebra se stessa con la consegna degli Ambrogini, la massima onoreficenza cittadina.

     Anche quest'anno il rito si è svolto con puntualità. E come sempre glil Ambrogini hanno dipinto il ritratto di una metropoli orgogliosa di se stessa e delle proprie tradizioni. Il volontariato e il giornalismo. Lo spettacolo e la moda. La cucina e l'industria. Con qualche contraddizione e con una certa larghezza, Milano rimanda all'Italia ma soprattutto a se stessa l'immagine di sé a cui tiene di più: città della produzione ma "con il cuore in mano", dell'organizzazione non priva di slanci, del culto del lavoro temperato dal "savoir vivre". Patria, soprattutto, di una borghesia che non ha perso il senso del sociale e del collettivo.

     Milano si piace così. Ai posteri giudicare quanto il quadro ideale corrisponda alla realtà. Nel frattempo, Famigliacristiana.it ha intervistato alcuni dei protagonisti di questa edizione dell'Ambrogino d'Oro. Gente che alla Milano ideale ha di sicuro contribuito.



 

Chef rinomato in tutto il mondo, Gualtiero Marchesi ha fatto della cucina italiana un'arte.
Chef rinomato in tutto il mondo, Gualtiero Marchesi ha fatto della cucina italiana un'arte.

Il primo lo aveva ricevuto nel 1986 dalle mani dell’allora sindaco Carlo Tognoli. “Usavano poche cerimonie, allora, mi hanno dato una medaglia e via ” è il suo commento. Anche per questo, all’Ambrogino d’Oro, arrivato a distanza di quasi venticinque anni, teneva proprio. E forse, lo pensiamo anche noi, sentirà in cuor suo che è arrivato persino un po’ tardi. Lui che tutti chiamano “maestro”, è il  fondatore della nuova cucina italiana (il contrattacco nostrano alla nouvelle cuisine che nasceva in Francia in quegli stessi anni). Gualtiero Marchesi, milanese doc, classe 1930, è lo chef italiano più noto del mondo.

   Nel 1986 il suo ristorante è stato il primo in Italia a ricevere le tre stelle della guida Michelin. Ma lui, di quella stessa guida, francese e perciò un po’ snob nei confronti della nostra cucina, è stato anche il grande contestatore. Il Marchesi-pensiero, abbastanza condivisibile, è che i nostro ristoranti non devono affidarsi a una guida francese per avere successo.

  Quest’anno il Maestro ha festeggiato i suoi ottant’anni di attività con una grande mostra al Castello Sforzesco, che ripercorreva la sua prestigiosa carriera tra i fornelli, iniziata all'Albergo ristorante del Mercato di proprietà dei genitori, e passata per varie esperienze fino ad arrivare all'Albereta di Erbusco (Brescia) e al Marchesino - Teatro alla Scala di Milano, i suoi locali di oggi. Ristoranti dove sono cresciuti molti degli chef stellati che fanno grande oggi la gastronomia italiana nel mondo, da Carlo Cracco ad Andrea Berton, da Paolo Lopriore a Enrico Crippa, solo per citarne alcuni.

   “Chi ha visto questa primavera la mia mostra avrà capito cosa intendo dire quando parlo di cucina come arte”, ci dice. Sì, perché Marchesi, amico del pittore e poeta Aldo Calvi e sposato a una musicista, in gioventù ha frequentato le avanguardie artistiche milanesi, frequentato artisti come Lucio Fontana e si è cimentato persino nella musica.
I piatti devono avere all’interno la stessa armonia e fusione di ingredienti di un’opera musicale. C’è il compositore, ci sono gli esecutori (i miei cuochi). Tutto deve funzionare in perfetto accordo”, spiega. “Bisogna pensare che ogni ricetta è un progetto, capire quali sono le basi e quali i complementi. Il cocktail dei singoli elementi deve essere perfetto”.

- I suoi piatti, per esempio il suo celebre risotto alla milanese con la foglia d’oro, hanno l’essenzialità e la bellezza di quadri astratti…

     "L’arte è sempre stata una parte importante della mia vita. Ci si alimenta del buono e del bello".

- Torniamo al suo risotto, può dare un consiglio a milanesi e non che vogliono eseguire questo piatto tradizionale a regola d’arte?

     "Il piatto, come dicevo, è un progetto in equilibrio. Nel mio risotto gli elementi principali sono riso e zafferano. Un tocco di vino bianco serve a dare l’acidità Ci sono solo 10 grammi di burro, per dare la cremosità, e anche il formaggio grana è un complemento, non deve essere un elemento determinante del sapore. Ne bastano, anche in questo caso, appena 10 grammi. Nessuna formaggiera in tavola, dunque, questo è il consiglio per tutti gli amanti della buona cucina. Il formaggio lo deve regolare il cuoco in cucina e gli ospiti non dovrebbero mai aggiungere il formaggio a loro piacere. Rovinerebbero solo l’armonia del piatto. Per esempio, nel mio ristorante nella classica formaggiera metto solo del riso soffiato, che aggiunto al risotto regala un tocco croccante interessante”.

- In compenso, i commensali, nel suo ristorante di Erbusco, possono dare una sbirciatina in cucina, dato che avete messo una sorta di sipario che si apre e chiude e che mostra il lavoro dei cuochi.

     "Ci sono almeno una decina di cuochi sempre all’opera nella mia cucina. Un autentico laboratorio, che mi piace che i miei clienti possano osservare. Ho sempre ritenuto importante capire cosa sta dietro. Credo che se in televisione facessero vedere il dietro le quinte di imprese e laboratori artigianali realizzerebbero di certo trasmissioni di successo. La gente vuole capire come si fanno le cose e perché un oggetto o un piatto magari hanno un certo prezzo. Non tutto viene fabbricato in serie. Alcune cose nascondono davvero un’anima”.  

Carla Tirelli Di Stefano, governatore del Lions di Milano e provincia.
Carla Tirelli Di Stefano, governatore del Lions di Milano e provincia.

Vengono chiamati Cavalieri della luce. Questo perché da sempre i soci dei Lions di tutto il mondo si occupano di aiutare i non vedenti e le persone con problemi gravi della vista. Addestrare i cani da accompagnamento, per esempio, è uno dei tanti compiti che i club italiani e internazionali sostengono da anni. Anche in ricordo di una delle loro socie: Ellen Keller, una donna diventata sorda e cieca in tenerissima età a seguito di una malattia, alla cui vita è stato anche ispirato il celebre film Anna dei miracoli.

   Ma non è certo l’unico scopo del lionismo. Ai Lions piace dire che ogni volta che un club si mette all’opera, i problemi diminuiscono e le comunità migliorano. Questo perché agiscono a livello locale, nazionale e internazionale ovunque è necessario, con velocità e integrità morale.  “La rapidità d'intervento è sicuramente uno dei nostri meriti”, spiega Carla Tirelli Di Stefano, governatore dell’Ib4 , il distretto di Milano, il primo a essere nato in Italia nel 1951 (i Lions sono stati fondati a Chicago nel 1917 da Melvin Jones). “I nostri dirigenti durano in carica solo un anno, massimo due, quindi si deve necessariamente essere rapidi nella realizzazione dei progetti. Per il nostro operato siamo stati definiti la prima Ong del mondo”.

-  Quest’anno anche la città di Milano ha deciso di premiarvi.

   “Per noi il 2011 sarà un anno importante, perché festeggiamo i sessant’anni di vita. Il nostro club è stato il primo e quindi intendiamo condividere questo momento e il premio con tutti gli altri club d’Italia. A ricevere l’Ambrogino d’Oro erano presenti con me anche il Direttore internazionale e il Presidente del Consiglio dei governatori, le due più alte cariche nazionali”.

-  In quanti Paesi sono presenti i Lions?

   “Siamo presenti in 206 Paesi con 45.000 club. Ogni club è comunque autonomo nella gestione dei progetti mirati al territorio sul quale insiste. In questo sta la nostra  forza. Anche i club più piccoli riescono ad aiutare le realtà locali in tempi relativamente brevi. I governatori neo-eletti si incontrano una volta all’anno e lì possono incontrare i soci delle altre nazioni. In quell’occasione si tengono anche veri e propri corsi”.

- Come sono i vostri rapporti con il Comune di Milano?

   “Ottimi, da sempre. Il nostro è un distretto che lavora bene e che negli anni si è guadagnato la stima di sindaci e assessori. Insieme abbiamo più volte collaborato. Come già le ho spiegato, però, i nostri tempi sono rapidi e a volte non combaciano con quelli delle amministrazioni comunali, assoggettate alla normale burocrazia. Comunque, all’interno dei nostri club, abbiamo molte eccellenze e ci farebbe piacere che il Comune ci coinvolgesse più spesso nelle sue iniziative”.
 
-  Per questo anniversario avete previsto delle iniziative?

     "Per prima cosa stiamo organizzando una serie di screening gratuiti a disposizione  dei cittadini. Organizzeremo degli spazi all’interno dei centri commerciali e nelle piazze. È una cosa che abbiamo già fatto altre volte e per cui siamo attrezzati, Si potranno fare test audiovisivi, respiratori, esami del sangue, per il diabete…”.

- Offrite il cibo ai più poveri, vi occupate dei malati oncologici come dei giovani e degli anziani, sostenete i principi della pace tra i popoli e vi interessate al bene civico, culturale e sociale delle comunità, ma forse la gente non conosce abbastanza le vostre iniziative.

     "Indubbiamente siamo bravi nel fare ma non altrettanto bravi nel comunicare. A volte, la gente crede che pensiamo solo a divertirci organizzando concerti e serate di beneficienza. In verità, credo che fare della solidarietà sia più bello se ci si può anche divertire. La gioia è qualcosa che si trasmette a chi è meno fortunato. Così, per esempio, ho visto soci mettersi in gioco cantando in cori non professionali, solo per raccogliere dei fondi. E ne erano felici. Il tempo libero delle persone è sempre meno e se ci si può divertire facendo al contempo della solidarietà... Sono nei Lions da 14 anni e vi sono entrata in un momento difficile della mia vita. Un momento in cui avevo bisogno di trovare uno spazio in cui realizzarmi. Mi ha subito colpito la generosità delle persone del mio club. Ancora oggi, mi commuove quando pensoa gesti di grande amore per il prossimo che ho visto fare da chi, magari, mai mi sarei aspettata".

Bambino di strada in Perù (foto Terre des Hommes).
Bambino di strada in Perù (foto Terre des Hommes).

Anche la Fondazione Terre des Hommes Italia ha ricevuto il 7 dicembre, giorno di Sant'Ambrogio patrono di Milano, il prestigioso premio Ambrogino d'Oro, attestato del Comune di Milano di civica benemerenza. "Questo è il riconoscimento non solo di mezzo secolo di attività in difesa dei diritti dell'infanzia nel mondo", ha dichiarato Donatella Vergari, segretario generale di Terre des Hommes, "ma anche il segno di un rapporto di grande affetto e stima con la città e con i milanesi".

   Proprio in occasione dei cinquant'anni di vita, Milano ha così voluto festeggiare l'operato di questa associazione nata in Svizzera nel 1960, che si occupa di proteggere i più piccoli dall'abuso e dallo sfruttamento e di assicurare a ognuno di loro scuola, educazione, cure mediche e cibo.

   "Il rapporto con il Comune di Milano si è rafforzato in questi ultimi anni", spiega il responsabile della comnicazione di Terre des Hommes Italia, Paolo Ferrara. "Stiamo infatti collaborando con loro al progetto Child Guardian Award, un premio per le aziende che utlizzano nelle loro campagne pubblicitarie l'immagine dei bambini in maniera corretta. Grazie a questo stretto contatto con le amministrazioni mlanesi  l'anno scorso abbiamo potuto portare, proprio all'interno di Palazzo Marino, il municipio milanese di fronte al Teatro alla Scala, la nostra mostra Io proteggo i bambini ".

- In quali Paesi è presente con la sua azione Terre des Hommes Italia?

     
"Operiamo in questo momento in 22 paesi e 3 continenti con progetti di aiuto umanitario d'emergenza e di cooperazione internazionale per assicurare i diritti fondamentali dei bambini. Nella realizzazione seguiamo i principi di rigore e trasparenza finanziari, valorizzazione del patrimonio sociale e ambientale dei Paesi nei quali siamo presenti e della sostenibilità dei progetti. In Italia siamo invece impegnati soprattutto in campagne di sensibilizzazione e di advocacy in difesa dei diritti dell'infanzia e nel combattere il fenomeno del traffico dei minori".  

-Quali sono i progetti che la  vostra fondazione sta portando avanti in questo momento?

      "Cito solo i progetti più recenti. Tremila bambini delle famiglie più povere della Striscia di Gaza hanno potuto accedere a una valutazione medica completa dello stato di salute, in particolare per valutare stati di malnutrizione e anemia, grazie al progetto di Terre des Hommes finanziato da Echo. Per fronteggiare l'epidemia di colera che ha colpito Haiti, mietendo le sue vittime anche a Port au Prince, Terre des Hommes ha aiutato a mettere in funzione i locali della Clinica materno-infantile “Franswa” appena costruita in una delle più grandi bidonville della capitale. Sarà gestita dalle Suore di Fraternità Missionaria Francescana e dagli operatori di Medici senza frontiere, che si occupano delle visite mediche e del trattamento dei casi accertati di colera".

Lo stilista Lorenzo Riva sulla passerella con una delle sue modelle.
Lo stilista Lorenzo Riva sulla passerella con una delle sue modelle.

Milano è capitale internazionale della moda. Così, quest’anno l’Ambrogino  d’Oro è stato assegnato anche a uno dei grandi stilisti che hanno diffuso il talento creativo lombardo nel mondo, facendo grande il Made in Italy: Lorenzo Riva.

     Creatore di abiti fin da ragazzino (ha iniziato disegnando un abito da sera per la sorella), Riva, classe 1938, ha aperto il primo atelier a soli vent’anni e ha iniziato presto a collaborare con le più note case di moda. Nel 1980 è stato direttore artistico della Maison Balenciaga. Nel 1991 ha creato la sua prima collezione di alta moda.

     La donna che veste Lorenzo Riva è quella che sceglie lo stile più classico, un guardaroba chic e femminile, fatto di abiti dal tagli sartoriali, quasi d’altri tempi. Una signora che non si lascia mai tentare dagli eccessi modaioli e preferisce farsi notare per la classe piuttosto che per l’esibizione. La creatività misurata e la sensibilità di Lorenzo Riva si esprimono al meglio nella realizzazione degli abiti da sposa. È lui lo stilista a cui si rivolgono le giovani donne della Milano che conta per vestire nel loro giorno più bello. Seguendo lo stile delle loro mamme, che dello stilista monzese scelgono da sempre gli vestiti da gran sera, per distinguersi nella serata a teatro, al cocktail o al vernissage.

     Doppio impegno, dunque, in questi giorni per Riva, che si appresta a ricevere il premio di benemerenza cittadina nello stesso giorno che lo trova da sempre impegnato a vestire le sue clienti più affezionate per prendere parte al più importante evento mondano cittadino, la prima della Scala. "Amo questa sera speciale dell’anno, in cui la nostra città si riempie di eleganza, di sfarzi dal sapore antico. Mi spiace che ci sia sempre più gente pronta a discutere e denigrare questo momento che, seppure esclusivo, fa parte della tradizione meneghina. Anche tante mie clienti fingono di snobbare l’evento, poi le incontro loro tutte in pompa nel foyer. Alcune corrono da me in atelier all’ultimo momento, per ordinare l’abito giusto per non sfigurare accanto al sindaco, all’attrice o alla moglie del tal ministro. In fondo, chi non vorrebbe essere presente alla prima del Teatro alla Scala?”

- Lei che dal suo primo atelier nel centro di Monza si è spostato a lavorare a Milano, come vive questa città?

     "Non si discute: Milano è la vera capitale della moda mondiale. Gli americani sanno fare solo il pret-à-porter. Parigi è soprattutto l’alta moda. Noi italiani, a Milano e a Roma, abbiamo stilisti che possono creare abiti per le regine, sfoggiare estro ed estrema libertà creativa nella haute couture e che nello stesso tempo sanno vestire  i momenti quotidiani di qualsiasi donna. Milano mi ha dato tanto, ma credo a mia volta di avere dato molto anch’io a questa città che amo. In fondo, se oggi mi viene riconosciuto questo premio, che sono davvero molto felice di ricevere, una ragione ci sarà".

- Milano è cambiata, in questi ultimi anni, per quanto riguarda il settore della moda?
  

     "Cambiamenti ce ne sono stati tanti e basta passeggiare in centro, per vedere come la geografia dei negozi presenti nelle vie più importanti sia cambiata a favore delle grandi catene straniere a poco prezzo, da H&M, Berschka, Mango o Zara. Non capisco però proprio le persone che mi vogliono spiegare che si può essere chic anche vestendo abitini da poco prezzo. L’eleganza da sartoria è un’altra cosa. La gente deve capire che la differenza non sta solo nel prezzo. In fondo, mi dispiace vedere come grandi maison,  per pure ragioni commerciali, si siano abbassate a firmare collezioni di questi magazzini low cost”.

 
 
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