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lunedì 18 ottobre 2021
 
 

Lampedusa, prima di papa Francesco

07/07/2013  La visita del Pontefice è un segno forte di accoglienza e di solidarietà verso i migranti. Ma sembra ieri che l'Italia si distingueva per i respingimenti e le violazioni del diritto d'asilo. E la legge Bossi-Fini, come pure i Cie, sono ancora una realtà.

   L’accoglienza. L’integrazione. La solidarietà. Oggi sembrano un patrimonio quasi naturale del Paese, quasi iscritto nel Dna degli italiani. La nomina di un ministro dell’Integrazione di colore è parsa quasi scontata, a parte qualche guaito leghista. Merito anche dell’ostinata politica del suo predecessore Andrea Riccardi, che ha dato al governo Monti il suo carattere distintivo persino sul piano antropologico. Eppure non sempre è stato così.

Perché ci sono stati mesi, anni, in cui il Paese sembrava essere in mano a pulsioni del tutto opposte. Gli anni dei respingimenti dei barconi carichi di povera gente in cerca di un approdo in Europa. Gli anni del tira e molla sull’apertura dei Centri di accoglienza, a cominciare da quello di Lampedusa. Gli anni della legge contro i matrimoni misti. Una legge che riuscì a impedire a centinaia di migliaia di immigrati di mettere su una famiglia, su modello del manzoniano don Rodrigo e «in spregio a un diritto fondamentale della persona, sancito dalla Costituzione (agli articoli 29 e 30), dalle leggi dell’Unione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dal quel diritto naturale e universale che muove il mondo e che è alla base del Vangelo: l’amore». E il bello è che a partire è stata Verona, la città di Giulietta e Romeo. Per non parlare delle proposte che diventavano tema di dibattito nazionale, come le classi uniche per stranieri.

Le proposte bislacche si susseguivano al ritmo di una al giorno, dai presidi e professori autoctoni al dialetto a scuola (ideale per formare cittadini europei), alle gabbie salariali, ai giudici eletti dal popolo fino ai sottotitoli in dialetto delle fiction e al cambio dell’inno nazionale. Ai vigili urbani che andavano casa per casa in certi paesi a chiedere i documenti agli extracomunitari. Al pullman di Milano con le sbarre ai finestrini che dava la caccia ai clandestini. Al divieto di curarli nei pronto soccorso.

E non dimentichiamoci che in Italia vige ancora la legge Bossi-Fini. Una legge incompleta contenente diverse criticità sul piano del diritto d’asilo, come ha evidenziato Amnesty International nel suo rapporto annuale del 2006. Le procedure di asilo sono complesse ed estenuanti.  Quante persone che avevano diritto all’accoglienza sono state respinte in mare e rinviate in Libia, in spregio alle norme di diritto internazionale?

Persino rappresentanti della Chiesa, a volte, mostravano un volto diverso, che poteva smarrire laici e credenti.  Nel 2008 il Vaticano assegnò un’onorificenza al ministro degli Interni Roberto Maroni, nonostante si fosse nel pieno della politica dei respingimenti e il povero monsignor Marchetto, presidente del Pontificio consiglio della Pastorale per i Migranti, non cessava di ricordare i diritti di chi bussa alla nostra porta per disperazione o per fame o semplicemente perché vorrebbe un avvenire migliore. Si tratta dell’Ordine Piano, uno dei più prestigiosi riconoscimenti della Santa Sede, attribuito ai cattolici «di distintissima condizione» e a personaggi che abbiano resi importanti servigi al pontefice. Il “cavaliere” che ne viene insignito ha diritto di indossarne le insegne (una fascia rossa e blu con una placca a forma di sole) durante le sacre cerimonie. E a ricevere il saluto delle Guardie Svizzere.

Era il tempo in cui Silvano Lancini, un imprenditore bresciano, aveva donato diecimila euro a una scuola del Nord perché il sindaco leghista aveva lasciato digiuni i figli dei genitori che non pagavano la retta della mensa (in gran parte extracomunitari). La sua lettera che ne spiegava i motivi fu una luce nella notte. La Presidenza della Repubblica lo insignì del cavalierato. Ma dal Vaticano, in quel caso, nessuna medaglia. Forse le avevano finite.      

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