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Lampedusa. Un nuovo olocausto

22/02/2016  Il film documentario “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi. Il regista si è fermato un anno a Lampedusa. Con lui c’era Samuele, 12 anni, che vive e gioca in mezzo al dramma dei migranti. E c’erano loro, che hanno attraversato quella “tomba d’acqua” che è il Mediterraneo

C’era una volta un piccolo luogo, un puntino sulla cartina dell’Europa, un niente in mezzo al mare, un’isola di soli venti chilometri quadrati, bizzarria rocciosa che dal profondo del Mediterraneo si erge fino a 130 metri d’altezza. Oggi è un simbolo della Storia: è Lampedusa, l’approdo dei disperati, dei diseredati, di chi cerca salvezza da più inferni sparsi nel mondo.
«Ho scelto l’isola come avamposto mentale». È Gianfranco Rosi a parlare, il regista in concorso al Festival di Berlino con Fuocoammare, due ore d’immagini e storie che s’incrociano; sono le storie dei migranti salvati e di quelli morti, di un lampedusano di 12 anni e di un medico.
«Sono stato a Lampedusa per un anno circa, ho preso una casa in affitto e devo ringraziare Giuseppe Del Volgo, mia guida locale e aiuto regista; m’ha aiutato a capire l’isola per raccontarla », dice Rosi. Il suo ultimo lavoro era stato Sacro GRA, il documentario che ha vinto la Mostra del cinema di Venezia nel 2013. Ora è la volta del Festival di Berlino con Fuocoammare, che esce nelle sale il 18 febbraio.
«Ma il film è già stato venduto in Svizzera, Olanda, Belgio, Francia, Gran Bretagna», puntualizza il regista, finalmente a Roma, nella sua casa-studio di Trastevere, a pochi passi dal carcere di Regina Coeli. «Non ho mai tempo per mettere a posto la casa, vivo più altrove che qui». Come a Lampedusa, dove è stato un anno, oltre a sei settimane su una nave della Marina militare, la Gigala Fulgosi, impegnata nella vigilanza del Mediterraneo.
Fuocoammare è un film necessario per non abbassare l’attenzione su africani e asiatici che fuggono da guerre, repressione, violenza, fame, cercando un primo approdo europeo. Dice Rosi: «L’isola è il simbolo della tragedia, lo sappiamo, ma volevo mostrare anche la vita quotidiana dei lampedusani, in particolare quella di Samuele, un ragazzino che studia, va a scuola, cerca di imparare a stare in barca, gioca, costruisce onde; che vive, insomma, mentre dal mare arrivano eritrei e nigeriani, libici, somali e siriani in condizioni spesso disperate».

LA FORZA DELLE EMOZIONI. Niente finzione nel film di Gianfranco Rosi, solo realtà, quel tipo di realtà che non si dimentica, una volta vista. «Il linguaggio dei documentari è cambiato rispetto al passato. Oggi è più personalizzato, non si filma più soltanto per mostrare. L’autore deve saper trasformare la realtà che filma, deve scuotere attraverso le emozioni».
E di emozioni il film è pieno, dall’inizio alla fine. Emoziona Samuele, il suo modo di parlare, il suo essere già pronto a una vita da adulto, con “l’occhio pigro”, quell’ansia in petto che non teme di confidare al medico e quella capacità di ascoltare i suggerimenti dei grandi su come si va per mare; una cosa che deve diventare normale anche per lui, che in acqua invece sta male.
E le emozioni continuano con i racconti di chi si è salvato e nel centro d’accoglienza, quando si sente chiedere da dove venga, risponde cantando. Canta che ha rischiato di morire nel Sahara, e poi anche in Libia, e che è partito per Lampedusa perché «là sarei morto certamente. Qui, forse». Perché basta un forse a dare speranze a chi non ha più nulla da salvare. Rosi ha il rispetto di chi sa di dover registrare per immagini le sensazioni. Le filma nella loro naturalezza: «Non faccio dire nulla», basta la realtà. «Ero sulla nave; avevamo ricevuto un S.O.S. quando vedemmo un barcone. Capimmo che non era quello che cercavamo e così abbiamo cambiato direzione».
Un barcone con 150 persone allo stremo. Ma sotto, nella stiva, Rosi e gli uomini della Gigala Fulgosi trovano 40 morti. «Mi sono trovato davanti alla tragedia. Filmavo il barcone, sentivo le urla di paura, vedevo donne e uomini piangere. Sono andato in crisi: come mi potevo rapportare con la cinepresa in un momento del genere? Anche il mio rapporto col film si era congelato. Poi scesi nella stiva...».
 Rosi ha fatto scendere anche noi spettatori in quella stiva. Per vedere l’orrore, ma anche cosa fanno gli uomini impegnati a portare quei corpi senza vita per l’ultimo viaggio. Mentre altri, sulla nave, ispezionano i vivi, cercano di capirne almeno la provenienza, e i medici provvedono a una prima visita sommaria. Le emozioni non finiscono, perché in Fuocoammare c’è quel medico che ancora non si è abituato a guardare i morti e si divide tra un’ecografia a una profuga che attende due gemelli e i corpi di chi la vita l’ha perduta. «Oggi», dice Rosi, «il Mediterraneo è una tomba d’acqua, ma temo sia solo l’inizio. Fu scioccante quando scoprimmo l’Olocausto attraverso i filmati, ma era la fine di un incubo. Quello di oggi, invece, è solo l’inizio. È un nuovo olocausto».
Un film duro? Sì, anche. Ma è soprattutto un film compassionevole e necessario. E se lo vedranno anche negli altri Paesi d’Europa, forse all’estero capiranno meglio quanto l’Italia stia facendo e quanto la parola “aiuto” debba diventare un passaporto di speranza. Quella speranza di futuro che nutre il piccolo Samuele: all’inizio del film costruisce onde con cui uccidere gli uccellini. Alla fine, va ad accarezzarli, parlando loro delicatamente.

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