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Lanciano, Texas

01/04/2016  Il mondo ecclesiale abruzzese scende in campo accanto all’associazionismo laico contro le nuove trivellazioni petrolifere sottomarine nell’Adriatico liberalizzate dal Governo Renzi: un progetto che «non genera nuova occupazione e svende alle multinazionali lo sfruttamento delle risorse».

In una giornata piovosa, lo scorso 23 maggio, una grande manifestazione pacifica di 60 mila persone ha invaso il centro di Lanciano, una cittadina abruzzese che conta soltanto 35 mila abitanti, per protestare contro l’ennesima trivellazione dell’Adriatico, a pochi chilometri dalla costa. Ombrina mare è il nome di un giacimento petrolifero davanti al comune di San Vito, al largo della costa fra Ortona e Vasto, che dovrebbe essere sfruttato dalla compagnia petrolifera Medoil con la costruzione di una nuova piattaforma, dotata di una nave a supporto delle estrazioni, più un oleodotto e un gasdotto sottomarini, a soli 6 chilometri dalla costa. Sdoganata dal decreto Sblocca Italia, approvato la scorsa primavera dal Governo Renzi, insieme al recupero di Rospo mare ed Elsa 2, altri due progetti di trivellazione al largo delle spiagge abruzzesi. Senza contare che dal 2001, almeno sulla carta, si troverebbe in quest’aerea anche il Parco nazionale della Costa Teatina, pensato proprio per salvaguardare le bellezze del territorio, sotto costante minaccia di stravolgimento. Tutto grazie appunto al decreto di Renzi, che da queste parti chiamano piuttosto «Sblocca trivelle». Non a caso il presidente di Legambiente l’ha definito «la misura antiambientale più completa e organica che sia mai stata fatta nella storia della Repubblica», perché è da quel testo che riparte la petrolizzazione di casa nostra, all’inseguimento di un oro nero che nei nostri mari non è mai stato una vera risorsa e ora lo è meno che mai.

È una storia che a affonda le radici negli Anni ’50 del secolo scorso, con le ricerche del neonato Eni diretto da Enrico Mattei al largo di Ravenna e alle foci del Po, dopo la scoperta di giacimenti di gas metano in Pianura Padana. L’entusiasmo porta a intensificare licenze e relative trivellazioni, nell’illusione di portare il Paese all’indipendenza energetica. Con risultati che si riveleranno molto al di sotto delle aspettative reali o millantate allo scopo di apparire più forti di fronte ai giganti internazionali del settore, le famose «Sette sorelle». Perché qui sotto «non c’è petrolio ma bitume: per utilizzarlo bisogna applicare tecniche aggressive di lavorazione, come l’acidificazione, che devastano l’ecosistema marino», spiega Luciano Sasso, uno dei fondatori del locale Gas, Gruppo di acquisto solidale. «In particolare Ombrina sarà totalmente automatizzata perché per un essere umano sarebbe troppo pesante esporsi ai gas tossici utilizzati per l’estrazione». Le uniche a guadagnarci sono le imprese: «La maggioranza dei pozzi è gestita da aziende medio-piccole, che hanno interesse a sfruttare giacimenti anche poco produttivi per far “muovere” il titolo in borsa. Prima ancora del petrolio hanno prodotto utili finanziari», spiega Augusto De Sanctis, attivista del Forum dell’acqua. E aggiunge: «Le royalties che queste aziende pagano allo Stato per lo sfruttamento dei giacimenti sono bassissime, fra il 7 e il 10%, senza contare che esiste una franchigia grazie alla quale sotto un certo livello di produzione non pagano nulla, limite che si guardano bene dal superare».
Gli enti locali però ora hanno le mani legate: il decreto firmato Pd demanda a una sola commissione ministeriale, la Via (Valutazione impatto ambientale), la decisione se approvare nuovi impianti. I poteri di controllo della Regione sono così ridotti a zero, con il risultato che le multinazionali del petrolio vanno dritte allo scopo, o meglio alla trivella. Passando sopra la testa di istituzioni locali, associazioni ambientaliste, cittadini; sulla testa di quei 60 mila, con 482 adesioni di organizzazioni ed enti, molti arrivati da tutta Italia per sostenere l’indignazione popolare, che non accetta questo scollamento fra la volontà delle comunità locali e le decisioni del Governo.

E passando sulla testa anche della Chiesa locale, che qui da anni si è schierata compatta a fianco del popolo contro la devastazione del territorio: la Ceam, la Conferenza episcopale abruzzese e molisana, guidata dal vescovo di Pescara-Penne, monsignor Tommaso Valentinetti, insieme all’associazionismo ecclesiale, tra cui l’Azione cattolica, e la diocesi locale non hanno avuto dubbi a sfilare sotto i cartelli “No Ombrina”: «Ci siamo mobilitati con uno spirito di laicità, come cittadini, senza farne una bandiera», sottolinea don Carmine Miccoli, responsabile della Pastorale sociale dell’arcidiocesi di Lanciano-Ortona.

Il movimento nasce nel 2007 come risposta al progetto Centro oli di Ortona, un imponente impianto di raffinazione del greggio voluto dall’Eni e costruito su terreni agricoli delle colline ortonesi. Diversi proprietari dei terreni, perlopiù coltivati a vigna su bellissime colline digradanti verso il mare, si sono opposti all’esproprio, e le associazioni locali li hanno appoggiati: «Quando vedi la bellezza del territorio in cui vivi, è difficile sentirsi dire che non è più tuo, soltanto per un interesse speculativo e finanziario», dice Luciano Sasso, e racconta che la risposta popolare ha preso il via dalla cocciutaggine di un anziano contadino. «Si era rifiutato di vendere il suo terreno per costruire il Centro. Facevano pressione e allora quando venivamo a sapere il giorno dei sopralluoghi per l’esproprio, ci facevamo trovare in tanti al suo fianco: chi portava il pane, chi il salame, il nostro vino non mancava certo e lo offrivamo anche a loro. Organizzavamo un picnic e in questo modo presidiavamo la zona». Pratiche di resistenza che hanno contaminato interi paesi, perché «una cosa è certa: la lotta di uno è la lotta di tutti», dice don Carmine. «E noi partiamo dalle emergenze della nostra regione per mettere in discussione tutto il nostro modo di vivere e contrastare un’economia e una politica che hanno perso il senso del bene comune».

L’Eni si è poi tirata indietro ma il progetto Centro oli esiste ancora. In quell’occasione sono nate molte associazioni contro l’inquinamento che hanno iniziato a fare rete così da far sentire la propria voce sui rischi per la salute: nella zona infatti si registra un’incidenza di tumori e leucemie tre volte superiore alla media regionale. Lo stesso accade in Val di Sangro, nella zona meridionale della provincia di Chieti, per la presenza di un massiccio agglomerato industriale, o vicino alla discarica di Bussi (Pescara), dove la Montedison scaricava i suoi scarti, tanto che ora la chiamano la «terra dei fuochi dell’Abruzzo». Lo conferma proprio Luciano Sasso, che lavorava alla Fondazione Mario Negri Sud, un centro di ricerche che faceva analisi ambientali, chiuso l’anno scorso. Oggi restano soltanto i dati ufficiali dell’Arta, l’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente. Per loro, niente da segnalare.

Esempi di progetti disarmanti, d’altronde, da queste parti si inanellano uno all’altro: come l’oleodotto che la Snam, la Società nazionale metanodotti, vorrebbe far passare nella regione di Sulmona, una zona altamente sismica, a soli cinque anni dal terremoto che ha devastato l’Aquila. O il progetto Forest a Bomba (Chieti), che aveva previsto lo sfruttamento del giacimento di gas naturale, a poche centinaia di metri dalla diga sul fiume Sangro: in caso di incidente le conseguenze sarebbero state devastanti. Progetto fortemente osteggiato dalla popolazione locale e infine bloccato da una sentenza del Consiglio di Stato nel maggio scorso.

«Il profitto è irrazionale», commenta con un sorriso don Carmine. «O meglio, ubbidisce alle ragioni del capitale e non è umano. Il petrolio in Abruzzo è simbolo di come certe politiche stiano cercando di stravolgere il legame fra vita e territorio. Guardiamo per esempio Rospo mare, davanti a Vasto: è vecchia, inquina, non produce, non porta lavoro. È l’emblema della petrolizzazione in Italia». A quanto pare anche la ricaduta sul territorio in termini di occupazione è nulla: i nuovi impianti, qualora non siano completamente automatizzati, richiederanno soltanto tecnici specializzati. «L’indotto petrolifero», specifica don Miccoli, «impiega in tutto circa duecento persone e non aumenta da anni».

Ma ora nelle persone è nata una nuova coscienza. «Solo dieci anni fa l’opposizione era individuale e frammentata, mentre ora siamo tutti uniti: studenti, collettivi, centri sociali, e molto spesso le diocesi e i canali ecclesiali in generale fanno da raccordo o permettono la conoscenza e la diffusione delle iniziative di lotta», racconta Eliana, 23 anni, impegnata in Azione cattolica e nella rete Nuovi stili di vita, nata proprio per ragionare su un nuovo modello etico di sviluppo, in particolare sul tema del cibo, e che ora coinvolge 90 diocesi in tutta Italia. Un percorso ecclesiale che si traduce nell’uscire dalle sacrestie per andare verso la gente, condividendone le priorità e le sofferenze. A volte anche aprendo letteralmente le porte delle chiese alle riunioni dei movimenti, come fa don Silvio Piccoli nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Termoli, diventata il centro di ritrovo dei movimenti “No triv” e “No Ombrina” della zona.

Un impegno che sta cambiando profondamente la Chiesa. «C’era una forte disaffezione alla politica ma ora vediamo che sta rinascendo una sensibilità democratica che parte dalla base. Come Chiesa stiamo giocando un ruolo importante nel sostenere questo processo», conferma don Miccoli. Di più: «L’aver ascoltato i movimenti popolari senza considerarli più nemici ha portato a una vera e propria rivitalizzazione della Chiesa», confessa Antonio De Lellis, di Termoli, consigliere nazionale di Pax Christi e di Attac Italia, un movimento di autoeducazione popolare orientata all’azione e alla costruzione di un altro mondo possibile, una delle più grandi reti internazionali di opposizione e alternativa al neoliberismo costruita in questi anni dal movimento altermondialista.

La diocesi di Termoli ha infatti condotto una battaglia cruciale per l’acqua pubblica insieme ai movimenti sociali: ha partecipato alla promozione del referendum popolare del 2007 ed è stata, nel 2005, l’unica realtà ecclesiale a far parte del Forum italiano per l’acqua pubblica, in prima linea quando era scomodo farlo. Anche Termoli fa parte della rete Nuovi stili di vita e De Lellis sulle trivellazioni non ha dubbi: «Il decreto Sblocca Italia ha svenduto il territorio », dice. «Mentre ovunque si parla di attenzione ai cambiamenti climatici e nuovi modelli di produzione, l’Italia sceglie la petrolizzazione, anche se è dimostrato che inquina». Dall’acqua potabile a quella del mare non c’è soluzione di continuità: la battaglia è una sola, ne va della salvezza del territorio. «Ci informiamo, facciamo rete, condividiamo le esperienze fra regioni diverse», racconta De Lellis, «quella è la nostra forza. Perché ci siamo resi conto che l’attacco è totale e non si possono condurre battaglie singole ». Non esiste più il proprio orticello. O per dirla con le parole di Luciano Sasso: se le competenze per decidere su un territorio non sono più regionali ma nazionali, anche la lotta si estende a tutta l’Italia.

Grande sostegno e conforto è arrivato in questo senso dalla recente enciclica Laudato si’, che va proprio nella direzione della costruzione di un ordine sociale basato sulla giustizia e sulla pace, a partire dalla salvaguardia del creato. «È un testo che nasce dall’incontro con i Sem terra di João Pedro Stedile e con le comunità di base, l’impianto teologico risale a Leonardo Bo] (uno dei principali teologi della liberazione, ndr): non è un caso che venga da un Papa sudamericano», commenta don Carmine. «Siamo di fronte a una critica piena al capitalismo e a un’economia che non rispetta la vita. Questa enciclica parla a tutti, non soltanto ai cattolici: ho visto amici atei con le lacrime agli occhi perché hanno ritrovato nelle parole del Papa il senso di una battaglia comune, di un riscatto che parte dai poveri e dagli oppressi».

E se la Chiesa si è riconciliata con i «cristiani allontanati», come li definisce De Lellis, anche i movimenti
hanno imparato a fidarsi dei credenti: «Fino a qualche anno fa Attac non avrebbe mai chiesto a un cattolico di entrare a far parte del consiglio nazionale», dice. Un legame che si stringe e porta frutti, probabilmente l’unica speranza di fare davvero politica dal basso: «Nel 2001 a Genova l’unione fra i movimenti sociali e la Chiesa è stata repressa nel sangue perché ritenuta troppo pericolosa», commenta De Lellis. «Quel fiume carsico è riemerso nel 2005 con la lotta per l’acqua pubblica e oggi si sta fortificando sempre di più». Un legame che si rinsalda da Nord a Sud della Penisola: non a caso, dietro le scritte “No Ombrina” e “No triv” alle manifestazioni compaiono anche i cartelli “No Tav”, a indicare che la lotta è una sola e proprio le diocesi possono aiutare a fare da raccordo fra pratiche di resistenza, per non sprecare risorse e perdersi in un attivismo pastorale sterile, permettendo di saldare il rapporto fra mondo ecclesiale e mondo civile. È la strategia della lumaca, come la chiama don Carmine. La rivoluzione dal basso, che non te ne accorgi ma si muove, procede lenta ma inesorabile e prima o poi cambia tutto.

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