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martedì 28 maggio 2024
 
myanmar
 

«Lancio un appello ai cristiani nel mondo: aiutateci»

31/05/2021  La religiosa delle suore di San Francesco Saverio, Ann Rose spiega cosa sta accadendo nel suo Paese e chiede aiuto alla comunità internazionale, ai cattolici in particolare

Suor Ann Rose Nu Tawng.
Suor Ann Rose Nu Tawng.

«Uccidete me, non la gente!». Suor Ann Rose Nu Tawng l’ha ripetuto più volte, tra le lacrime, ai militari schierati nel centro della sua città, Myitkyina, nel Nord del Myanmar. Era il 28 febbraio e quell’immagine ha fatto il giro del mondo, diventando in breve un’icona della protesta popolare non violenta in atto nel Paese dal 1° febbraio scorso, giorno in cui i militari hanno destituito la leader democratica Aung San Suu Kyi, vincitrice delle elezioni del novembre 2020. L’8 marzo la scena si è ripetuta: “sorella coraggio” ha di nuovo affrontato disarmata i poliziotti. La prima volta, nonostante due sassi che l’hanno colpita al petto, la sua mediazione ha avuto successo, la seconda no: due persone hanno perso la vita. Religiosa delle suore di San Francesco Saverio, Ann Rose ha accettato di essere intervistata da Famiglia Cristiana per spiegare cosa sta accadendo nel suo Paese e lanciare un appello al mondo, ai cattolici in primo luogo.

Nata nel 1977 in un villaggio del Nord, quinta di 13 figli, lavora come infermiera nella clinica diocesana della capitale dello Stato Kachin.

Suor Ann Rose, dove ha trovato il coraggio per affrontare, disarmata, uomini con i fucili in mano?

«Credo che Dio si sia servito di me, lo Spirito Santo mi ha dato la forza. Questo non sarà mai un Paese democratico finché poliziotti e soldati, che dovrebbero proteggere le persone, le uccidono».

Cosa è cambiato nella sua vita dal primo febbraio a oggi?

«Quando ho saputo del colpo di Stato, mi sono sentita assalire dalla disperazione, dalla sensazione di sprofondare in un buio passato».

C’è qualcosa di nuovo, stavolta, rispetto alle precedenti proteste?

«In Myanmar tanta gente si sta ribellando: sono scesi in piazza i giovani, gli studenti, ma anche tanti lavoratori di diverse categorie: impiegati statali, medici, insegnanti. Questo è un fatto nuovo».

Lei lavora come infermiera. Come sta vivendo questo periodo?

«Ogni giorno arrivano feriti nella nostra clinica, che vanno ad aggiungersi ai tanti malati. Ci viene chiesto un surplus di fatica: qualche volta mi manca il tempo per andare in chiesa, ma affido il mio lavoro a Dio come preghiera».

Ha fatto il giro del mondo la notizia dell’uccisione di Kyal Sin, una ragazza di 19 anni soprannominata “l’Angelo”.

«I giovani sono sempre in prima linea nelle proteste, affrontano i militari, i lacrimogeni e i proiettili. Vanno avanti con coraggio, animati dalla speranza. Sanno che se la protesta non arriverà a buon ne si tornerà al passato. Per questo sono pronti a offrire la vita per dare un futuro migliore al loro Paese. Li ammiro e li ricordo spesso al Signore».

Come mai oggi i giovani sono così impegnati e attivi nella protesta?

«Alcuni di loro hanno studiato all’estero, hanno fatto esperienza della libertà e vogliono la stessa cosa per sé e per il loro popolo. I militari hanno ucciso alcuni dei giovani impegnati nelle proteste, ma ciò non è bastato a fermarli».

Come si sente quando vede le scene di violenza di cui sono protagonisti i militari?

«Io appartengo al popolo del Myanmar e avverto gli stessi sentimenti della gente: mi sento triste. Prego il Signore per il mio Paese e vi chiedo di farlo con noi. Non voglio rimanere ancora sotto la pressione dei militari e non voglio questo futuro nemmeno per i nostri giovani».

Cosa chiede al Signore per il Myanmar?

«Da quando la Giunta militare ha preso il potere, nel 1962, il nostro Paese ha fatto molti passi indietro dal punto di vista sociale, educativo ed economico, ma i governanti hanno cercato di farci credere che il Myanmar andasse meglio. Non vogliamo che questo riaccada di nuovo».

Come si può uscire da questa situazione?

«La violenza deve finire, i capi religiosi e politici dovrebbero incontrarsi e dialogare. Credo che il dialogo e il perdono reciproco siano alla base di un Paese felice e democratico. Mi affido a Dio perché ci guidi Lui».

C’è speranza che i militari si arrendano al volere del popolo?

«All’interno di polizia e militari ci sono anche brave persone, io stessa ne ho fatto esperienza. Alcuni sono disponibili al dialogo, ma i capi no. Tuttavia, nutro la speranza che il Movimento per la disobbedienza civile riuscirà a fermare pacificamente la violenza. Conseguire la vittoria finale non sarà facile, ma se stiamo insieme possiamo farcela».

Il 17 marzo il Papa ha detto: «Anche io mi inginocchio sulle strade del Myanmar e dico: cessi la violenza». Come ha reagito?

«Questo sentimento di condivisione del Papa ci ha colpito e rafforzato. Perciò anche io chiedo: continuate a pregare per il nostro Paese e ad aiutarci, ne abbiamo molto bisogno!».

Cosa si aspetta dai cristiani di altri Paesi?

«In Italia avete fatto tanto per informare la gente su quanto accade qui. So che pregate per noi e vi siete mobilitati. Noi da soli non ce la faremo a uscire da questa situazione complessa. Per questo ci appelliamo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà».

Spesso abbiamo visto scendere in strada anche sacerdoti, seminaristi, suore e fedeli laici. Questo può contribuire a fare sentire la Chiesa vicina al popolo, in particolar modo in un Paese dove la popolazione è in maggioranza buddhista?

«Sì. Tanti hanno capito che siamo in profonda unità con il popolo, che sentiamo il dolore della gente, come fratelli e come cittadini, membri di una sola famiglia. Noi stiamo vivendo tutto questo come una missione: vogliamo essere “Chiesa in uscita”. Vogliamo stare dalla parte della verità e della libertà e siamo pronti a pagare un prezzo per questo. Non sarà facile vincere. Ma la speranza è l’ultima a morire».

(Ha collaborato suor Margaret Htu Hkawng)

 
 
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