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Storie dimenticate
 

La strage della "piccola Cefalonia" strappata all'oblio

04/03/2017  Nel 1943 103 ufficiali del nostro Paese furono trucidati dai nazisti sull’isola di Kos, in Grecia. Così il colonnello Pietro Giovanni Liuzzi ha recuperato una pagina di storia della Seconda guerra mondiale. E raccontata, assieme alla giornalista Lieta Zanatta, nel libro "Operazione Lisia".

parte dei reperti riesumati dal colonnello Liuzzi
parte dei reperti riesumati dal colonnello Liuzzi

Quanti conoscono la storia dell’eccidio di Kos, la cosiddetta “piccola Cefalonia”? Quanti sanno che nel 1943, in quell’isola greca del Dodecaneso, nel Mar Egeo, che allora era dominio italiano, furono trucidati 103 ufficiali italiani che si rifiutarono di collaborare con i nazisti? Se non fosse stato per la volontà e la tenacia di un ex colonnello dell’esercito, che quasi dodici anni fa iniziò a interessarsi di una vicenda dimenticata da tutti, chissà per quanto tempo ancora questo efferato crimine di guerra sarebbe rimasto chiuso negli “armadi della vergogna” e il martirio dei militari italiani sarebbe rimasto per sempre sepolto dall’oblio. Ora grazie a due pubblicazioni molto documentate e a una prima campagna di scavi, è tornata la luce su questa pagina buia. Anche se molto resta ancora da fare.

 

Tutto cominciò con la pubblicazione nel 2005 sul Corriere della Sera di una lettera scritta da una signora che era solita trascorrere le vacanze a Kos e che segnalava questa oscura vicenda della Seconda guerra mondiale, chiedendosi perché nessuno se ne fosse ancora occupato, visto tra l’altro che di quei 103 ufficiali si era trovato il corpo di soli 66 e che degli altri 37 se ne erano perdute totalmente le tracce. La lettera non sfuggì all’attenzione di Pietro Giovanni Liuzzi, colonnello a riposo, classe 1935, residente a Latina, che all’epoca si stava occupando proprio dell’eccidio di Cefalonia, dove furono passati per le armi dai tedeschi migliaia di soldati italiani della divisione Acqui. «Iniziai così a occuparmi di Kos. Il mio intento era quello di cercare di trovare i corpi di quei 37 ufficiali, di cui abbiamo nome e cognome, che non furono mai rinvenuti nelle fosse comuni scavate allora».

 

Cosa accadde in quest’isola, dopo l’8 settembre 1943? «Come a Cefalonia, i nostri furono abbandonati al loro destino. I soldati inglesi furono trasferiti in Germania come prigionieri, mentre gli italiani furono ritenuti traditori per non aver collaborato, processati sommariamente e rinchiusi in una caserma sull’isola per essere, poi, portati in continente». Ma nessuno vi arrivò mai, perché nel tragitto dalla caserma al porticciolo vennero fucilati dai tedeschi e gettati in undici fosse comuni: in tutto 103 ufficiali appartenenti al Decimo reggimento di fanteria Regina. Le fosse furono rinvenute già nel 1945. Ma ne trovarono solo otto. In esse furono riesumate 66 salme a cui venne data sepoltura prima nel cimitero cattolico dell’isola, quindi traslate nell’ossario militare dei caduti d’oltremare di Bari. Fin qui la storia nei documenti ufficiali. Ma ci si dimenticò presto degli altri 37 corpi. Che fine avevano fatto? Dov’erano le altre tre fosse? «Mi misi a fare ricerche e a consultare gli archivi. Entrai pure in rapporto con alcuni dei familiari dei caduti. Cominciai a scrivere a destra e a manca per chiedere aiuti allo scopo di avviare una campagna di scavi. Ma nessuno, se non i parenti, sembrava interessato al recupero pietoso di queste salme, tantomeno le autorità italiane» ricorda l’ex colonnello.

 

Una petizione, promossa da Liuzzi nel 2010, raccolse quattromila firme. Vi si chiedeva al presidente della Repubblica la commemorazione dei 103 caduti, la ricerca delle salme e l’inclusione di Kos negli Itinerari della memoria, accanto a Cefalonia, El Alamein, Sant’Anna di Stazzema. L’anno dopo sarebbe nato, sempre su sua iniziativa, il Comitato “Caduti di Kos”. «Finalmente nel luglio del 2015, dopo aver raccolto 5.200 euro da amici e sostenitori e ottenuti tutti i permessi necessari in Italia e in Grecia, sono partito per Kos con cinque volontari per realizzare la campagna di scavo». Prendeva il via l’“Operazione Lisia”. Nonostante le difficoltà e la scarsità di mezzi, in una settimana sono riemersi dal sottosuolo i primi reperti: un paio d’occhiali, una protesi dentaria, una fibbia, una medaglietta, una penna stilografica, stellette e bottoni d’artigliere e alcuni bossoli di proiettili tedeschi. «E con essi, soprattutto alcuni resti di ossa», oggi nel cimitero cattolico dell’isola. Di quanto scoperto finora Liuzzi ha raccontato tutto in due libri, l’ultimo dei quali, “Operazione Lisia”,   scritto assieme alla giornalista Lieta Zanatta, è uscito l’anno scorso.

Nel raccontare  l’esito di quella missione tanto  tenacemente inseguita, la voce dell’ex-colonnello si rompe ancora adesso: “Sono entrato in Accademia nel 1954: i miei istruttori anziani erano della Classe del ‘20, cioè della stessa età dei caduti di Kos, quasi tutti ventiseienni, ma alcuni addirittura di 21 anni, capite?”.  

La memoria dei militi italiani è stata finalmente recuperata, ma l’opera per dare degna sepoltura ai loro corpi è ancora da venire. Ed è questo il cruccio di Liuzzi. Quando e chi finanzierà una nuova missione per recuperare le salme di quegli eroi massacrati in un’isola greca per non aver voluto cedere ai nazisti?

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