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domenica 17 ottobre 2021
 
 

Lasciatemi andare

01/04/2015  San Giovanni Paolo II commosse il mondo per il suo modo di affrontare la morte. In questo libro, quattro personalità che lo conoscevano bene ci spiegano le radici di quella forza.

San Giovanni Paolo II.
San Giovanni Paolo II.

Brano tratto dal libro Lasciatemi andare, La forza nella debolezza di Giovanni Paolo II, edizioni  San Paolo.

La croce accompagn
ò Giovanni Paolo II fin dai primi anni di vita. Si tratta di quel dolore che lascia per sempre nell'animo dell'uomo un segno profon­do, poiché si unisce alla prematura perdita delle per­sone più care. All’età di nove anni Karol perdette la madre; quattro anni dopo passò all'eternità suo fra­tello maggiore, Edmund, medico, che nell'ospedale fu contagiato da un paziente con la scarlattina e morì all’età di appena 26 anni. Nella memoria del ragazzo si impresse profondamente l'immagine del padre che, accanto alla bara del figlio, in lacrime ri­peteva le parole dell'invocazione: «Sia fatta la tua volontà».

L'esperienza della sofferenza nei primi anni di vita trovò espressione nelle poesie giovanili di Karol Wojtyla: Sulla tua bianca tomba e Magnificat. Nella prima poesia il poeta diciannovenne ricorda la madre morta prematuramente - «amore spento» - e dice con tristezza: «Oh quanti anni sono già spariti senza di te, quanti anni?». Sulla tomba della madre fioriscono «i fiori bianchi della vita», ed egli, il figlio, si china su di essa e rinnova la prece. La seconda poesia, ispirata dalle parole dell'inno di lode di Maria, glorifica il buon Dio per la bellezza del mondo che lo circonda, per la giovinezza, per la poesia, per la gio­ia e per la sofferenza.

Dopo la morte della madre e del fratello, Karol ri­mase solo con il padre, ma anche quest'ultimo lega­me familiare si ruppe nel febbraio 1941. Tornato a ca­sa dal lavoro, trovò il padre morto. Aveva 62 anni.

All'inizio del secondo anno del seminario maggio­re clandestino di Cracovia, un'altra sofferenza colpì ancora il giovane. Il 29 febbraio 1944, mentre torna­va dalla fabbrica Solvay dove lavorava come opera­io, fu investito da un camion tedesco che gli procurò delle lesioni al capo; venne portato alla clinica chi­rurgica, dove rimase ricoverato per due settimane. Fu sempre grato alla persona che, dopo l'incidente, lo tro­vò privo di sensi e gli salvò la vita.

Le sue sofferenze personali si univano a quelle di tutta la nazione, che stava sperimentando i duri anni della guerra e della terribile occupazione nazista. Al termine del conflitto giunsero tempi di lotta contro l'imposizione del sistema comunista. Nel suo libro Memoria e identità ricorda che «furono perseguitate tutte le persone scomode al regime: per esempio, gli ex combattenti del settembre 1939, i soldati dell'Armata Nazionale in Polonia dopo la seconda guerra mondiale, gli esponenti dell'intellighenzia che non condividevano l'ideologia marxista o nazista. Si trattava normalmente di eliminazioni in senso fisico, ma a volte anche di eliminazioni in senso morale: la persona veniva più o meno drasticamente impedita nell'esercizio dei suoi diritti».

Gli anni del ministero sacerdotale ed episcopale coincidevano con il periodo delle persecuzioni per le convinzioni religiose, della lotta contro Dio, della limitazione dell'attività della Chiesa. Il Pastore tut­tavia era sempre con il suo popolo, reclamando per esso una vita degna. Dedicava una particolare atten­zione alle persone oppresse dalla sofferenza fisica o spirituale. Subito all'inizio del suo ministero pasto­rale nell'arcidiocesi, il giorno dell'ingresso nella cat­tedrale, l'8 marzo 1964, scrisse ai malati una lunga e cordiale lettera personale, per dire a ciascuno che gli era «molto vicino umanamente e nello spirito di fede», che desiderava sviluppare il legame con lui, poiché il suo posto nella Chiesa era particolarmente importante. Scrisse loro simili lettere anche negli anni successivi, affidando alle preghiere e al sa­crificio dei malati le importanti intenzioni della Chie­sa, della diocesi e della patria.

Nelle visite che si recava a compiere presso le par­rocchie si incontrava sempre con persone sole e ma­late. Visitava i malati costretti a letto nelle loro case, negli ospedali e nelle case di riposo o di cura. Gli in­contri con i sofferenti - come egli stesso affermava - «lo sconvolgevano per il loro contenuto umano e gli lasciavano nell'animo una profonda impressione». Erano per lui una dimostrazione di quanta forza nella vita venga dalla fede e di come tale forza si manifesti soprattutto nella debolezza.

Anche le parole che rivolgeva agli ammalati in­fondevano la fede. Nella sofferenza vissuta con Cri­sto e per Cristo vedeva un grande bene salvifico in grado di arricchire tutta la comunità della Chiesa. «Miei cari fratelli e sorelle, credo fermamente in que­sta verità - diceva agli infermi -. Mi servo molto am­piamente di questa verità nella mia vita e nel lavoro pastorale, episcopale. Se qualcuno mi domandasse su che cosa appoggio il mio ministero di pastore nell'arcidiocesi di Cracovia, risponderei che in una grande misura sulla verità che la sofferenza, la prova attraverso la quale passano numerosi nostri fratelli e sorelle, è proprietà di tutta la Chiesa, è un bene. Questo ci ha insegnato il Signore Gesù; sebbene la sofferenza sia un male, per Cristo e in Cristo essa è un bene (...). Egli infatti accettò la passione, lasciò a noi i segni di tale passione, non soltanto quelli esteriori, cruenti, ma anche quelli interiori; al Getsemani, nell'ora dell'agonia sulla croce, anche i segni dell'abbandono spirituale... Ricordate dunque che siete simili a Lui, che tutti desideriamo renderci simili a Lui, guardando voi ed attingendo da voi».

Vigilava sempre, specialmente in occasione della Giornata degli Infermi o degli esercizi spirituali per i malati, affinché intorno alla sofferenza dell'uomo na­scessero l'umana compassione, la solidarietà, la bon­tà. «Vi guardiamo con amore - diceva l'arcivescovo Karol Wojtyla ai malati durante la visita pastorale in una delle parrocchie -. Nella nostra comunità cristia­na desideriamo testimoniarvi questo amore. Allo stes­so tempo è compito di una parrocchia ricordare i propri malati e i propri sofferenti. È compito dei sacerdoti, è compito delle religiose, che a questo si dedicano. Ma è anche compito dei parrocchiani laici. Si può dire che in questo consiste l'apostolato dei laici. Il più ordinario, il più semplice apostolato dei laici è proprio quello della sollecitudine per i malati, per i sofferenti, per gli abbandonati e per i bisognosi».

I pensieri sulla sofferenza, sulla Croce, sulla fuga­cità della vita e sulla morte sempre accompagnavano la sua vita; anche le sue opere poetiche lo evidenzia­no, ma esse non erano motivo di tristezza, di pessi­mismo o di frustrazione. Al contrario, lo sollecitava­no a una vita interiore più intensa, all'azione aposto­lica, a una più stretta unione con Dio, senza la quale non si può comprendere fino in fondo il dramma del­l'umana esistenza.

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