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lunedì 27 giugno 2022
 
NO ALLE GUERRE DI RELIGIONE
 

Boldrini: arginiamo il fanatismo islamico

06/09/2014  La presidente della Camera dice sì alla proposta di Shimon Peres di fondare una "Onu delle religioni". «Una fede», spiega, «di per sé non può mai essere ispiratrice di guerra, di odio, di violenza. Io, da cattolica, trovo inaccettabile che una religione possa motivare la violenza e la sopraffazione. Il terrorismo islamico dell'Isis penalizza per primo l'Islam autentico. Dobbiamo fermare il mostro che cova anche dentro l'Europa»

«Non c’è nulla di peggio che un conflitto in nome della religione. È una contraddizione di termini. Una religione di per sé non può mai essere ispiratrice di guerra, di odio, di violenza. Io, da cattolica, trovo inaccettabile che una religione possa motivare la violenza e la sopraffazione». A parlare è Laura Boldrini, che Famiglia Cristiana ha incontrato al Premio “Ilaria Alpi” di Riccione. La presidente della Camera dei deputati ha accettato di intervenire sulla proposta lanciata da Shimon Peres a Papa Francesco di creare una sorta di Onu delle religioni, guidata ‒ sempre secondo l’uomo politico israeliano ‒ dallo stesso Pontefice.

«Nel corso della mia esperienza nelle agenzie delle Nazioni Unite», aggiunge, «ho visto troppi conflitti che si ispiravano a motivi religiosi. O meglio, che tiravano in ballo la religione come motivo alla base del contrasto, partendo dal presupposto che non tutte le religioni hanno la stessa dignità. È naturale che per il credente la propria religione sia fondamentale e quasi qualcosa di assoluto. Ma l’abbracciare una fede non implica il non rispetto delle altre».
Che però è ciò che sta accadendo in molte parti del mondo.
«Io credo si debba partire da un presupposto: da un ecumenismo e da relazioni interreligiose che riconoscano l’altro e la dignità dell’altrui credo. Se si ritiene che la propria religione sia l’unica valida, l’unica vera, l’unica assoluta, allora il passo è breve a decidere che gli altri non possano professarne una diversa. E questo pone i presupposti per il conflitto».
 ‒ Quindi, Presidente, appoggia la proposta formulata da Peres? È percorribile la strada di creare le Nazioni Unite delle religioni?
«Dare vita a un forum che si basi sul principio del rispetto è un’idea suggestiva. Se per l’Onu vale il principio di “uno Stato un voto” possiamo immaginare una realtà dove vale la condizione di “una religione un voto”, all’interno della quale tutte hanno lo stesso peso, dove le diverse fedi possono confrontarsi e trovare un terreno comune. Mi sembra comunque un’idea che può ispirare nuove forme di dialogo, di cui c’è estremo bisogno. È senz’altro un approccio da seguire».
‒ Potrebbe essere uno strumento efficace per frenare le derive del fanatismo religioso a cui stiamo assistendo?
«Quello che oggi sta accadendo in realtà è fanatismo politico ammantato di fanatismo religioso. E devo dire che questa violenza usata in nome dell’islam, penalizza prima di tutto il mondo musulmano: ne è la prima vittima. Innanzitutto, perché spesso sono gli stessi civili ‒ donne, bambini, persone inermi ‒ a pagare per primi le conseguenze della violenza. Inoltre, perché questo estremismo, nell’immaginario collettivo, fagocita tutto l’islam moderato, che è la stragrande maggioranza. Sappiamo bene che la grandissima parte di chi professa questa religione lo fa in modo assolutamente moderato. Tutti costoro vengono oscurati e spazzati via da una minoranza assolutamente esigua di fanatici e invasati che utilizzano l’islam a scopo di potere, come viatico a una espansione politica».
 ‒ A chi si riferisce in particolare?
«Ad esempio ai siriani o agli iracheni. Per guardare ai fatti vicini a noi: le persone che arrivano sulle nostre coste sono tra le vittime di questo fanatismo. Quanti sono i siriani che attraversano il Mediterraneo sulle carrette del mare? Fuggono da tre anni di conflitto. Propria la guerra in cui tutto questo ha preso corpo. L’Isis trova la sua base in anni di disattenzione dell’Occidente su ciò che accadeva in Siria. E da lì si è sviluppato e ha allargato la sua azione, anche in Iraq. L’idea del Califfato ha radici storiche lontanissime. Oggi si concretizza perché c’è chi sta dando corpo a tutto questo nella “distrazione” durata troppo a lungo dell’Occidente».
‒ Tutto questo si poteva evitare?
«Due anni e mezzo fa mi trovavo tra la Giordania e la Siria. I rifugiati, che arrivavano già a decine di migliaia, ti raccontavano che all’interno della Siria stava succedendo qualcosa di molto pericoloso, perché l’“esercito libero” non aveva i mezzi necessari per riuscire a rovesciare la dittatura di Assad, ma al tempo stesso stavano prendendo piede milizie armate che venivano dal di  fuori del Paese, capaci di entrare in competizione con l’esercito libero per il controllo del territorio. In breve tempo hanno preso il sopravvento».
‒ Si fosse intervenuti allora...
«La disattenzione e il disimpegno dell’Occidente rispetto a questa situazione hanno contribuito a creare il “mostro”. E il mostro oggi ci si rivolta contro. Attenzione, il problema non riguarda solo la Siria o l’Iraq. Oggi, Il mostro ce l’abbiamo anche in Europa, frutto di una mancata integrazione, frutto dell’emarginazione, di una non capacità di far sentire chi viene da lontano parte di un tessuto sociale. Non dimentichiamo che nelle nostre società europee c’è un mondo di espulsi, di esclusi, di ghettizzati. Non sono solo emigranti, ma fra loro vi sono tanti emigranti, anche di seconda e terza generazione».
‒ Dopo la disattenzione, la risposta all’estremismo dell’Isis è stata affidata alle armi.
«È un tema molto complicato. Ma credo che bisogna fare di tutto per riuscire ad arginare estremismo e intolleranza, ma non pensando in primo luogo all’uso delle armi: basta guardare ai risultati degli interventi di questi anni. E comunque sarebbe sempre molto meglio che ci fosse una legittimazione da parte dell’Onu. Inoltre, noi in Occidente dobbiamo evitare, ad esempio, il reclutamento di giovani a questa jihad. È necessario offrire loro un’alternativa, concreta e realistica. Perché più questi giovani si sentiranno reietti, più questi giovani troveranno in quelle forme di esaltazione fanatica un modo di essere e una ragione di esistere».

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