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Lavoro e diritti: un film archeologico

24/02/2014  Prodotto dalla Caritas di Bergamo, dalla Fondazione Bernareggi e da ZaLab, il documentario firmato da Stefano Collizzolli è la storia di un pezzo d'Italia che non c'è più

Secondo il regista Stefano Collizzolli, “Il Pane a Vita”, prodotto dalla Caritas di Bergamo, dalla Fondazione Bernareggi e da ZaLab, è «un film archeologico». Così ne riassume l’incipit: «C’era una volta, in Italia, il lavoro. Quello che fonda la Repubblica, e quello su cui generazioni di italiani hanno fondato e costruito le loro vite, le loro famiglie, il loro essere cittadini. Quello con i diritti e le garanzie. C’era una volta, e non c’è più.

La crisi economica ha dato il colpo di grazia ad un modello già da tempo messo all’angolo, già distante dall’esperienza di sopravvivenza quotidiana dei trentenni del nostro Paese». Oltre 9 milioni di italiani in età da lavoro vivono in un’area definita di sofferenza e disagio (più di 5 milioni di disoccupati, scoraggiati e cassintegrati, e 4 di precari e part-time involontari, secondo l’associazione Bruno Trentin), un miliardo abbondante di ore di Cassa Integrazione nel 2012 (record che quasi sicuramente sarà battuto nel 2013), in un Paese in cui sono 25 anni di fila che la produzione industriale cala e in cui negli ultimi 5 anni hanno chiuso un quarto delle fabbriche italiane.

Collizzolli sceglie di raccontare questa crisi strutturale in una delle provincie più ricche, solide e produttive d’Italia, la Val Seriana nella Bergamasca, dove il lavoro è una religione.

Lara all'interno della fabbrica
Lara all'interno della fabbrica

Qui, un tempo uno dei più importanti distretti italiani del tessile, è rimasta in attività solo una ditta tessile. Tra quelle che hanno chiuso, il Cotonificio Honegger di Albino, nato nel 1875 su iniziativa di imprenditori svizzeri, si occupava integralmente della vita delle operaie: dal convitto interno dove in passato dormivano, sotto il controllo delle suore, le non maritate, alla cappella per pregare e per andare a messa prima di lavorare, alle case per le famiglie, situate dietro alle ville padronali. La ditta ha modificato in profondità la struttura socioeconomica di Albino che è cresciuto da paese rurale di 6000 abitanti a cittadina industriale di 11.000 in pochi anni. Dentro la fabbrica si cresceva, ci si specializzava: era una casa ed una famiglia. Al termine della vita lavorativa si potevano passare gli ultimi anni nella casa di riposo gestita e finanziata dalla Fondazione Honegger.

Gli ultimi vent’anni del cotonificio vedono una nuova proprietà, una prima crisi del tessile superata, una ristrutturazione produttiva, un periodo di cassa a rotazione e di riduzione del personale, fino all’annuncio del 2012 che, dopo un serrato conflitto tra il proprietario e le banche, si chiude e 358 operai rimangono senza lavoro. Racconta Lara, una di loro: «Il 19 ottobre, quando sono entrata alla mattina per fare il turno 6-14, come se niente fosse, come faccio da 23 anni, il ragazzo che smontava mi guarda e mi dice: “Cosa fate qua? Guardate che chiude tutto, è l’ultima giornata”. Al momento ci siamo messe a ridere». Lara, 40 anni, e le gemelle cinquantenni Liliana e Giovanna sono le protagoniste del film di Collizzolli. Loro avevano “ereditato” quel posto di lavoro: negli anni, le donne che ci lavoravano si sono passate il posto di madre in figlia, in nipote, incoraggiando le neoassunte con la certezza che, con l’Honegger, avevano trovato «ol pà ‘n véta», in bergamasco «il pane a vita».

Il regista Stefano Collizzolli
Il regista Stefano Collizzolli

Dopo il presidio di protesta, segue un lungo inverno, immobile, vuoto: le buste paga a zero euro, le gemelle che puliscono in modo maniacale una cucina già pulita, chi gira a piedi tutta la giornata per scaricare la tensione, chi deve prendere il bromuro come sedativo di giorno e il Tavor alla notte per dormire. Lara tenta di annegare la mancanza di speranze in un biglietto del Gratta e Vinci. Si deve stringere la cinghia, come racconta Giovanna: «Vivo di minestrone alla sera, 75-80 centesimi. A mezzogiorno, se ho fame, un piatto di pasta: con mezzo chilo mangio tre giorni». Bisogna arrangiarsi con due tute da alternare ogni settimana, fino a piegarsi a comprare al mercato i vestiti “made in China” che paghi tre euro. «Si limita tutto – aggiunge la sorella –, anche il riscaldamento: se viene freddo, faccio due volte la scala su e giù e mi scaldo. Ma dopo 30 anni di lavoro, devo rinunciare a tutto?».

Almeno alle lucine dell’albero di Natale, sceglie di non rinunciare per salvare un’apparenza di normalità. Lara invece deve chiedere aiuto ai genitori, che si riducono la pensione e le passano qualcosa. Ma il vuoto che il film racconta non è solo nelle economie e nelle giornate delle protagoniste: «È nella disillusione – dice Collizzolli – che provano nel vedere tradito un patto sociale per cui a lealtà corrispondeva un posto sicuro, il pane a vita, e a duro lavoro corrispondeva una dignitosa pensione. Ed è un vuoto che non è stato riempito da riflessione ed azione collettiva, ma solo dalla previdenza sociale – fino a quando potrà durare – e dall’indispensabile aiuto ed assistenza della solidarietà». È un vuoto che si riassume nella domanda: ora che è finito il pane, come ci reinventiamo la vita?

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