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Crisi e occupazione
 

Lavoro, la crisi la pagano di più gli stranieri

05/03/2014  Lo studio “Crisi economica e lavoro. Stranieri vs italiani” della Fondazione Leone Moressa spiega come la crisi ha influito sull'occupazione degli stranieri in Italia

In Italia, il 10,5% dei lavoratori, cioè 2 milioni e 300 mila, sono stranieri. Al primo posto i romeni (oltre 600mila), seguiti nell’ordine da albanesi (293 mila), marocchini (153 mila), ucraini (144 mila), filippini (142 mila) e moldavi (95 mila). Sono in prevalenza lavoratori giovani rispetto ai colleghi italiani: quasi due terzi ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, contro il 49% degli italiani.

Ma la crisi economica come si è avvertita per nazionalità? Prova a rispondere lo studio “Crisi economica e lavoro. Stranieri vs italiani” della Fondazione Leone Moressa di Mestre. Innanzitutto, i ricercatori precisano: «Dai dati 2007-2013 degli occupati sembra che a risentirne maggiormente siano stati gli italiani, visto che i lavoratori sono diminuiti del 7%, mentre gli stranieri sono aumentati del 60%. Ma in realtà i numeri assoluti sono fuorvianti. In altre parole, il numero assoluto degli occupati è cresciuto semplicemente perché sono aumentati gli stranieri in Italia».

In realtà, la crisi sembra colpire maggiormente la componente straniera: nel 2007-2012, il loro tasso occupazionale è sceso di sei punti percentuale, contro l’1,8% degli italiani; nei primi nove mesi del 2013, la diminuzione è del 2,3% (1,1% quello degli italiani).

Che lavoro fanno? Ciascuno può accorgersene facilmente pensando alle proprie famiglie e alle nostre città, ma i dati certificano che gli occupati stranieri si concentrano in tre settori specifici: il 29% nei servizi alle persone (pulizie, baby-sitter, badanti, lavanderie, parrucchieri e estetiste), il 18% si colloca nell’industria ed il 14% nelle costruzioni. Del resto, un rapporto annuale pubblicato lo scorso anno dal Ministero del Lavoro parlava addirittura di «segregazione professionale».

E gli italiani invece? La percentuale più alta si registra nell’istruzione, nella sanità e nella pubblica amministrazione (22%), ma fanno decisamente lavori più diversificati: il 64% degli stranieri occupati si colloca nelle prime dieci professioni contro il 34% degli italiani. Gli stranieri spesso svolgono professioni sottodimensionate rispetto alla propria istruzione, come sanno gli anziani che magari hanno una badante dell’Est Europa laureata.

Infatti, solo il 5,6% occupa posizioni lavorative di un certo livello (contro il 38% degli italiani) e il 36% si concentra nelle professioni non qualificate. Tra le prime dieci professioni degli italiani, troviamo profili medio alti (impiegati, tecnici della salute, professori e tecnici in campo ingegneristico), mentre gli stranieri si concentrano nei lavori meno qualificanti.

L’assistenza domestica è quella più “gettonata”: occupa il 15,4% degli stranieri, a cui non viene richiesta alcuna particolare qualifica professionale. La specializzazione degli stranieri viene invece ricercata in particolari mansioni dei servizi personali (11,4%, per esempio nell’assistenza di anziani con malattie gravi), nelle costruzioni (8,2%; come muratori, carpentieri, falegnami, ponteggiatori, pavimentatori stradali…). Seguono poi le attività della ristorazione (6,6%), il personale non qualificato nei servizi di pulizia (6,6%) e facchini o addetti alle consegne (5,0%); con percentuali inferiori, autisti di veicoli a motore (furgoni, camion), occupati nelle rifiniture edili (tetti, pavimenti ed intonaci), lavoratori non qualificati nell’agricoltura e addetti alle vendite.

E la crisi come sta cambiando il mercato del lavoro per gli stranieri? Oltre a colpirli fortemente, li indirizza verso i settori che resistono alla crisi: dal 2007 ad oggi, è aumentato del 9% (400mila persone) la percentuale degli addetti nei servizi alla persona, mentre il 5% in meno lavora nell’industria e il 4% nelle costruzioni.

Crescono anche gli occupati stranieri nei servizi turistici, nei magazzini e i braccianti agricoli; stabili gli addetti alle vendite, alla ristorazione, i saldatori, i lattonieri e gli artigiani addetti alle rifiniture delle costruzioni (pittori, piastrellisti, elettricisti ed idraulici).

In generale, tra gli stranieri diminuiscono le professioni più elevate, i piccoli imprenditori, gli artigiani e gli operai specializzati, mentre aumentano quelle non qualificate. Conseguenze? Grazie alla tenuta del suo settore di riferimento, resiste l’occupazione femminile e – spiegano i ricercatori della Fondazione Moressa - «la crisi è avvertita meno nelle nazionalità che lavorano nei servizi alla famiglia e di più nelle nazionalità più legate all’industria e all’edilizia (albanesi e marocchini)».

Soffrono meno i filippini, con il 76,7% dei lavoratori occupati nella cura delle persone e nelle pulizie, gli ucraini (oltre il 70%) e i moldavi (oltre il 50%). Infine, un dato sulle buste paga: differenza di professioni e aumento della manodopera non specializzata si traduce nel gap salariale con i colleghi italiani. Ebbene sì, gli stipendi medi degli stranieri sono più bassi di 344 euro rispetto agli italiani, 958 euro contro 1302. Ma anche qui si scorgono gli effetti della crisi: quattro anni fa, la differenza era di “soli” 285 euro al mese. 

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