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lunedì 17 maggio 2021
 
A un anno da Lampedusa
 

Le associazioni: «L’Europa smetta di stare a guardare»

04/10/2014  Il bilancio degli organismi umanitari, a un anno dalla strage di Lampedusa, è quanto mai amaro e preoccupato. Non solo verso le tante inadeguatezze che ancora ci sono nel sistema di accoglienza italiano. Ma soprattutto rispetto alla quasi totale indifferenza dell’Europa. Come riconosce la stessa Commissaria europea Cecilia Malmström «quando si tratta di accogliere i rifugiati la solidarietà tra gli Stati membri dell’UE è ancora praticamente inesistente».

(Tutte le foto sono di Ikram N'gadi/MSF)
(Tutte le foto sono di Ikram N'gadi/MSF)

«Un anno fa morirono nel canale di Sicilia 366 persone. Secondo l'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, negli ultimi 14 anni sono morte, ogni giorno, 8 persone che cercavano di arrivare in un Paese diverso da quello dove sono nate e la maggioranza di loro è morta nel tentativo di raggiungere l'Europa. Il numero dei morti è impressionante, ma lo è ancora di più l'insistente ipocrisia con la quale si continua a gestire il fenomeno migratorio attraverso un dispositivo perverso che abbina assenteismo, repressione, disciplinamento e sfruttamento e che produce, come effetto non collaterale, le morti quotidiane».

Sono le prime righe di un breve documento del Naga di Milano, organizzazione umanitaria che si occupa di immigrazione e rom. «L'operazione Mare Nostrum», continua il comunicato, «ha salvato molte vite che sono state però poi abbandonate in un Paese che, secondo la legge, dovrebbe essere d'asilo, ma è di fatto di passaggio... foto-segnalamenti, centri di detenzione, stazioni con persone in cerca di accoglienza... si tenta di tutto pur di non affrontare l'immigrazione per quello che è: un fenomeno del presente. Il desiderio, la volontà di varcare un confine per salvarsi la vita o per migliorarla si scontra con leggi e pratiche repressive che hanno come unico risultato quello di rendere gli spostamenti pericolosi e gestiti da organizzazioni criminali, ma non certo di fermarli. È un'ipocrisia di fondo che avvolge la Fortezza Europa, sempre più isolata in un mondo in evoluzione, che non solo non accoglie, ma neanche coglie l'opportunità di rinnovarsi accogliendo».

Dobbiamo offrire canali alternativi e sicuri per arrivare in Europa

Parole dure e un bilancio amaro a un anno dalla strage di Lampedusa. E il Naga non è l’unica voce.

Il Centro Astalli dei Gesuiti si dice anche fortemente preoccupato per il futuro: «Sono 141.891 i migranti salvati grazie all’operazione Mare Nostrum, molti dei quali sarebbero morti in mare. Una risposta ammirevole da parte delle autorità italiane. Eppure questa è una responsabilità europea, un obbligo internazionale e una sfida umanitaria. Mare Nostrum ha operato in acque internazionali e lì è dove si concentrano le maggiori perdite di vite umane. L’idea di limitare le operazioni di soccorso e salvataggio di Frontex, l’agenzia europea per le frontiere, alle acque territoriali europee è assolutamente inadeguata».

«Le operazioni di soccorso e salvataggio sono fondamentali», dice padre Giovanni La Manna, direttore dell’organismo, «ma da sole restano insufficienti. Anche con le operazioni più ampie organizzate dalle autorità italiane, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima che più di 2.500 persone siano morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo quest’anno. Solo poche settimane fa, un barcone con a bordo circa 500 migranti è affondato a largo di Malta, pare speronato dagli stessi scafisti».

Non solo: «Dobbiamo anche offrire a persone disperate, in fuga da violazioni dei diritti umani fondamentali, dei canali alternativi e sicuri per arrivare in Europa. Non possiamo limitarci ad aspettare la prossima terribile tragedia”, aggiunge Peter Balleis, direttore del Jesuit Refugee Service, di cui l’Astalli è la sede italiana.

È una responsabilità umanitaria che non può essere disattesa

  

È un coro unanime, quello delle realtà umanitarie che si occupano di rifugiati e migranti. E tutte chiedono che l’Europa smetta di stare a guardare: «Finché i disperati saranno costretti a intraprendere questo pericoloso tragitto per raggiungere l’Europa, l’Italia e l’Unione Europea devono agire e rispondere al disastro umanitario che si verifica sulla soglia di casa nostra», sottolinea Stefano di Carlo, capo missione di Medici senza frontiere in Italia. «Migliaia di vite saranno in pericolo se le acque internazionali, teatro di tanti tragici naufragi, non verranno pattugliate attivamente. È una responsabilità umanitaria che non può essere disattesa e l’Italia, che in questo momento detiene la presidenza dell’Unione Europea, deve assumersi questo impegno».

«Il percorso attraverso il Mediterraneo centrale è il più pericoloso tra tutti quelli che consentono di raggiungere l’Europa», insiste di Carlo, «non solo per il rischio di morire in mare, ma anche per gli episodi di estrema violenza che si verificano spesso durante il viaggio. I pazienti che vedono le equipe mediche di Msf in Sicilia sono sempre più vulnerabili. Vittime di violenza e torture, persone disabili, donne incinte, bambini e perfino neonati sono in fuga per salvare le loro vite, lasciando dietro di sé conflitti, persecuzioni e povertà».

Una proposta di legge per l'accoglienza dei bambini giace in Parlamento da un anno

Save The Children punta il dito in particolare sulla situazione dei minori: «Sono più di 24 mila i bambini e gli adolescenti giunti via mare in Italia dall’8 ottobre 2013, un numero cinque volte maggiore rispetto a quello del 2011 (4.599), l’anno segnato dal grande esodo per le primavere arabe. Di questi, circa 12.300 sono arrivati senza genitori e adulti di riferimento. Sono minori con un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, ma anche di 12 e 13 anni, che giungono principalmente da Eritrea, Egitto e Somalia».

Save The Children denuncia la totale inadeguatezza del sistema di accoglienza italiano nei confronti dei bambini e dei ragazzi: «In particolare, la “nuova Lampedusa” per i minori soli non accompagnati oggi si chiama, ad esempio, ex Scuola Verde di Augusta, dove più di cento ragazzi sono fermi in alcuni casi da 3 o 4 mesi, in una struttura dichiarata in precedenza inagibile, abbandonati a se stessi durante le ore notturne, quando può accadere di tutto. Una situazione gravissima e inaccettabile che necessita un intervento immediato da parte delle istituzioni».

Anche in questo ambito l’anno dai fatti di Lampedusa è passato invano. Dice Raffaela Milano, direttore programmi Italia-Europa di Save the Children: «È passato esattamente un anno da quando i rappresentanti dei principali partiti politici di maggioranza e opposizione hanno presentato in Parlamento la proposta di legge, messa a punto da Save the Children assieme ad un gruppo di parlamentari, che prevede la creazione di un sistema strutturato con la necessaria copertura economica e standard di accoglienza minimi garantiti. È indispensabile che si arrivi subito all’approvazione di questa legge».

La Commissaria europea: «Quando si tratta di accogliere i rifugiati la solidarietà tra gli Stati membri dell’UE è ancora praticamente inesistente»

  

La Commissaria europea Cecilia Malmström ha commemorato a Bruxelles le 366 vittime di un anno fa. Quanto ha detto sulla Fortezza Europa è al tempo stesso una denuncia e un compito: «Oggi è quasi impossibile raggiungere l’Europa in modo sicuro e legale. I migranti sono costretti a mettere la propria vita nelle mani di trafficanti e contrabbandieri che fanno enormi profitti sfruttando la loro povertà e disperazione. Questi mercanti di morte non provano paura né pietà nel mettere a rischio la vita di bambini, donne e uomini imbarcandoli in mare su veri e propri relitti. È di poche settimane fa la notizia che centinaia di migranti hanno perso la vita perché i contrabbandieri hanno affondato intenzionalmente un’imbarcazione. Lo voglio dire con chiarezza: quando si tratta di accogliere i rifugiati la solidarietà tra gli Stati membri dell’UE è ancora praticamente inesistente. Questa è probabilmente la principale sfida per il futuro».

 
 
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