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«Questa casa parla dell'amore di don Bosco per la Madonna»

31/01/2021  La netta impronta mariana nel nuovo museo dedicato al Santo di cui ricorre la festa il 31 gennaio. «È nota la sua devozione a Maria Ausiliatrice. Ma lo era anche alla Consolata, patrona di Torino, di cui, di cui custodiva una statua nella cappella Pinardi», spiega il salesiano don Michael Pace che ci guida nel percorso espositivo e analizza l'affidamento alla Madonna del fondatore dei Salesiani.

La scena bisogna immaginarsela: c’è fermento e molte persone si affaccendano tra un grande torchio, al centro della stanza, e alcune botti allineate lungo la parete. Tra i presenti ci sono alcuni ragazzi. Sono i ragazzi di don Bosco e stanno facendo il vino. Oggi, di quel rito antico si possono intuire i gesti entrando in un ampio locale seminterrato: sono ancora ben visibili, in alto, i finestroni che venivano usati come caditoie, per raccogliere i grappoli accumulati nel cortile. Ora, però, affacciandosi nel locale non si vedono più tini e attrezzi da lavoro, ma immagini mariane. Perché proprio qui? E che cosa lega la madre celeste al vino e ai ragazzi di don Bosco? Un filo c’è. Molto tenace. Impossibile non pensare alla figura di Maria senza ricordare l’episodio delle nozze di Cana narrato nel Vangelo di Giovanni: su impulso di sua madre, Gesù trasforma l’acqua in vino, durante una festa di nozze. Ecco perché la famiglia salesiana ha scelto di collocare, esattamente in questo luogo, una collezione di immagini che raccontano l’affetto per la Vergine.

Siamo a Valdocco (nel cuore di Torino), là dove il sogno di don Bosco ha mosso i primi passi. Recentemente, per onorare la memoria del santo dei giovani, tornato alla casa del Padre il 31 gennaio 1888 a 72 anni, data in cui oggi ricorre la sua festa, è stato inaugurato un nuovo museo, che ha recuperato, con grande cura, gli spazi di vita delle origini. Si chiama “museo casa don Bosco”, proprio a sottolinearne il carattere accogliente: non una collezione “sotto vetro”, imbalsamata e sottratta al tempo, ma uno spazio vivo, capace di far sentire a casa chi vi entra. Girando per i 27 spazi espositivi organizzati su 4 mila metri quadri, si incontrano, praticamente a ogni passo, riferimenti mariani. E non poteva essere altrimenti. «L’affetto per la Vergine è stato una pietra miliare nell’esperienza umana e spirituale di don Bosco» ci racconta la nostra guida, don Michael Pace, 57 anni, sacerdote salesiano. «Particolarmente nota è la sua devozione a Maria Ausiliatrice», cui infatti è intitolata la grande basilica inaugurata a Valdocco nel 1868. «Ma era anche molto affezionato alla Consolata, patrona di Torino, di cui, non a caso, custodiva una statua nella cappella Pinardi, luogo delle origini, attorno al quale è sorto, poco a poco, l’attuale complesso. Spesso inoltre si rivolgeva all’Immacolata, appellativo che gli era caro perché legato alla purezza del cuore, o all’Addolorata, cui affidava i ragazzi nei momenti più duri». «Come un’unica persona può vestire abiti differenti» spiega ancora il religioso «così il nostro fondatore sapeva cogliere in Maria sfumature e aspetti diversi, tutti fonte di ispirazione».

 

Il salesiano Michael Pace, 57 anni (anche in copertina) accompagna giornalista e fotoreporter di Maria con Te e Famiglia Cristiana. Foto Paolo Siccardi/Walkabout.
Il salesiano Michael Pace, 57 anni (anche in copertina) accompagna giornalista e fotoreporter di Maria con Te e Famiglia Cristiana. Foto Paolo Siccardi/Walkabout.

Nato in un’umile famiglia contadina, don Bosco era stato abituato, fin da bambino, a rivolgersi con fede alla madre celeste. Tra le testimonianze più toccanti custodite nel museo c’è il rosario di mamma Margherita (cioè, Margherita Occhiena, la madre del santo, che gli è stata accanto nella sua opera e che oggi è riconosciuta venerabile dalla Chiesa). Nella sua estrema umiltà, questo segno riesce a commuovere, proprio perché rimanda a un doppio legame materno.

Ma “casa don Bosco” raccoglie anche una serie di testimonianze artistiche di pregio. Colpisce, ad esempio, la pala d’altare realizzata nel 1882 dal pittore Giuseppe Rollini (che era stato, letteralmente, adottato e cresciuto dalla famiglia salesiana). L’effigie dell’immacolata sembra coniugare una “doppia natura”: si staglia su un fondo d’oro, come nell’iconografia antica, però, contemporaneamente, presenta una donna robusta, pronta a “rimboccarsi le maniche”, rivelando quei tratti di concretezza da sempre così vicini al carisma salesiano. E che dire delle due madonne con bambino (una delle quali raffigurata accanto a San Francesco di Sales) dipinte dal pittore Enrico Reffo, anch’egli amico di don Bosco? Le immagini sono incredibilmente simili, non solo nell’abbigliamento ma anche nei lineamenti del viso, tanto da far pensare a un modello ricorrente, forse una figura reale, vicina all’artista. Per venire a tempi più recenti, val la pena soffermarsi un istante sull’illustrazione di alcuni sogni di don Bosco realizzata dall’artista contemporaneo Javier Carabaño. Già nel cosiddetto “sogno dei nove anni” compare una “donna di maestoso aspetto, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti”, anche se per capire il significato profondo del sogno e chi sia davvero quella “donna”, don Bosco impiegherà molto tempo.

Il museo accoglie anche una pregevole collezione di icone di varia provenienza, che spaziano dal XIII al XIX secolo, alcune delle quali raccolte e restaurate, a partire dagli anni ‘50, dai religiosi salesiani Giuseppe e Ottavio Gallo, esperti di arte antica. Non manca, inoltre, documentazione sulla pietà popolare: si possono infatti osservare stendardi da processione ed ex voto, come quello, risalente al 1885, in cui una donna rende lode all’Ausiliatrice per essere stata guarita dagli attacchi di tosse che la affliggevano.

E ora, per ricongiungerci al punto di partenza, eccoci nuovamente nella “stanza del vino”. Qui sono esposte immagini mariane provenienti da ogni parte del mondo. «Ciascun popolo raffigura la Vergine in base alla propria sensibilità e al proprio bagaglio culturale» ci fa notare don Michael. «Si spazia dalla sobrietà delle immagini realizzate in estremo Oriente (soprattutto Vietnam e Corea), fino al tripudio di colori delle madonne sudamericane, nei loro abiti tradizionali». «In questo luogo» spiega ancora il religioso «vogliamo celebrare la dimensione missionaria del carisma salesiano, che, a partire dalla prima spedizione in Patagonia, nel 1875, ha progressivamente raggiunto gli angoli più remoti del pianeta». Un inno all’incontro e all’universalità della fede. E chi meglio di don Michael (di lontane origini italiane, nato e cresciuto in Canada da genitori maltesi, appena approdato a Torino proprio per occuparsi del museo) può sottolineare questi aspetti?

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Le camerette di don Bosco, il cuore del mondo salesiano è un Museo completamente rinnovato
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