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Le due Coree sempre pronte alla guerra

14/08/2014  Nel saluto del presidente della Conferenza episcopale coreana la realtà di una nazione dove "si scontrano i paesi più potenti del mondo". Le parole di incoraggiamento di papa Francesco

Il mosaico con la figura di "Cristo della nicchia dei pallii" che il Papa ha donato ai vescovi coreani
Il mosaico con la figura di "Cristo della nicchia dei pallii" che il Papa ha donato ai vescovi coreani

Non fa giri di parole monsignor Peter Kang U-il, vescovo di Cheju e presidente della Conferenza episcopale coreana. «In questa penisola sono passati 66 anni dalla divisione tra nord e sud», dice nelle parole di saluto al Papa, «la sanguinsa guerra tra il nord e il sud della Corea che dal 1950 ha causato un milione e mezzo di morti e tre milioni e seicentomila feriti in tre anni è ormai terminata da tanto tempo. Ma tra le due Coree fino a oggi sono ancora in stato di sospensione temporale della guerra. Per cui da entrambe le parti si èsempre pronti alla guerra in ogni momento. Si sta rafforzando la linea di demarcazione militare con armi sempre più sofisticate».
Dopo aver ricordato che in Corea ci sono oltre dieci milioni di famiglie separate dai propri cari, il vescovo ha anche puntato il dito contro le superpotenze mondiali: «La penisola coreana», ha detto, «è un luogo dove si scontrano ai vertici i paesi più potenti del mondo in nord-est asiatico. Recentemente ogni paese del nord-est asiatico tende ad aumentare e rafforzare gli armamenti spendendo enormi cifre per sopraffare gli avversari, facendo crescere sempre di più la tendenza al nazionalismo e cercando solamente i propri interessi. Come sappiamo molto bene le armi non possono ottenere nessuna soluzione».
Il presule ha chiesto al Papa parole di ncoraggiamento e conforto. E papa Francesco ha risposto chiedendo ai vescovi di custodire la memoria e la speranza. Voi, ha detto Francesco, «siete eredi di una straordinaria tradizione che iniziò e crebbe largamente grazie alla fedeltà, alla perseveranza e al lavoro di generazioni di laici».


«Essere custodi della memoria significa qualcosa di più che ricordare e fare tesoro delle grazie del passato. Significa anche trarne le risorse spirituali per affrontare con lungimiranza e determinazione le speranze, le promesse e le sfide del futuro», ha detto il Papa. E parlando dei martiri ha aggiunto: «La nostra memoria dei martiri e delle generazioni passate di cristiani deve essere realistica, non idealizzata o“trionfalistica”. Guardare al passato senza ascoltare la chiamata di Dio alla conversione nel presente non ci aiuterà a proseguire il cammino; al contrario frenerà o addirittura arresterà ilnostro progresso spirituale.
Ma, «oltre ad essere custodi della memoria, cari fratelli, voi siete anche chiamati ad essere custodi della speranza: quella speranza offerta dal Vangelo della grazia e della misericordia di Dio in Gesù Cristo, quella speranza che ha ispirato i martiri. È questa speranza che siamo invitati a proclamare ad un mondo che, malgrado la sua prosperità materiale, cerca qualcosa di più, qualcosa di più grande, qualcosa di autentico e che dà pienezza».
Anche in Corea il Papa chiede una «Chiesa in uscita verso il mondo e in particolare verso le periferie della società contemporanea. In questo senso una particolare sollecitudine chiede di essere mostrata nelle nostre comunità nei confronti dei bambini e dei più anziani. Come possiamo essere custodi di speranza se trascuriamo la memoria, la saggezza e l’esperienza degli anziani e le aspirazioni dei giovani? A questo proposito vorrei chiedervi di prendervi cura in modo speciale dell’educazione dei giovani, sostenendo nella loro indispensabile missione non solo le università, ma anche le scuole cattoliche di ogni grado, a partire da quelle elementari, dove le giovani menti e i cuori vengono formati all’amore di Dio e della sua Chiesa, al bene, al vero e al bello, ad essere buoni cristiani e onesti cittadini. Essere custodi di speranza implica anche garantire che la testimonianza profetica della Chiesa in Corea continui ad esprimersi nella sua sollecitudine per i poveri e nei suoi programmi di solidarietà, soprattutto per i rifugiati e i migranti e per coloro che vivono ai margini della società».
Una Chiesa povera per i poveri «che ha trovato espressione eloquente nelle prime comunità cristiane della vostra nazione. Auspico che questo ideale continui a modellare il cammino della Chiesa in Corea nel suo pellegrinaggio verso il futuro». E infine il monito a non svuotare la Croce «del suo potere di giudicare la saggezza di questo mondo! Esorto voi e i vostri fratelli sacerdoti a respingere questa tentazione in tutte le sue forme. Voglia il Cielo che possiamo salvarci da quella mondanità spirituale e pastorale che soffoca lo Spirito, sostituisce la conversione con la compiacenza e finisce per dissipare ogni fervore missionario! Cari fratelli Vescovi, con queste riflessioni sulla vostra missione come custodi della  memoria e della speranza, ho voluto incoraggiarvi nei vostri sforzi per incrementare l’unità, la santità e lo zelo dei fedeli in Corea».

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