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Petrini: «Dietro a una ricetta c'è sempre una storia»

21/04/2015  Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, racconta gli ingredienti e i consigli, la storia e il territorio dietro alle ricette a Km zero che ha scelto per Famiglia Cristiana. Piatti che non si esauriscono in un elenco di ingredienti da rielaborare, ma raccontano l'impegno e la fatica di tanti, la serietà e il rispetto per l'ambiente, le origini e le tradizioni di un Paese.

«Dietro a una ricetta c’è sempre una storia: di un territorio, di ingredienti che arrivano da altri continenti e che si sono acclimatati nelle nostre regioni, la storia straordinaria di un’umanità che ha fatto del suo cibo quotidiano un elemento di creatività, uso dell’intelligenza e condivisione». È questa la cifra irripetibile della proposta firmata da Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, i Ricettari di Slow Food, appunto in esclusiva per i lettori di Famiglia Cristiana, in allegato al settimanale, con il primo volume dedicato alla pasta in uscita il 23 di aprile.

«Ridurre questi volumi a un aspetto puramente ricettistico è un errore perché non avremmo capito fino in fondo anche l’aspetto di qualità dell’approccio che dobbiamo avere nel momento in cui produciamo il cibo».

MOLTO PIù CHE RICETTE

«Si usa il termine ricetta», nota Petrini, «sia per quella gastronomica sia per indicare quelle dei dottori che servono a guarire da una malattia. L’essenza di tutto questo nel suo significato più profondo è la ricerca del benessere, spirituale, di condivisione e di piacere materiale, elemento che distingue la creatività umana nel momento in cui cerca di rendere edibile, mangiabile quello che ci dà Madre Natura».

Non ha dubbi Petrini, che tanto si batte per riportare al centro la cultura del cibo. Nell’introduzione al primo volume da lui firmata (così come per ognuno dei nove volumi a seguire) si legge: «Gli italiani ne sanno qualcosa, intessendo questi piatti ognuno con i propri ricordi e gusti della memoria, storie e secoli di vicende umane che si rincorrono in un semplice piatto che parte da pochi ingredienti poveri per diventare qualcosa di straordinario».

«La cultura del cibo», ribadisce Petrini, «è la cultura della condivisione, della vita, del rapporto intimo che abbiamo con la natura e quindi anche con il nostro benessere. Allora il dare valore al cibo è l’elemento distintivo per rispettare il lavoro di chi questo cibo ce l’ha garantito sulla tavola. I contadini, coloro che l’hanno trasportato, coloro che l’hanno trasformato. Il cibo non è un carburante per poter fare funzionare la macchina, ma l’occasione per entrare in contatto con la mia esistenza e l’esistenza degli altri».

Un’essenza densa di valori che si traduce nella vita così come nel piatto. «Il cibo è lo strumento che ci mette in connessione con dei valori che riguardano la nostra esistenza: primo fra tutti, il rapporto intimo che dobbiamo avere con la natura, con il Creato per i credenti, con il mondo circostante anche nel rispetto che noi dobbiamo avere verso le piante, le erbe, gli esseri animali che fanno parte della nostra nutrizione e che noi non possiamo violentare. Un esercizio che risale all’inizio dell’umanità e che ha sempre visto l’uomo portare rispetto per quello che diventerà parte di sé stesso».

Il respiro della vita

  

«Al punto che quando io dico spiritualità, da laico, la intendo come la natura più intima del mio rapporto con la terra e anche con la temporaneità della mia esistenza. È importante rispettare quello che gli antichi chiamavano “il respiro della vita”, un rapporto di armonia, di felice metabolismo con la natura e i prodotti che diventano parte integrante del mio corpo. Poi ci sono delle condivisioni sociali che Famiglia Cristiana e Slow Food hanno a cuore: il diritto al cibo per tutti, la convinzione che non possa essere realizzato nell’ingiustizia di chi lavora per produrlo o nell’insostenibilità di quelli che arriveranno dopo, perché è il nostro egoismo che ci porta a dilapidare le risorse quasi fossero infinite. Valori che sono parte integrante di questo momento storico dell’umanità. Quasi che se non siamo in pace con noi stessi e con la natura non possiamo auspicare a una pace tra di noi».

virtuosi dal campo alla tavola

Valori veicolati da ottime ricette, realizzate con prodotti che sono presidi Slow Food, prodotti protetti del territorio che rischiavano di andare perduti (spiegati in appositi box). Piatti pensati per chiunque voglia conciliare a tavola gusto, appetito e salute. E consapevolezza. «Quando parliamo di ricette delle regioni italiane parliamo di un patrimonio che di generazione in generazione è stato consolidato nei territori. Ahimè, questo patrimonio negli ultimi 50 anni sta subendo un processo di impoverimento, un elemento che deve preoccupare gli italiani perché il mantenimento di questa biodiversità è il miglior investimento per le generazioni future. Ecco allora la nascita dei presidi, la metafora dell’arca sulla quale noi siamo chiamati a far salire i prodotti minacciati da un diluvio universale che oggi prende la forma di un consumismo famelico, un altro giorno di un’ignavia nei confronti della fertilità del suolo o dello sperpero dell’acqua, un altro giorno ancora distrugge una specie genetica di frutta, verdura o una razza animale solo... perché poco produttiva. L’idea, quindi, dei presidi è anche alla base dei comportamenti quotidiani di ognuno di noi quando entra in cucina e si appresta all’atto di produrre il mangiare. Vivere questi ricettari senza il rispetto della salvaguardia della materia prima significa non capire l’essenza profonda di questa operazione. Che innanzitutto punta a essere virtuosa dal campo alla tavola».

La collana si apre con una sua citazione: “Il buon cibo salverà il pianeta”. «Il cibo è buono solo se è buono, pulito e giusto. La bontà esiste solo se esiste il rispetto per la natura e per la dignità sociale delle persone. Se io vivo questo cibo buono con questa visione olistica, sono certo che realizzo un processo virtuoso da un punto di vista agricolo, politico, culturale e comportamentale in grado di cambiare il mondo».

Expo è alle porte con l’auspicio di Nutrire il pianeta: «Come italiano spero che il mio Paese possa fare una buona figura. Mi auguro, poi, che questi sei mesi siano di ausilio per un percorso che ci accompagna per tutta la vita. Un po’ di amarezza mi sia consentita perché era un’opportunità che ci potevamo giocare con maggior determinazione nei contenuti. Mentre ho molta fiducia nel meeting che si terrà dal 3 al 6 ottobre di “Terra Madre Giovani” con migliaia di contadini, pescatori, allevatori, nomadi, pastori, artigiani e cuochi che rappresentano le comunità del cibo, che lo producono e che arriveranno a Milano per discutere di cibo! Tutti sotto i 40 anni. Lì ci sarà davvero il futuro del cibo del pianeta».

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