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martedì 28 giugno 2022
 
 

Le nuove sfide della pastorale della famiglia

21/06/2022  L'incontro di padre Marco Vianelli con i giornalisti del gruppo editoriale San Paolo. Ecco tutti i cantieri aperti e i progetti per migliorare la condizione del nucleo fondamentale della società

La famiglia? «Un pugile suonato al centro del ring». Padre Marco Vianelli, direttore dell’Ufficio Pastorale della Famiglia della Cei, ricorre a quest’immagine per descrivere, nell’incontro  con i giornalisti del gruppo editoriale San Paolo, lo stato del nucleo fondamentale della società e della teologia cristiana. Padre Marco può vantare un’esperienza diretta della pastorale familiare piantata su solide fondamenta giuridiche e teologiche: veneziano,  classe 1966, francescano, canonista, è stato giudice del tribunale ecclesiastico regionale umbro, poi mediatore familiare, collaboratore di don Carlo Rocchetta e don Enzo Bonetti come direttore dell’Ufficio pastorale Cei di preparazione alla vita nuziale. Dal 2012 è parroco Santa Maria degli Angeli ad Assisi.

«Il tempo della pandemia ha aperto altri mondi», esordisce il padre francescano. «Ci ha permesso di riconoscere nuove fragilità. È cambiato il mondo. Dopo questi due anni di Covid, in cui è stato chiesto alla famiglia di supplire a tutta una serie di cose senza domandarsi fino in fondo se aveva gli strumenti per poterlo fare, ora ha a che fare con nuove sfide, poiché le crisi di coppia e le difficoltà relazionali sono aumentate». C’è stato il problema (spesso un dramma) dei figli, chiusi in camera per mesi. «Sempre più questo mondo presenterà il conto di quello che è successo». Pensiamo alle conseguenze della didattica a distanza: «Molte famiglie raccontano che al ritorno dalla dad si è registrata la fatica di essere attrezzati per leggere la realtà. Molti prof hanno giocato sul tema “adesso vediamo se avete studiate veramente”, sommergendo gli studenti di compiti e verifiche. C’è tutta una generazione che si porterà dietro questa sfiducia addosso come monatti. Abbiamo girato pagina, ma le famiglie queste cose se le portano in pancia come titoli tossici. Ci sono molte cose che non abbiamo risolto».

Anche la pastorale familiare si sta riprendendo, ma con grande fatica. Ha investito molto sulla spiritualità e la riflessione sul sacramento delle nozze («tema mai sufficientemente esplorato»).  L’ignoranza sulla famiglia sia dal punto di vista sacramentale che spirituale o pastorale non è solo un problema liturgico, ma ecclesiologico.  La famiglia è “per” la Chiesa e “con” la Chiesa: «Quando il Papa parla di clericalismo significa che alla Chiesa manca un pezzo: manca la pastorale della famiglia. Continuiamo a costruire una realtà ecclesiale molto clericale e istituzionale ma non pensiamo a una Chiesa pensata per la famiglia. Eppure i due sacramenti caratterizzati dallo slancio missionario sono l’ordine sacerdotale e il matrimonio».

Un altro aspetto interessante di questa epoca è l’associazionismo familiare (pensiamo al Forum delle famiglie). Uno spazio dove genitori e figli per affrontare i problemi rispondono mettendosi in rete e creando gruppi (affido, adozioni, etc.). Insieme cercano di soddisfare tutta una serie di bisogni, come l’assegno unico o l’inverno demografico: «La famiglia sta sul pezzo non da sola, ma in Rete». Un altro soggetto interessante della pastorale familiare è l’esperienza dei consultori, che ha visto una grande vitalità in passato. Oggi però, secondo padre Vianelli, questa realtà sta vivendo «un tempo di disorientamento, di ripiegamento all’interno delle strutture, una difficoltà a essere vivace presenza sul territorio. La sua potenzialità è in crisi, si è rinsecchita. È proprio del consultorio creare rete e invece si è specializzata in dare risposte a bisogni. Non basta. C’è un bisogno di rimettere insieme le anime spirituale e quella più sociale». Inoltre non c’è pastorale della famiglia se non è una “pastorale integrata”. Ci sono alcuni tentativi importanti (il progetto Policoro o il progetto Seme di vento sugli adolescenti), ma molto ancora va fatto. «Catechesi, liturgia, pastorale, sono tutti risvolti della carità». Bisogna creare dei gruppi multidisciplinari, “co- progettare”, perché «coordinarsi nel lavoro, condividere gli strumenti e gli orizzonti è la sfida del futuro. Il tempo della sinodalità ci sta costringendo a usare strumenti diversi per guardare la realtà in modo diverso».

Un’opera realizzata che sta a cuore a don Vianelli è la ristrutturazione della Consulta nazionale, organismo della Cei che vede tutti gli incaricati regionali (16 coppie più sedici sacerdoti, oltre a vari esperti del mondo dell’associazionismo familiare) mettersi idealmente intorno a un tavolo e produrre progetti su tre focus:  fidanzati; custodia di gruppi famiglia, pastorale della coppie.
La pastorale familiare è un cantiere aperto: bisogna continuamente aggiornarsi, progettare, ristrutturare, mettere in campo nuove iniziative. «Il grande movimento dei gruppi familiari sta vivendo un momento di grande fatica, pensiamo al tema delle fragilità con il focus primario sul tema dei divorziati risposati e le coppie in crisi).  La grande cattedrale della pastorale familiare comprende cinque navate. Cinque infatti sono le “macro-aree”. La  prima ha che fare con il ciclo di vita familiare, dalla culla agli anziani. Altro tema è quello dell’educazione (in particolare la dimensione degli affetti, la condizione della donna, l’educazione alla sessualità, gli adolescenti, i bambini, insomma la famiglia come soggetto educativo). Terza navata della cattedrale: il tema classico della pastorale dei fidanzati. «Molti hanno inventato dei corsi on line ripensando il corso. Bisognerebbe lasciarsi coinvolgersi in percorsi nuovi».

Quarto focus: il tema della famiglia e le dinamiche ecclesiali e sociali. «La famiglia vive in questi due mondi. Chiesa in uscita, come dice Francesco, significa raggiungere il mondo. Una Chiesa perennemente in uscita sono le famiglie che abitano le periferie, le chat delle maestre delle scuole, piuttosto che gli spazi dove i figli vanno a fare sport, o ancora le notizie  del mondo del lavoro. E’ importante leggere la famiglia in una serie di realtà che hanno a che fare con il mondo ecclesiale e sociale. Dove appunto abita la famiglia».

Ultimo focus, il più delicato, il più complesso: le famiglie fragili e ferite. Ma a ben vedere le famiglie fragili siamo tutti noi. Tolstoj scrive che tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. La verità è che forse dovremmo entrare tutti di diritto in questa categoria, se consideriamo la fragilità. «Non ci sono “alcune” famiglie fragili ma tutte le famiglie vivono delle ferite». Ecco che l’ospedale da campo della pastorale familiare si mette in gioco: «posa lo sguardo sulle ferite aperte cominciando dalle vulnerabilità. La vulnerabilità è una ferita in potenza. Quali sono quelle realtà che rendono vulnerabili una famiglia? Una famiglia che dunque potrebbe diventare fragile o farsi male? Ecco la nostra missione, la nostravocazione.Allora è necessario osservare la famiglia».

Vianelli annuncia i prossimi progetti del cantiere pastorale familiare: la famiglia e la disabilità; i matrimoni misti («una sfida importante»). Terzo cantiere: «corresponsabilità tra pastori e famiglia nell’ottica di costruire una ecclesiologa diversa. Non significa collaborazione ma proprio rispondere insieme alle domande del mondo. Far fronte comune. Essere corresponsabili. Un modello diverso». Molta attenzione verrà dedicata alla preghiera di coppia e in famiglia. «Non si possono applicare forme di preghiera squisitamente monastiche o clericali. Bisogna aiutare la famiglia a pregare. Non sempre è così chiaro. E’ proprio uno stile relazionale».

Quanto ai temi in voga sui giornali, come il gender, don Vianelli ha idee molto chiare: «Va gestito in punta di piedi. Funziona nella misura in cui sta fuori dalle prime pagine. Ha bisogno di un ascolto quasi in ginocchio, mai di clamore».

Provocato dalle domande della redazione di Famiglia Cristiana, don Vianelli non si è tirato indietro sulle sfide della Chiesa in un mondo che sembra disconoscere i valori familiari. Lo “scarto” tra morale cristiana e società gli è ben presente. Ma la Chiesa, dice, non vuole dare risposte preconfezionate. Prima di rispondere, prima di offrire la bellezza del Vangelo, vuole esplorare, conoscere, capire. «C’è una verità che una Chiesa custodisce ma che può usare solo dopo essersi messa in ascolto, dopo aver ascoltato ciò che è nella storia e nelle storie. È questa la bellezza dell’esperienza sinodale. Allora diventa interessante partire dai bisogni. Nelle famiglie di oggi c’è un gap enorme tra genitori e figli, che hanno registri valoriali diversi. Non perché la famiglia non li abbia trasmessi. I figli sono cresciuti in un’altra acqua. Banalmente quante persone omosessuali conoscono i cosiddetti “boomer”? Poche rispetto a quelle che i figli conoscono di persona. I loro figli crescono in un contesto di fluidità e la vivono in molte situazioni affettive. Per questo traghettare certi valori da genitori ai figli è molto complicato, servono strumenti diversi». Altro esempio: lo smart working. «Stare insieme nello stesso appartamento per mesi è un problema. Quando la scuola con la dad comincia a chiedere tanti spazi alla famiglia diventa una sfida, cambia il modo di essere genitori. Anche lo smart working sta interrogando tanto. Ha vantaggi ma anche derive di solitudine. Se cominci a trasferire il lavoro a casa diventa un problema: la casa non è più il luogo delle relazioni familiari, incidi sulla qualità delle relazioni».

Viviamo un tempo di transizione.  «Assomigliamo più al nostro tempo che ai nostri genitori. Ma vedo che le generazioni che ci stanno davanti sono molto più simili al tempo che stiamo vivendo. Non ci sono certezze ma questo non vuol dire che ci siano risposte ragionevoli che vanno cercate e condivise.

Una delle stelle polari di don Marco è certamente l’Amoris laetitia. Sull’esortazione di Francesco le diocesi sono preparate e attrezzate «ma si ha l’impressione che le coppie facciano scelte morali in autonomia. Quando il Papa si è espresso sulle coppie dei separati risposati, che in passato avevano ricevuto tante porte in faccia, anziché seguire il percorso di discernimento, di consapevolezza e di fede che era stato loro raccomandato, si sono disinteressate della cosa, quel che importava loro è essere stati sdoganati, non cominciare un cammino all’interno della comunità».

Questo tema unito a quello della castità prematrimoniale,  assume spesso i contorni drammatici di quello “scisma silenzioso, strisciante” di cui parlò per primo il cardinale Carlo Maria Martini. La fede che diventa una fede soggettiva personale non più in relazione con la comunità, con la Chiesa. Ed è questa forse la principale sfida cui è chiamato l’Ufficio pastorale di don Marco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
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