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lunedì 11 novembre 2019
 
Marco Impagliazzo
 

"Le Ong salvano vite, stiamo smarrendo la nostra umanità"

07/08/2017  I migranti, le accuse alla nave Iuventa, la missione in Libia, lo Ius Soli. A colloquio il presidente della Sant'Egidio.

Marco Impagliazzo, presidente della Comunità Sant'Egidio.
Marco Impagliazzo, presidente della Comunità Sant'Egidio.

“Il dibattito sui migranti di questi giorni produce un effetto straniante, rischia di smarrire l’opinione pubblica su una questione molto seria a drammatica: il salvataggio di migliaia di vite in mare”. Marco Impagliazzo, storico e presidente della Comunità Sant’Egidio è molto preoccupato sulla piega che ha preso il Paese sull’immigrazioen e sul clima che si respira. Che in Italia vi sia un clima non proprio favorevole ai migranti lo dimostra il cambiamento di rotta del Governo, che ha rimandato l’approvazione dello Ius Soli in autunno.

“Chiamare questa legge Ius Soli, come fanno tutti i giornali e tutti i politici, è già il segnale che il problema viene visto con lenti distorte. Non si tratta di Ius Soli ma di Ius Culturae, nel senso che per ottenere la cittadinanza i minori devono aver compiuto un intero ciclo scolastico e rispettare adempimenti che testimoniano il pieno inserimento nel contesto culturale italiano”.

Oltretutto il segretario del Pd Renzi ha detto che la legge che conferisce la cittadinanza ai minori figli di stranieri residenti in Italia non si chiuderà in questa legislatura, decretando il de profundis.

“Sarebbe una sconfitta per tutti, a cominciare dalle associazioni cattolici che si sono battuti per anni per ottenere questo giusto riconoscimento. Ma io spero che il Governo mantenga la sua promessa di arrivare a una approvazione della legge in autunno”.

Le notizie relative alla nave Iuventa e alla ong tedesca Jugend Rettet, accusata di contatti con i trafficanti di uomini, gettano gravi sospetti sui salvataggi in mare.

“Non si può fare di tutta l’erba un fascio. Le Ong non sono organizzazioni criminali, ma organizzazioni umanitarie: fanno un grande lavoro di sostegno alla società, supplendo spesso a funzioni che dovrebbero essere svolte dagli Stati europei. E invece si sta diffondendo con una certa malizia un messaggio denigratorio nei confronti di chi pensa solo a salvare vite in mare”.

Eppure il caso della nave Iuventa è a dir poco inquietante.

“Su questo caso farà chiarezza la magistratura. Al momento è difficile esprimere un giudizio su una vicenda come questa. Ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di un’eccezione e che generalmente le ong rispettano le leggi del mare e le convenzioni internazionali”.

Nove ong su tredici non hanno aderito al codice di comportamento del Viminale per le navi che effettuano salvataggi nel Canale del Mediterraneo.

“La questione fondamentale della controversia tra queste Ong e il ministero degli Interni è la presenza a bordo di funzionari armati, disposizione contraria allo statuto delle ong adottato in tutti i Paesi in cui intervengono, non solo nel Mediterraneo. L’altro punto di contrasto è la proibizione dettata dal codice del trasbordo dei naufraghi in navi più attrezzate, che può apparire come una pura limitazione ai salvataggi. Ma questo non vuol dire che vi sia una divisione netta tra Ong e Stato italiano. So per certo che generalmente tutte queste Ong collaborano attivamente e reciprocamente con la Guardia costiera”.

Non pensa che anche nei soccorsi in mare sia necessario aderire a un codice di comportamento per evitare l’anarchia?

“E’ giusto regolamentare, ma non è giusto denigrare chi salva vite in mare. Il Viminale non sta denigrando nessuno, ma una parte della politica è saltata su questa vicenda per dare addosso alle Ong. Tutto ciò è profondamente sbagliato e carico di conseguenze per il futuro di organizzazioni impegnati a salvare vite e a migliorare le condizioni di tanta gente in tanti scenari del mondo, non solo nel Canale di Sicilia”.

La missione della Marina italiana in Libia può aiutare a respingere i trafficanti?

“Naturalmente se si trattasse di aiutare le pattuglie libiche a contrastare i trafficanti sarei d’accordo. Ma mi pare una missione ancora da chiarire in molti punti. Dobbiamo capire meglio che cos’è la Guardia Costiera libica e come lavora. La Libia non è un Paese affidabile nel trattenimento dei migranti, trattati in condizioni disumane.  Del resto la Libia non ha mai firmato la Convenzione dei diritti dell’uomo”.

E’ possibile trovare una soluzione agli sbarchi continui di migranti sulle coste italiane? Non dovrebbe essere messo un argine?

“Siamo di fronte alla grande questione del ventunesimo secolo: quella migratoria. Un problema complesso, epocale, che va affrontata con visioni molto più ampie della vicenda che vede coinvolte le ong. Le soluzioni ci sono: dobbiamo favorire i corridoi umanitari e rivedere la legge sull’immigrazione, riaprendo ai ricongiungimenti familiari, rilanciando il tema della sponsorship: laddove ci sono associazioni di cittadini, comunità, parrocchie che hanno la volontà e le risorse per accogliere i migranti, perché non dargli la possibilità di farlo?”.

Dobbiamo aprire anche ai migranti economici? L’Italia è in crisi, non possiamo accogliere tutti, si dice.

“E’ stata svelata da tempo l’ambiguità della distinzione tra migranti economici e non economici. Ci sono imprese artigiane che chiudono non perché mancano le commesse ma perché mancano gli  artigiani. Ci sono lavori che nessun italiano vuol fare. C’è un grande bisogno di manodopera, spesso poco qualificata, che non abbiamo. Dobbiamo rivedere le quote di ingresso, in modo da controllare l’equilibrio tra domanda e offerta, conferendo visti per ragioni economiche. L’Europa oggi è un continente chiuso, in cui si entra solo illegalmente, per vie pericolose e mortali. Il contrasto all’immigrazione illegale nasce perché non esistono vie legali all’ingresso dei migranti, molti dei quali vogliono solo raggiungere le famiglie nei Paesi del Nord Europa”.

Il detto “aiutiamoli a casa loro” secondo lei è solo uno slogan?

“No, purché lo si faccia davvero. Bisogna che a livello europeo si creino degli uffici che valutino le domande in loco, dall’Etiopia al Niger, per indurre tanti migranti a desistere nel prendere la via del deserto. In questi due ultimi anni è stato fatto un grande lavoro diplomatico con Paesi che stanno collaborando col governo italiano. Il Niger è uno di questi. Noi della Sant’Egidio abbiamo invitato il presidente di questo Stato africano alla prossima preghiera della pace che faremo in Germania. Esistono numerosi Paesi che vogliono collaborare per far rimanere la loro migliore gioventù nella propria terra e collaborare a farla progredire. La maggioranza dei membri della Sant’Egidio vive in Africa: non ce n’è uno che ha voluto emigrare dal suo Paese. Hanno capito che si può continuare a lavorare per il proprio Paese”.

 

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