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venerdì 24 maggio 2024
 
 

Le parole del ‘68

27/12/2018  Sono pochi  gli anni nella storia che segnano un’intera epoca. Il 1968, ma per tutti soltanto il “68”, è tra quelli. A torto o a ragione. Sia che ci si schieri tra quelli che lo hanno mitizzato, sia che si stia dalla parte dei suoi detrattori. Con il 2018 che sta per concludersi sono passati 50 anni esatti da quella data fatidica

Sono pochi  gli anni nella storia che segnano un’intera epoca. Il 1968, ma per tutti soltanto il “68”, è tra quelli. A torto o a ragione. Sia che ci si schieri tra quelli che lo hanno mitizzato, sia che si stia dalla parte dei suoi detrattori.

Le prime rivolte studentesche  iniziarono, in realtà, l’anno prima. A Berkeley, negli Usa, addirittura nel 1964. Il fuoco della rivolta incendia le università di mezzo mondo, in contemporanea: a Parigi  come a Berlino, a Stanford come a Tokyo, a Pechino come a Roma. “Ce n’est  qu’un debut”, era il motto dei manifestanti. E in effetti “fu solo l’inizio” di qualcosa di mai visto prima. Era nato il “Sessantotto”.

Quante parole, quanti slogan, quanti neologismi sono stati “creati” dai movimenti di contestazione e da chi poi ha raccontato quella stagione, prima sui media, e poi sui libri. Termini ed espressioni che sono entrati pure nel lessico comune: da “assembleare” a “collettivo”; dal prefisso “contro-” usato in ogni salsa, all’onnipresente “coscienza di classe”.  E, ancora, quanti personaggi e luoghi sono rimasti legati a quella particolarissima temperie storica: da Mao, a Martin Luther King; da Che Guevara ai Beatles, passando per Bob Dylan e Herbert Marcuse.

Proprio come fosse un abbecedario del ’68 che inizia con “Autogestione” e finisce con “Woodstock”, ripercorriamo quel fenomeno che ancor oggi divide storici, politologi e studiosi del costume tra chi ne ha celebrato la carica positivamente innovativa, e  che ne ha voluto vedere gli incubatori della successiva stagione segnata dalla violenza politica. Fu vera rivoluzione, per usare un termine molto in voga allora? Fu “l’ultima giornata rivoluzionaria dell’Ottocento”, come  la definì il sociologo francese Alain Touraine, o l’inizio di un inarrestabile, storico processo di emancipazione?

Comunque lo si voglia giudicare, il Sessantotto non ha cambiato radicalmente solo la vita di una generazione, ma anche la nostra cultura, il modo di vivere e di pensare, i comportamenti sociali, ha abbattuto ritualità, magari per creare nuovi miti. Ecco, allora, un “alfabeto” ragionato, ma non troppo,  del “Sessantotto” e dei suoi dintorni.

A come AUTOGESTIONE

“Storia del movimento operaio” al posto dell’ora di fisica, seminari  sul pacifismo al posto della lezione di latino, laboratorio teatrale in sostituzione di educazione fisica. Era l’autogestione, cioè l’organizzazione diretta da parte degli studenti medi e universitari di lezioni o interi corsi per un determinato tempo, come forma di protesta contro i programmi scolastici, considerati inadeguati e  superati. L’auto-gestione, se vogliamo, è la forma più compiuta ed eclatante di tante altre “auto-” teorizzate e praticate nel Sessantotto: l’auto-valutazione, l’auto-nomia, l’auto-riduzione (dei prezzi), ecc.

B come BERKELEY

L’università californiana nelle cui aule iniziò tutto. In realtà era il 1964, l’anno di nascita del  “Free Speech Movement” che inaugurò la stagione delle proteste nelle università statunitensi. Pochi sanno che uno dei protagonisti di quella primissima protesta fu un attivista politico americano, ma di origini italiane, figlio di emigranti siciliani: Marco Savio. Divenne famoso per un breve, ma memorabile discorso pronunciato davanti a quattromila studenti il 2 dicembre 1964 in cui rivendicava il diritto a parlare degli studenti. Iniziava così: “Il rettore ci ha detto che l’università è una macchina; se è così, allora noi ne saremo solo il prodotto finale, su cui non abbiamo diritto di parola. Saremo clienti  dell’industria, del governo, del sindacato… Ma noi siamo esseri umani! Se tutto è una macchina, ebbene… arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti fa stare così male dentro, che non puoi più parteciparvi, neppure passivamente. Non resta che mettere i nostri corpi tra le ruote e gli ingranaggi, sulle leve, sull’apparato, fermare tutto (…)”.  Morì giovane, per infarto.  La ribellione nel campus della più grande università pubblica americana sarebbe dilagata negli anni successivi negli atenei degli Usa e in Europa. Era iniziato il ’68.

C come CICLOSTILE

Quella rumorosa e ingombrante macchina stampatrice ad inchiostro oggi sta nei musei  come pezzo di modernariato, o nelle soffitte di qualche stamperia, eppure fu il “web” del Sessantotto.  Produceva i volantini,  detti anche ciclostilati,  il mezzo di comunicazione più diffuso  in quegli anni, sia tra gli  studenti che gli operai per divulgare  pensieri e parole del “movimento”.  Il volantinaggio era l’immancabile rito che accompagnava assemblee, manifestazioni e cortei. Diventò subito uno degli oggetti-simbolo della  contestazione. C’è chi ne ha fatto collezione.

D come DYLAN

E’ il simbolo di una rivoluzione che imbracciava la chitarra al posto dei fucili. Le canzoni composte negli anni ’60 da Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan,   sono diventate la colonna sonora della contestazione giovanile.  I versi di “Blowin’ in the wind” (1963), di  “A hard rain’s a gonna fall” (1962),  o  di “The Times they are a-changin",  cantata anche in un duetto con Joan Baez ,  o ancora di  “Like a Rolling Stones” (1965) furono i manifesti poetici di quella controcultura che urlava “no alle armi e alla guerra” e si batteva per i diritti civili, veri e propri inni. Forse non era mai accaduto prima nella storia della musica pop che una canzone si trasformasse in un vero e proprio inno generazionale.  A riuscirci fu il “menestrello del rock”.

E come ESKIMO

La “divisa” d’ordinanza del Sessantottino. Il simbolo indossabile della contestazione giovanile. Si trattava di un giubbotto, esclusivamente di color verde, con  un interno di pelliccia sintetica bianca, confezionato in modo semplice, ma molto funzionale e dal prezzo popolare. Con clarks ai piedi, maglione e l’immancabile  sciarpa di lana,  formava il look del rivoluzionario perfetto, si fosse studenti o metalmeccanici. A celebrarlo definitivamente furono i versi della canzone “Eskimo” di Francesco Guccini scritta nel 1978: “Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà… e quanto son cambiato da allora e l’eskimo che conoscevi tu lo porta addosso mio fratello e tu lo porteresti e non puoi più”.  Testo che narra di una relazione dell’autore con una donna della borghesia che poteva permettersi il “paletot”.

F come FANTASIA

Niente a che vedere con l’omonimo film della Disney, ovviamente. “Fantasia al potere”, o anche “immaginazione al potere”,  è stato uno degli slogan più utilizzati dai movimenti studenteschi di quegli anni. Questi si rifacevano, più o meno consapevolmente, alle teorie del filosofo della politica Herbert Marcuse, espresse soprattutto nel suo fortunatissimo saggio “L’uomo a una dimensione” (1964). Lo slogan era perfetto per simboleggiare la battaglia contro l’ideologia  “repressiva” della società industriale, così come l’aveva ben descritta Marcuse nelle sue opere.  Ma la “fantasia” ricorre  anche in altri motti  “sessantottini” come quello, riesumato dallo slogan ottocentesco di origini anarchiche “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”, che sarà ripreso anche dal movimento del ’77.

G come GUEVARA

Chi della generazione sessantottina non ha tenuto un manifesto del “Che” appeso in camera, alzi la mano. Ernesto Guevara, detto il “Che” (1928-1967) fu il mito assoluto del Sessantotto e dei militanti del movimento. Il medico d’origine argentina, eroe della rivoluzione cubana che a fianco di Fidel Castro rovesciò la dittatura di Fulgentio Batista, è diventato nel mondo l’icona del rivoluzionario che si batte per la libertà dei popoli schiacciati dal dispotismo. La sua fine, catturato e ucciso dai reparti anti-guerriglia dell’esercito boliviano, mentre combatteva per la rivoluzione del Paese sudamericano, ne rese immortale l’immagine. La foto di Alberto Korda che lo ritrae con barba e basco è stata una delle fotografie più stampate del XX secolo e il manifesto più appeso negli anni ‘Sessanta.

H come HIPPY

Ricordate gli slogan “mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “fate l’amore non fate la guerra”? Erano le parole d’ordine degli hippie, ovvero dei “figli dei fiori”, il movimento giovanile che sorse negli anni Sessanta negli Stati Uniti e si diffuse i tutto il mondo: gli ideali erano quelli della “Beat generation”: pace, libertà e amore. Combattevano le convenzioni sociali, vestiti con sgargianti tessuti  con disegni a fiori, pantaloni a zampa d’elefante, capelli lunghi e bandane; preferivano il rock psichedelico; sposarono la rivoluzione sessuale e l’uso degli stupefacenti, specie la cannabis e gli allucinogeni (lsd).

I come INDIA

Il “trip” di un’intera generazione. “L’Hippie Trial”, il “Sentiero degli hippie”, era la via verso l’Oriente che transitava necessariamente per l’India, il viaggio per eccellenza che tanti giovani negli anni Sessanta intrapresero alla scoperta della spiritualità orientale, ma non solo. L’India dei santoni diventava così una specie di “paradiso perduto” dove ritrovare la verità smarrita, la fusione col Tutto, un nuovo equilibrio realizzato con mantra e consumo di sostanze allucinogene per allargare la coscienza. Ma attraeva anche la figura di Gandhi, che  con l’arma della non-violenza aveva sconfitto l’Inghilterra coloniale. Pochi soldi in tasca, autostop, niente aereo o treno, più che un viaggio era un’avventura, un rito d’iniziazione e  un’esperienza di vita, dove tutto era lasciato al caso.  Anche il viaggio “On the road” è ribellione, come insegnava Jack Kerouac. Nel 1968 “apripista” del trip ad Oriente furono i Beatles che si trasferirono in India per oltre un mese per seguire gli insegnamenti del maestro di meditazione trascendentale Maharishi Mahesh Yogi.

L come LIBRETTO ROSSO

Uno dei testi “cult” dei sessantottini, letto o meno che fosse.  Raccoglie in un’antologia divisa in 33 capitoletti le citazioni tratte da scritti e discorsi del presidente Mao Tse-Tung, il “Grande Timoniere” della rivoluzione cinese. Dal 1966, anno della sua prima pubblicazione, fino ai giorni nostri, ha superato il miliardo di copie stampate e diffuse in tutto il pianeta. E’ un summa del pensiero marxista-leninista secondo  Mao. Compilato a scopo propagandistico da Lin Biao, comandante dell'Esercito di Liberazione del Popolo contiene citazioni memorabili,  da "la rivoluzione non è un pranzo di gala", a "tutti i reazionari sono tigri di carta".

M come MARX

“Lotta di classe”, “borghesia”, “capitalismo”,  “proletariato”: tutti termini ben conosciuti dal vocabolario del sessantottino. E arrivati fino ai nostri giorni sul traghetto dei partiti e dei movimenti della Sinistra europea.  Ebbene, sono tutte “voci” derivate dal pensiero politico-economico di Karl Marx, uno dei pensatori più dibattuti degli ultimi due secoli.  Sono ricorsi proprio a maggio di quest’anno i 200 anni dalla nascita del filosofo tedesco, padre del comunismo, a cui Treviri, sua città natale, ha dedicato imponenti celebrazioni. Il suo “Manifesto”  assieme al libretto rosso di Mao è stato il libro più cult negli anni della contestazione. Magari non capito fino in fondo,  il pensatore tedesco fu l’intellettuale organico del “Sessantotto”. Nelle manifestazioni il suo nome era sempre scandito assieme a quello di Lenin e Mao Tze Tung.

N come NANNI… MORETTI

“Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio cose”: in una delle più esilaranti e note scene di “Ecce Bombo”,  una ragazza spiega così come riesce a sbarcare il lunario a Michele (lo studente interpretato da Nanni Moretti, che è anche il regista della pellicola).  Siamo già nel 1978, ma il film, dolceamara fotografia generazionale,  descrive tra il divertito, il sarcastico, le disillusioni dei  post-sessantottini, gli ideali sociali sfiancati dalla realtà e le nevrosi di quegli anni della mancata rivoluzione.  Grandissima la metafora finale del film quando gli amici vanno in spiaggia per attendere l’alba nuova, ma il sole beffardamente sorge alle loro spalle.

O come OCCUPAZIONE

Agitazione, contestazione e occupazione: ecco le tre azioni “militanti” del 68. Quest’ultima, soprattutto, rappresenta uno dei tratti distintivi della cultura  alternativa e anti-sistema del movimento. Si occupava la  fabbrica e l’università. Nelle scuole, cancelli chiusi, aule presidiate, e al posto delle lezione si tenevano fumosissime assemblee permanenti, collettivi e esperimenti di autogestione in cui si  organizzavano “controcorsi” e “controseminari”. Non si era dei militanti veri se non passava una notte nella scuola occupata, dormendo in sacco a pelo. E durante le occupazioni vengono studiate forme di lotta politica che avrebbero avuto  in seguito molta fortuna, ad iniziare dal rifiuto della delega, privilegiando il potere decisionale dell’assemblea.

P come PADRI PADRONI

I bersagli della contestazione: coloro che rappresentavano l’autorità e la tradizione immutabile e che ora venivano ferocemente messi in discussione, perché ritenuti responsabili di un fallimento civile e sociale. Nella scuola l’insegnante, all’università il docente-barone, nella fabbrica il dirigente,  in famiglia  il padre-padrone. La critica dissacrante verso chi esercita il potere ritenuto autoritario è radicale. C’è chi ipotizza la morte dei padri (Jaques Lacan) e chi, già agli inizi degli anni ’60, una nuova società senza padri, ben prima del ’68, come Alexander Mitscherlich, sociologo e psicologo tedesco, che pubblica “Verso una società senza padre”, un libro per certi versi profetico,  tradotto in italiano nel 1970. Dal conflitto coi padri e i maestri, si sarebbe passati alla stagione attuale del distacco e del disinanto delle giovani generazioni nei confronti di quelle dei genitori.

Q come QUADERNI PIACENTINI

Rivista  di dibattito politico-culturale bimestrale fondata e diretta da Piergiorgio Bellocchio dal 1962 a Piacenza,  sottotitolo "a cura dei giovani della sinistra” (ultimo numero è del 1984).  Anticipò le tematiche del movimento studentesco del Sessantotto. Ebbe come collaboratori  intellettuali illustri come Giovanni Giudici, Franco Fortini, Giovanni Raboni, Goffredo Fofi, Mario Isnenghi, Roberto Roversi, Alberto Asor Rosa, e tanti altri che gravitavano nell’ambito della cosiddetta “nuova sinistra”.  Non ebbe mai tirature elevate (massimo 11 mila proprio nel ’68),  ebbe il merito riconosciuto di rimanere lontana dagli estremismi e dai populismi  dell’epoca . Sul "Sole 24 Ore" del 22 aprile 2007, Cesare De Michelis l'ha ricordata come la rivista di un gruppo di intellettuali che "cercarono di tenere assieme il lume della ragione con la pratica della contestazione".

R come RIVOLUZIONE

Quando i Beatles eseguivano “Revolution”, pubblicata  nell’agosto del ’68, negli stadi di tutto il mondo era il vero delirio. Ma il Sessantotto fu vera “rivoluzione”? La società immaginata dai movimenti di contestazione in quegli anni era “una rivoluzione” rispetto al modello economico-sociale capitalistico. Si immaginava una società socialista. “Rivoluzione” e “dittatura del proletariato”  venivano teorizzate dagli ideologi d’allora, che le mutuavano dal pensiero politico di Karl Marx e Friederich Engels.  La storia, come si sa, poi prese un’altra direzione. Una cosa, comunque, è certa: il termine “rivoluzione”, così poco in auge oggi, fu una delle parole d’ordine più usate dal movimento.

S come SEI POLITICO

Il nuovo principio del Movimento recitava più o meno così: il primo nella lotta doveva essere anche il primo nello studio, quindi il voto diventava politico e chi è stato attivo nella contestazione merita, come dire, la sufficienza.  La “meritocrazia” diventa, improvvisamente, una parolaccia; una regola reazionaria da abbattere. E poi, se la scuola boccia, si dovrebbero bocciare pure gli insegnanti. Col “sei politico”, si affermò pure l’autovalutazione, gli esami autogestiti di gruppo in università. Ma tutto ciò durò molto poco e fu esperienza di pochi atenei. All’università, ovviamente, il sei si moltiplicava per tre, diventando il “18 politico”.

T COME TAZEBAO

Potremmo definirlo oggi un “social” ante-litteram. E’ la versione  italiana del termine cinese “dazebao” con la quale si indicava quello striscione affisso alle pareti, sul quale stavano scritti a mano, a caratteri cubitali, slogan politici. Nelle aule  universitarie e nei corridoi degli atenei i tazebao lanciavano i messaggi e le parole d’ordine del movimento. L’origine del tazebao  è cinese e viene fatta risalire al  maggio 1966 quando, all' università di Pechino, una giovane insegnante di filosofia, affisse uno di questi enormi striscioni per criticare il presidente della stessa università. Mao riconobbe pubblicamente l'importanza di quello scritto e chiese che fosse diffuso in tutta la Cina.

U come UOMO A UNA DIMENSIONE

Uscito in inglese nel 1964 e diffuso in Italia ed Europa nel 1967, Uomo a una dimensione consacrò il suo autore, il sociologo Herbert Marcuse, come il maestro indiscusso del Movimento e della Sinistra. La critica radicale che Marcuse faceva della società industriale avanzata, opulenta e alienante,  divenne lo strumento teorico anti-sistema più sofisticato e diffuso tra le nuove generazioni di quegli anni. La democrazia, secondo l’acuta analisi dello studioso che cercò di fondere l’analisi marxiana e le teorie psicoanalitiche freudiane, viene  ridotta a mero simulacro, perché il potere resta nelle mani di pochi che giocano tra permissivismo e repressione. Un testo cult, che dice molto anche sulla società di oggi.

V come  VIETNAM

Il tragico teatro della “guerra sporca”, del “male” assoluto. Per i movimenti  di protesta  di mezzo mondo la guerra del Vietnam divenne l’esempio massimo della protervia dell’imperialismo contro un popolo. Il conflitto, che scoppiò a metà degli anni ’50 e finì per coinvolgere  militarmente sempre più gli Stati Uniti  a fianco del governo sudvietnamita contro il l’esercito del Fronte di Liberazione Nazionale filocomunista, finì con una pesantissima sconfitta degli Usa e, nel 1975, la caduta di Saigon. Furono dapprima i giovani studenti americani dei campus che iniziarono a protestare e a rifiutarsi al servizio di leva. Quindi li seguirono i coetanei europei. Il “maggio francese” (1968) viene fatto iniziare proprio dall’occupazione dell'edificio amministrativo della facoltà di Nanterre,  per protesta contro gli arresti di studenti operati durante delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Musica e cinema americani, prima ancora che la letteratura, si sarebbero occupati del conflitto dipingendolo come il trauma dei traumi di quel Paese. Uno spartiacque tra un “prima” del Vietnam  e un “dopo” che ancora segna dolorosamente il tessuto sociale e civile degli Stati Uniti. 

Z come ZOMBIE

Il 1968 è l'anno in cui esce nelle sale Usa “Night of the living dead, La notte dei morti viventi”, il film con cui Romero inventa lo zombie come lo conosciamo oggi, efficacissimo mostro, cadavere ambulante divoratore di uomini che con passo lento attraversa grande e piccolo schermo, fumetti,  videogiochi romanzi.  Il film  getta le basi per un immaginario duraturo: quello dell'assedio a una piccola comunità umana asserragliata in uno spazio chiuso dai morti viventi, divorata e messa a rischio, più ancora della minaccia fisica del mostro, da incomprensioni, paura e irrazionalità degli umani.  La pellicola interpreta al meglio le inquietudini dell’epoca, alludendo pure agli stereotipi e alle tensioni razziali nell'America di quegli anni, non molto tempo dopo l'assassinio di Martin Luther King: l'eroe che meglio affronta il nemico mostruoso è Ben, afroamericano, che sopravviverà all'assalto degli zombie fino al tragico epilogo. Nell'ultima sequenza, superata ormai la terribile notte e a un passo dalla salvezza,  scambiato in lontananza per un non-morto, verrà ucciso dalla milizia improvvisata condotta dallo sceriffo a ripulire il territorio e cercare i sopravvissuti: tutti bianchi dell'America rurale. Un finale amarissimo che mantiene intatta forza e suggestioni critiche sulla società che racconta.

W come WOODSTOCK

In realtà quello che passò agli annali per il più grande e famoso concerto rock della storia avvenne nel 1969, ma rappresenta nell’immaginario collettivo il grande evento che riassume musicalmente il Sessantotto e tutta l’era hippy. E non si svolse a Woodstock, bensì a Bethel nella contea di Sullivan,  una cittadina rurale  nello stato di New York, a 69 km a sud-ovest di Woodstock, nota per i suoi festival d’arte. Il festival durò quattro giorni dal 15 al 18 agosto 1969 e  radunò qualcosa come mezzo milione di giovani. Un numero ben superiore a quello che gli organizzatori s’attendevano. Tutti, media in testa, s’aspettavano che a quel maxi-raduno di “drogati e capelloni” accadesse il finimondo, tra violenze e disordini. In realtà ci furono, sì, due vittime: un ragazzo investito da un trattore e un marine diciottenne, morto per per overdose, ma le cronache di quei giorni, a parte qualche isolato incidente e gli inevitabili ingorghi stradali nei paraggi dell’area destinata al concerto, dovettero riportare solo il clima di festa e di allegria di chi assistette all’evento. Max Yasgur, l’allevatore che accettò di affittare i suoi 600 acri (2,4 chilometri quadrati) agli organizzatori del concerto ebbe a testimoniare a favore della marea di giovani convenuti: Se ci ispirassimo a loro potremmo superare quelle avversità che sono i problemi attuali dell'America, nella speranza di un futuro più luminoso e pacifico".  Comunque  Sul palco si alternarono artisti del calibro di Jimy Hendrix, Joan Baez, Joe Cocker, Janis Joplin, Santana, e gruppi come  Crosby, Still, Nash & Young, The Who, Jefferson Airplane.  

(foto ANSA)

 
 
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