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Le parole? Pietre, spade o ponti: la comunicazione al servizio dell'uomo

14/10/2021  Dimmi come parli e ti dirò che società hai nel cuore (e contribuisci a costruire o a indebolire). Un'antropologa e una giornalista riflettono su uno dei problemi più scottanti, visto che oggi si ama, si litiga e si odia spesso in 140 caratteri o poco più. "Parole di prossimità" è il libro di Alessandra Turrisi e Angela Biscaldi allegato al numero di Famiglia Cristiana in edicola dal 14 ottobre. Qui un breve estratto

Nella cultura occidentale il paradigma comunicativo dominante – cioè il modello attraverso il quale interpretare tutti i processi comunicativi – è stato per secoli quello referenziale. In questa prospettiva, il linguaggio è stato considerato come uno strumento utilizzato dagli uomini per descrivere la realtà o per duplicare, attraverso le parole, ciò che si pensa o si sente, e la comunicazione è stata intesa e studiata come il trasferimento di un messaggio da un mittente a un ricevente. In questo passaggio, l’attenzione principale è posta sul messaggio: esso deve transitare da un individuo a un altro, da un luogo a un altro, mantenendosi il più possibile inalterato nel processo di trasmissione per conservare il suo significato autentico.

Questo modo di rappresentare la comunicazione è stato formalizzato nel celebre modello del linguista Roman Jakobson (1896-1982)1. Secondo tale schema, la comunicazione avviene tra un mittente (colui che invia un messaggio) e un destinatario (colui che riceve il messaggio); il messaggio è prima codificato dal mittente e poi decodificato dal destinatario attraverso un codice, cioè un sistema di segni condiviso (per esempio la conoscenza comune di una lingua). La comunicazione avviene attraverso un canale, cioè il mezzo o supporto fisico della trasmissione del messaggio: l’aria nel caso della comunicazione faccia-faccia, nel caso della comunicazione scritta un supporto materiale (carta, pietra, metallo…) o elettronico. Mittente e ricevente comunicano all’interno di un contesto, cioè una realtà fisica o socio-culturale che permette loro di intendersi. Perciò la comunicazione è avviata da un mittente che codifica un pensiero in un messaggio; il messaggio viene trasmesso e, sopravvivendo più o meno correttamente alle interferenze del contesto, raggiunge il ricevente che lo decodifica. Il processo è tanto più riuscito quanto più il destinatario, nella sua operazione, riesce a decodificare il messaggio nella forma più vicina a quella originariamente codificata dal mittente.

La concezione referenziale del linguaggio è un modello cognitivo, scandito da “informazioni”, “codici”, “rappresentazioni mentali” che si concentra quasi essenzialmente sull’aspetto verbale, consapevole, riflessivo, che è legato a idee presenti nella mente del parlante. Si tratta di un’immagine (mittente-messaggio-ricevente) enormemente influente nelle nostre pratiche quotidiane, che funziona come una vera ideologia linguistica, cioè come un’idea che orienta i nostri  comportamenti, le nostre aspettative e le nostre rappresentazioni culturali di ciò che si deve o non si deve fare. Infatti, sebbene conosciamo l’importanza degli aspetti non verbali (il tono della voce, gli sguardi, la postura del corpo, i gesti…), raramente questi elementi vengono tenuti in considerazione e il processo interpretativo di un evento comunicativo si esaurisce perlopiù nel focalizzarsi su “ciò che è stato detto” e sulla comprensione dei contenuti verbali.

Pensiamo per esempio all’incidenza di questo modello nella relazione educativa e nei contesti di apprendimento. L’assunto che l’atto educativo corrisponda a un trasferire, riempire quanto più possibile le teste degli studenti di contenuti è ancora alla base del nostro sistema scolastico ed è proprio il riflesso di questo modello comunicativo. Quando i docenti fanno lezione, gli studenti sono concentrati sul prendere freneticamente appunti per cercare di “catturare” quanto più fedelmente il “messaggio autentico”, cioè quello che corrisponde maggiormente alle parole del professore, parole che si immagina duplichino il suo pensiero. Questi appunti poi saranno imparati e riprodotti, spesso meccanicamente, per restituire nel modo più fedele possibile quanto è stato detto. Si suppone infatti che il docente riconoscerà dalle parole degli studenti l’esattezza dell’interpretazione, in quanto riproduzione fedele del messaggio originario. La didattica frontale trasmissiva è quindi l’espressione e l’attualizzazione della concezione referenziale del linguaggio: assegna al docente sulla cattedra il compito di trasferire nelle teste dei suoi studenti il sapere; agli studenti il compito di essere solerti decodificatori di messaggi e ripetitori fedeli di contenuti. Inoltre, la concezione referenziale del linguaggio comporta un’altra importante conseguenza. In base a essa, il significato del messaggio è visto come qualcosa che esiste nella mente dell’emittente ben prima dell’atto del parlare, una sorta di “proprietà” del parlante, una verità nota solo a lui, che il parlante cerca di trasferire “tale e quale”. A questa verità, contenuta nella mente, il parlante può sempre appellarsi in caso di fraintendimento, per giustificarsi: “Io non intendevo dire questo”, “Non hai capito” sono tutte opzioni culturali rese possibili dal fatto di aderire a una concezione referenziale del linguaggio grazie alla quale il vero significato del messaggio è “proprietà” dell’emittente. (...) Se pensiamo alle nostre esperienze comunicative quotidiane notiamo che in realtà il messaggio non è un’entità che possiede una propria autonomia, oggettivo e indipendente, ma piuttosto qualcosa che si costruisce gradualmente durate il processo di trasmissione, in relazione ai contesti e agli interlocutori.

(...) Ci accorgiamo allora che la lingua non è uno strumento neutro, ma costituisce il nostro modo di essere nel mondo, orientando con le sue categorie la nostra percezione e rappresentazione della realtà ma anche modificandosi, vivendo, negli scambi concreti degli uomini. Occorre quindi uscire da questo modello strumentale-referenziale per adottarne uno più ampio. Nel 1935 Bronislaw Malinowski, un antropologo che ha dedicato la vita allo studio delle popolazioni delle isole Trobriand della Nuova Guinea, nell’opera Coral Gardens and Their Magic, introduce due concetti fortemente innovativi per quei tempi: il concetto di forza pragmatica del linguaggio e quello di faticità. Malinowski scrive che non c’è niente di più pericoloso dell’immaginare che la lingua corra in parallelo e in modo perfettamente corrispondente ai processi mentali, e che la funzione della lingua sia quella di riprodurre o duplicare la realtà mentale dell’uomo (idea che, come abbiamo visto, è alla base della concezione referenziale). La funzione della lingua è invece quella di «prendere parte attivamente e pragmaticamente al comportamento umano»:

"Esaminiamo ora attentamente gli usi del linguaggio durante la coltivazione alle isole Trobriand cominciando, per esempio, da un gruppo di persone che, dopo il consiglio (kayaku), si recano agli orti per “contare gli educativo, in quanto gli uomini più anziani e meglio informati tramandano i risultati delle loro esperienze passate ai più giovani… Lo studio del parlato dei trobriandesi portava Malinowski a mettere in luce il carattere performativo del linguaggio, cioè la sua capacità di produrre cambiamenti, di agire nel mondo per produrre trasformazioni. Le parole, esattamente come le azioni, generano cambiamenti nel mondo sociale. Il linguaggio non è solo uno strumento per descrivere il mondo ma piuttosto è una forma di azione sociale.

Un secondo concetto introdotto dall’autore è quello di comunicazione fàtica. Malinowski ritiene questa funzione molto importante: "A mio avviso nel discutere la funzione del linguaggio relativamente alla socialità, si giunge a uno degli aspetti fondamentali della natura dell’uomo all’interno della società. In tutti gli esseri umani esiste la ben nota tendenza  ad aggregarsi, stare insieme e godere della reciproca compagnia. Molti degli istinti e delle inclinazioni innate, come paura, combattività e tutti i tipi di sentimenti sociali, come l’ambizione, la vanità, la brama di potere e di ricchezza, dipendono da e sono associati a quella tendenza fondamentale dell’uomo che rende la mera presenza degli altri una necessità".

Secondo Malinowski, la funzione fàtica del linguaggio (detta anche funzione di contatto) si esprime in tutte le azioni comunicative che non abbiano principalmente lo scopo di informare, descrivere o riferire qualcosa di preciso ma che, invece, servano a stabilire, prolungare o mantenere legami sociali. Sono da considerare elementi fàtici i convenevoli, i saluti (“ciao, come va?”; “tutto bene?”), le formule per verificare che il messaggio stia arrivando al destinatario (“chiaro?”, “avete capito?”), ma hanno una forte componente fàtica anche alcuni generi specifici, come la conversazione tra amici o il pettegolezzo, in cui non è importante “cosa si dice” ma il fatto di essere insieme a dirlo. Sono discorsi nei quali si crea legame sociale col puro scambio di parole. Nelle isole Trobriand, il chiacchiericcio attorno al fuoco o mentre si lavora svolge un fortissimo ruolo antropologico: quello di istituire la socialità. Il fàtico non è superfluo, ma la base stessa di ogni interazione umana. Malinowski ipotizza che il linguaggio sia originariamente un modo dell’azione umana, una forma di comportamento sociale, e che solo secondariamente, quando si specializza, diventi un modo per esprimere idee o emozioni, veicolare messaggi e forme di sapere. Il fàtico è alla base del linguaggio, il referenziale è una derivazione.

(...) Nel corso della seconda metà del Novecento, queste intuizioni che derivano dallo studio di società tradizionali, molto diverse da quelle occidentali, verranno approfondite nella teoria degli atti linguistici, dalla linguistica e dall’antropologia della comunicazione e alimenteranno una riflessione importante, in grado di determinare un graduale cambiamento di paradigma nella rappresentazione della comunicazione: la visione del linguaggio non come uno strumento ma come una pratica culturale, cioè una forma di azione che presuppone e al tempo stesso dà vita a modi di essere nel mondo. In quanto pratica, il linguaggio viene pensato come una risorsa: i parlanti non sono visti come semplici codificatori e decodificatori di messaggi, ma sono attori sociali che si costruiscono attraverso scelte linguistiche, le quali non sono mai neutre ma producono, riproducono, trasformano incessantemente appartenenze e differenze, rappresentazioni della realtà, valori relativi al mondo. Dare del tu o del lei, salutare o non salutare (e come salutare) un conoscente per strada, stare in silenzio, annuire o contestare durante una lezione, utilizzare un linguaggio tecnico inaccessibile all’interlocutore – sono tutte scelte comunicative, all’apparenza banali, che conferiscono un preciso significato alla relazione e alla situazione. Le parole possono, in questo senso, prendere il posto delle azioni dal momento che è proprio mediante concreti atti di parola che noi, scegliendo continuamente canale, registro, modalità, contribuiamo a creare o possiamo modificare lo spazio interazionale.

Nella concezione performativa del linguaggio non parliamo più di codici, messaggi, trasmissione di contenuti e rappresentazioni mentali, ma diventano centrali altri concetti analitici. Innanzitutto il concetto di performance, che pone enfasi sulla creatività del parlante nel “fare cose con le parole” e sulla sua responsabilità nella scelta del modo in cui presentarsi e interagire nello spazio pubblico. Se siamo soliti associare il concetto di performance a prestazioni particolari (nella musica, nel teatro e in ogni altra manifestazione pubblica che richiede particolari abilità), l’antropologia della comunicazione sottolinea come invece ci sia performance anche nelle più banali delle nostre interazioni, perché ognuna di esse contribuisce a costruire il mondo in cui viviamo.

C’è poi il concetto di partecipazione, dal momento che essere parlante significa sempre essere membro di una comunità, sia per la condivisione delle risorse culturali (comprese le lingue) sia per differenziazione, in quanto ogni atto linguistico, come vedremo, caratterizza la nostra singolarità. E infine il concetto di agentività, la capacità umana di agire, di trasformare la riproduzione sociale in cambiamento sociale attraverso le nostre, continue, concrete scelte comunicative8. Vediamo quindi i tre modi di pensare e vivere la comunicazione che questo cambio di paradigma ci permette di focalizzare: la comunicazione come mettere in comune; la comunicazione come azione sociale, la comunicazione come processo multimodale. Queste prospettive ci permettono di considerare sotto un’altra luce la nostra comunicazione quotidiana e di acquisire uno sguardo diverso per leggere la nuova comunicazione digitale.

IL MONDO CHE VOGLIAMO

Una nuova collana per interrogarsi sul ruolo dei cristiani nel mondo di oggi e per scoprire come si possa coltivare «una forma di vita dal sapore di Vangelo», come scrive il Pontefice. Gli otto volumi, tutti inediti, affrontano temi portanti del magistero di Papa Francesco: il lavoro solidale, l’economia sostenibile, l’ecologia integrale, i cattolici e la politica, giovani, le nuove tecnologie al servizio dell’uomo.

 
 
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