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martedì 30 novembre 2021
 
 

Le politiche familiari, queste sconosciute

15/05/2013 

In Italia, le politiche familiari sono adeguate alla nostra realtà?  Sono coerenti con un vero riconoscimento della famiglia come risorsa per il nostro futuro, questione messa a tema nella prossima Settimana sociale dei cattolici? La risposta a queste domande è (drammaticamente) negativa, e non da ora. Ecco qualche esempio. Il Rapporto 1990 dello European Observatory on Family Policy, organo della Commissione delle Comunità Europee, che così si esprimeva: «L'Italia non ha una politica familiare intesa esplicitamente come tale. Né le istituzioni di governo né i partiti politici hanno politiche chiare e specifiche, nel senso di un programma globale e autonomo dotato di obiettivi specifici riguardanti la famiglia, e neppure i dibattiti sulle politiche sociali si situano all'interno di un contesto familiare». Dopo vent’anni, questa è la situazione fotografata dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia (di emanazione governativa) nel luglio 2011: «L’Italia, contrariamente ad altri Paesi europei, non ha sinora avuto un Piano nazionale di politiche familiari, inteso come un quadro organico e di medio termine di politiche specificatamente rivolte alla famiglia, cioè aventi la famiglia come destinatario e come soggetto degli interventi. Hanno largamente prevalso interventi frammentati e di breve periodo, di corto raggio, volti a risolvere alcuni specifici problemi delle famiglie senza una considerazione complessiva del ruolo che esse svolgono nella nostra società».  

Le conferme di una cronica, gravissima “disattenzione” nei confronti della famiglia si hanno anche analizzando i provvedimenti assunti nel pieno della crisi che stiamo attraversando. La Legge di stabilità (ex Finanziaria) per il 2011 così aveva previsto i finanziamenti dei fondi più rilevanti per le politiche per la famigliaIn Italia, le politiche familiari sono adeguate alla nostra realtà?  Sono coerenti con un vero riconoscimento della famiglia come risorsa per il nostro futuro, questione messa a tema nella prossima Settimana sociale dei cattolici? La risposta a queste domande è (drammaticamente) negativa, e non da ora. Ecco qualche esempio. Il Rapporto 1990 dello European Observatory on Family Policy, organo della Commissione delle Comunità Europee, che così si esprimeva: «L'Italia non ha una politica familiare intesa esplicitamente come tale. Né le istituzioni di governo né i partiti politici hanno politiche chiare e specifiche, nel senso di un programma globale e autonomo dotato di obiettivi specifici riguardanti la famiglia, e neppure i dibattiti sulle politiche sociali si situano all'interno di un contesto familiare». Dopo vent’anni, questa è la situazione fotografata dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia (di emanazione governativa) nel luglio 2011: «L’Italia, contrariamente ad altri Paesi europei, non ha sinora avuto un Piano nazionale di politiche familiari, inteso come un quadro organico e di medio termine di politiche specificatamente rivolte alla famiglia, cioè aventi la famiglia come destinatario e come soggetto degli interventi. Hanno largamente prevalso interventi frammentati e di breve periodo, di corto raggio, volti a risolvere alcuni specifici problemi delle famiglie senza una considerazione complessiva del ruolo che esse svolgono nella nostra società».  

Le conferme di una cronica, gravissima “disattenzione” nei confronti della famiglia si hanno anche analizzando i provvedimenti assunti nel pieno della crisi che stiamo attraversando. La Legge di stabilità (ex Finanziaria) per il 2011 così aveva previsto i finanziamenti dei fondi più rilevanti per le politiche per la famiglia:


Non è difficile comprendere come azzerare i fondi per infanzia e non autosufficienza, nonché ridurre drasticamente – in misura enormemente superiore al 10% dei famosi “tagli lineari” che avrebbero dovuto ridurre la spesa pubblica – tutti i fondi che hanno una specifica attinenza alle politiche familiari sia stato un colpo mortale inferto alla famiglia. La legge di stabilità per il 2013, dopo una dura battaglia parlamentare ha in misura minima rimediato a questa situazione, prevedendo stanziamenti di 344,2 milioni per le politiche sociali e 275 milioni per la non autosufficienza, anche se la previsione per il 2014 è il loro sostanziale azzeramento. Più significativi, anche se ancora insufficienti, gli aumenti previsti per le detrazioni per figli a carico (da 800 a 950 euro annui per ogni figlio, che salgono a 1220 per i figli di meno di tre anni, e che vanno aumentati di 400 euro per i portatori di handicap), il merito dei quali va ascritto al Forum delle Associazioni Familiari, che ha immediatamente denunciato l’iniquità “anti-familiare” della previsione iniziale di abbassare indiscriminatamente le due aliquote IRPEF più basse, indipendentemente dai carichi familiari, e di alzare nel contempo l’IVA.   Tutto questo è gravissimo, se consideriamo che la famiglia è uno dei più importanti generatori di esternalità sociali positive, mentre nello stesso tempo troppo spesso su di essa le istituzioni (a partire dallo Stato)  scaricano pesi e compiti impropri, che in realtà toccherebbero appunto ad adeguati interventi di politica familiare. È la famosa (quanto brutta) definizione della famiglia quale “principale ammortizzatore sociale”, mai così abusata come in questi giorni. Vediamo quindi brevemente quali sono le principali fattispecie di esternalità sociali positive. Per ognuna, mostreremo poi brevemente quanto questa esternalità sia concretamente riconosciuta e sostenuta.  

Prima esternalità, la riproduzione della società. La decisione di mettere al mondo figli è un fatto privato che, tuttavia, produce effetti positivi sul piano collettivo, come sanno tutti coloro che si occupano di transizioni demografiche e di equilibri economico–finanziari fra le generazioni. Una società che ha un tasso di fecondità bassissima (come la nostra), è una società che invecchia, una società che per  comprensibili ragioni non è in grado di sostenere stabilmente nel tempo quel tasso di imprenditorialità che è necessario a rendere vitale il sistema economico. La famiglia oggi in Italia riesce a far fronte a questo suo primario compito? Il tasso di fecondità, attualmente attorno all’1,42 figli per donna in età feconda, dopo essere sceso sotto l’1,2 alla metà degli anni ’90, ci dice che la famiglia italiana non riesce a riprodurre se stessa, mettendo a rischio la tenuta dell’intera società. Basta guardare alcuni dati significativi: al primo gennaio 2011, i giovani 0-19 anni sono ormai meno degli ultrasessantacinquenni: 11.450.000 contro 12.300.000, in trent’anni gli ultraottantacinquenni sono quadruplicati.

Fatti cento nel 1950 sia la popolazione residente che la popolazione attiva nel mondo del lavoro, nel 2050 i residenti saranno 125 e i lavoratori saranno scesi a 90 (dati tratti da Il cambiamento demografico, a cura del Progetto culturale della CEI, Laterza 2011). Può reggere una società così? la risposta è scontata, ma a fronte di ciò, è difficile rintracciare negli ultimi tre decenni un qualche provvedimento legislativo incisivo, universalistico, continuativo inteso ad aiutare le famiglie italiane ad avere i figli che desidererebbero (circa due per coppia, secondo tutte le indagini).   Una seconda forma di esternalità positiva concerne l’integrazione e la redistribuzione dei redditi da lavoro. È a tutti nota la capacità della famiglia di riequilibrare la distribuzione personale dei redditi, la quale tende a divenire meno diseguale quando si passa dalla distribuzione personale a quella familiare. In questo senso, la famiglia si configura come un potente equilibratore sociale, fungendo da punto di raccolta e di smistamento dei redditi dei propri membri. Si badi che la funzione redistributiva non riguarda più, come in passato, prevalentemente la famiglia nucleare, ma sempre più spesso la catena generazionale (nipoti, genitori adulti, nonni).

Anche qui, domandiamoci: la famiglia è posta in grado di affrontare al meglio questa sua funzione, questa sua modalità di essere risorsa? La risposta la troviamo in modo molto eloquente nei dati sulla povertà in Italia. Secondo l’Eurostat (l’istituto di statistica ufficiale dell’Unione Europea), su 10 Paesi europei che offrono dati comparabili (Grecia, Spagna, Italia, Polonia, Romania, Gran Bretagna, Germania, Francia, Repubblica Ceca, Svezia), nel 2008 (quindi prima dell’esplosione vera e propria della crisi) tra le famiglie a rischio di povertà l’Italia era prima per i nuclei con due figli, seconda per le famiglie con tre o più figli, terza per quelle con un figlio solo. Secondo il recente Rapporto Caritas–Zancan, Poveri di diritti (Il Mulino 2011) la povertà nelle famiglie numerose, di 5 o più componenti,  è cresciuta dal 24,9% al 29,9%, un dato che nel Sud arriva al 47,3%. Fra le categorie a rischio vi sono le famiglie monogenitoriali  (dall’11,8% al 14,1%)  e le famiglie di pensionati in cui almeno un componente non ha mai lavorato.

Povertà aumentata anche tra le famiglie che hanno come persona di riferimento un lavoratore autonomo (dal 6,2% al 7,8%) o con un titolo di studio medio-alto (dal 4,8% al 5,6%). Per queste ultime è aumentata anche la povertà assoluta, passata dall’1,7% al 2,1%. Ogni commento è superfluo.   In terzo luogo, la famiglia è l’istituzione che più di ogni altra sostiene e tutela i soggetti deboli – dai bambini in età prescolare agli anziani non autosufficienti; dalla cura dei disabili all’assistenza dei malati. Un solo dato, tratto dal Rapporto sul welfare del Forum Terzo Settore (dicembre 2011) e riportato nella tabella qui sotto, chiarisce molto bene in che senso e in quale misura la famiglia in Italia (soprattutto in Italia) svolge questa funzione di tutela e sostegno.     Bisogni e cure informali in alcuni Paesi europei   Paese Assistenza ai figli adulti fornita da genitori non conviventi (ore medie annue) Assistenza ad anziani che vivono soli da figli e/o nipoti non conviventi (ore medie annue) Danimarca 382 218 Svezia 388 330 Francia 742 736 Austria 820 470 Germania 689 668 Italia 1.443 1.296   Come si può notare, vi è una distanza notevolissima tra il coinvolgimento delle varie generazioni in attività di cura reciproca quale è presente in Italia rispetto agli altri Pesi europei. In questo campo, la famiglia è effettivamente e particolarmente risorsa. Nello stesso tempo, tra le varie esternalità sociali positive che siamo venuti elencando, è anche  una delle meno riconosciute, specie in questi ultimi difficili anni.

Da un articolo di Gian Antonio Stella (Corriere della Sera, 9 febbraio 2012) traggo qualche passaggio di una storia vera, che illustra più potentemente di qualsiasi statistica la realtà che vivono tante, troppe famiglie italiane: «Gloriano fa l’elettricista, Mariagrazia lavorava in una fabbrica tessile finché, 28 anni fa, non fu costretta a mollare tutto per seguire la figlia Giulia,  colpita da “insufficienza mentale medio-grave in paraparesi spastica cognitiva, scoliosi e invalidità al 100% con necessità di assistenza continua”. Un calvario. Una vita intera inchiodata minuto per minuto, giorno dopo giorno, anno dopo anno a quella missione… Unici momenti di tregua, indispensabili per respirare e non impazzire, quelli in cui Giulia veniva affidata a strutture di assistenza, una soluzione che l’anno scorso aveva permesso a Gloriano e Mariagrazia di fare perfino una breve vacanza. Costava 27 euro al giorno, alla famiglia, l’accoglienza di Giulia in una comunità alloggio. Poi, prima di Natale è stato comunicato che il contributo familiare sarebbe salito a 92 euro e 68 centesimi, cioè la quota alberghiera totale. Troppi, per chi riceve dallo Stato, per prendersi cura 24 su 24 di quella figlia totalmente disabile una pensione lorda mensile di 270,60 euro più l’indennità di accompagnamento di 487,39 euro, per un totale complessivo di 757 euro e 99 centesimi… Facciamo due conti? Questi disabili non anziani sarebbero circa 400 mila. Se le famiglie, abbandonate a se stesse, fossero obbligate a scaricare figli e fratelli sul groppone dello Stato, questo sarebbe obbligato a costruire strutture per un costo minimo di 52 miliardi, per poi assumere personale per almeno altri 7 miliardi l’anno. Un peso enorme, del quale l’Italia di oggi non potrebbe assolutamente farsi carico».  
 

“Un peso enorme, del quale l’Italia non potrebbe farsi carico”, ma del quale continuano a farsi carico le nostre famiglie, in silenzio, con coraggio ma spesso ormai con rassegnazione. Non sarebbe il caso di fare qualcosa, prima che queste decidano di gettare la spugna, e tanti, troppi nostri concittadini finiscano ai margini della società e senza un’esistenza che possiamo chiamare dignitosa? Da queste brevi note, possiamo capire che mai come oggi lo slogan “ciò che è bene per la famiglia è bene per l’intera società” è una profonda verità.                                                                           


Pietro Boffi
Cisf (Centro internazionale studi sulla famiglia)
                                                                      

 
 
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