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lunedì 13 luglio 2020
 
I FATTI
 

Le scarcerazioni, il Dap, lo scontro Bonafede-Di Matteo. Piccola guida alla bufera nella giustizia

07/05/2020  Il Covid per quanto indirettamente dal 7 marzo ha gettato scompiglio nella giustizia e nell'amministrazione penitenziaria. Che cosa ha determinato le scarcerazioni dei boss? Perché si scontrano Di Matteo e Bonafede e saltano le teste al Dap? Cerchiamo di ricorstruire che cosa è accaduto fin qui

Il 7 marzo alle prime indiscrezioni che annunciano il Decreto che di fatto chiude l’Italia contro il rischio Covid si sparge la voce (poi confermata dalle norme) di restrizioni su colloqui, visite in carcere, permessi e libertà vigilata per evitare la diffusione del contagio. La popolazione carceraria, non preparata alla notizia attraverso una comunicazione istituzionale, innesca una rivolta in numerosi istituti di pena: il risultato sono incendi, evasioni, morti, feriti.

CHE COSA DICE IL CURA ITALIA

Nel frattempo si pone il problema che il rischio del contagio, sia per i detenuti sia per il personale della Polizia penitenziaria, venga aggravato dall’annoso problema del sovraffollamento. Al 31 marzo 2020 risultano 57.846 detenuti per una capienza regolamentare di 50.754. Il 17 marzo, con il decreto noto come “Cura Italia”, si introduce una deroga che consente di scontare all’esterno in detenzione domiciliare la parte restante della pena per chi ha davanti meno di 18 mesi. La deroga però non si estende ai detenuti condannati per i delitti indicati dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, tra questi ci sono i delitti di mafia, per cui in linea teorica i mafiosi dovrebbero essere esclusi.

LA NOTA DEL DAP SUI FATTORI DI RISCHIO COVID

  

Il 21 marzo Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, uno dei quattro dipartimenti in cui si articola il Ministero della Giustizia, che ha al vertice un magistrato nominato la cui nomina spetta al ministro di via Arenula) trasmette ai Direttori degli istituti penitenziari una nota del 19.3.20 con un elenco di «patologie/condizione (una serie di patologie e l’età superiore a 70 anni ndr.) cui è possibile riconnettere un elevato rischio di complicanze in caso di Covid, nella quale si chiede di comunicare con «solerzia all’Autorità giudiziaria» i nomi dei detenuti che dovessero rientrare in queste condizioni, con allegate relazione sanitaria e informazioni quali relazioni comportamentali, informazioni di polizia, disponibilità di un domicilio».

LE NORME PREESISTENTI IN TEMA DI SALUTE DEI DETENUTI

Nelle predette condizioni, ovviamente nel rispetto dell'articolo 27 della Costituzione, rientrano anche detenuti esclusi dalla deroga prevista dal “Cura Italia”, per esempio quelli al 41 bis, ma che possono, avendo problemi di salute, comunque accedere in base a norme preesistenti alle richieste didifferimento obbligatorio o facoltativo della pena detentiva per “condizioni di gravi infermità fisica”, contemplata dall’art. 147 co. 1 n. 2 c.p.

CHE COSA HA PRODOTTO LE SCARCERAZIONI

  

Il combinato disposto tra il “Cura Italia”, la nota del Dap (che respinge ogni responsabilità dicendo che si trattava solo di un censimento) e le precedenti norme sul differimento fanno di fatto sì che le richieste formulate siano molte. Stando ai dati usciti il 3 maggio, dalla magistratura di sorveglianza chiamata a decidere sul singolo caso (esposta, contestata e infine difesa dal Csm) sono state accolte 376 richieste, che hanno portato ai domiciliari 200 persone detenute in custodia cautelare in carcere (in attesa di giudizio) e circa 180 detenuti in regime di alta sicurezza con sentenze definitive. In alcuni casi, per esempio quello di Pasquale Zagaria detenuto a Sassari, è dimostrato dai provvedimenti che a far decidere il magistrato di sorveglianza per i domiciliari è stata la mancanza di una risposta del Dap alla richiesta di trasferimento ad altro carcere.

IL CASO LIMITE DEI MAFIOSI

A far esplodere la questione e le polemiche è la notizia che tra i casi che ottengono i domiciliari ci sono anche quattro personalità di spicco della criminalità organizzata detenute al 41 bis (il regime di Alta sorveglianza 1, con isolamento rigido introdotto dopo il 1992 al fine di spezzare il legame tra il capomafia e l’organizzazione ed evitare, per dirla in soldoni, che continui a tessere la propria rete di contatti ed eventualmente a governare l’organizzazione dal carcere). Il dossier, riservato poi reso noto dal quotidiano La Repubblica, finisce sul tavolo della Commissione antimafia e svela che, a parte i quattro al 41 bis) circa 180 detenuti definitivi che hanno ottenuto i domiciliari sono detenuti in regime di Alta Sorveglianza 3, sotto il quale si trovano condannati per ruoli di vertice in organizzazioni criminali dedite al narcotraffico, dunque nella galassia della criminalità organizzata.

SALTANO I VERTICI DEL DAP

  

Il 2 maggio si insedia come vice capo del Dap Roberto Tartaglia magistrato della Dda di Palermo, pressoché contestualmente si dimette Francesco Basentini, precedente capo nominato nel 2018 da Bonafede, che definisce le polemiche «strumentali ma ugualmente dannose per l’ufficio». Al suo posto verrà nominato Dino Petralia, procuratore generale di Reggio Calabria con una lunga esperienza in antimafia. Intanto il 30 aprile è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il Decreto legge n.28 aveva provveduto a rendere obbligatorio benché non vincolante il parere delle direzioni distrettuali e della procura nazionale antimafia sulle istanze di richiesta di scarcerazione provenienti da detenuti per reati di criminalità organizzata.

DI MATTEO-BONAFEDE, CONFLITTO TRA POTERI IN TV

Le dimissioni al Dap producono anche un altro effetto mediaticamente dirompente. Il magistrato Nino Di Matteo, ora tra i togati in Consiglio superiore della magistratura, la sera del 3 maggio, chiamato in causa dalla trasmissione tv Non è l’arena, telefona in diretta e svela che il ruolo di capo del Dap, nomina a discrezione del ministro della giustizia, due anni fa era stato proposto a lui e che 48 ore dopo quando si era determinato ad accettare Bonafede aveva cambiato idea. Non dice che sia quella la causa del cambiamento ma fa notare che esistono intercettazioni dalle quali si evince che la sua nomina non sarebbe piaciuta ai boss in carcere. Bonafede reagisce con una contro-chiamata in diretta, in cui dà una versione diversa del colloquio con Di Matteo: sostiene di aver proposto al magistrato due ruoli, o il Dap o gli Affari penali (che all’epoca erano stati di Giovanni Falcone, ma che oggi sono un ruolo meno incisivo di allora ndr.), e di essersi, mentre Di Matteo ci rifletteva, risolto per il secondo affidando nel frattempo il Dap a Bisentini, riguardo alle intercettazioni sostiene che erano già note quando c’è stata la prima interlocuzione con Di Matteo per la nomina. Nessuno era presente ai colloqui tra i due, dunque è una parola contro l’altra, ma il fatto che il conflitto tra poteri dello Stato esploda in Tv suscita molte reazioni, tra cui strumentalizzazioni d’opposto segno, e infine anche la presa di distanza dell’Associazione nazionale magistrati che (6 maggio), senza riferimenti specifici alla vicenda ma evidentemente non casualmente, ricorda a tutti i magistrati il dovere di «valutare con rigore l’opportunità di interventi pubblici e le sedi dove svolgerli». Nel frattempo la tensione politica, prevedibilmente, si alza.

QUESTION TIME DEL MINISTRO E ANNUNCIO DI NUOVO DECRETO

  

Lo scontro istituzionale porta il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a relazionare il 6 maggio al question time alla Camera, ribadendo la propria correttezza sulla nomina al Dap nel 2018 e rivendicandone il carattere previsto dalle norme come discrezionale. Nel medesimo contesto annuncia un nuovo decreto che porti, dato l’ingresso nella fase due, la magistratura di sorveglianza a tornare a vagliare con nuovi elementi le decisioni sulle scarcerazioni ed eventualmente a revocarle. Ora la preoccupazione è che l’annuncio possa portare qualcuno dei già scarcerati alla latitanza. La scrittura del testo non sarà comunque semplice, dato che non si potrà comunque limitare per decreto l'indipendenza della magistratura, la sorveglianza in questo caso, che sarà chiamata caso per caso a decidere.

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