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Le sentinelle che vegliano sui caminantes

06/03/2014  Rapine, estorsioni, sequestri: i flussi migratori in centro e nord America sono la terza fonte di guadagno per i potenti cartelli messicani. Un manipolo di eroi lotta per i diritti degli ultimi

 Fray Tomas Gonzalez Castillo
Fray Tomas Gonzalez Castillo

«Non potrei essere un frate francescano se non aiutando gli altri, vivo per una Chiesa che si impegni nella difesa degli indigeni, delle donne, dei migranti e di chi soffre». Così Fray Tomás González Castillo racconta il suo impegno con i centramericani “in cammino”, cioè che attraversano il Messico per arrivare negli Stati Uniti. Fa parte di un gruppo di religiosi che dirigono ostelli per i migranti ed è uno dei loro difensori più conosciuti; si è guadagnato il soprannome di Frate Tempesta la volta che, megafono in mano, si è piazzato di fronte alla “Bestia”, il treno merci carico di persone appollaiate sui vagoni, e non si è mosso fino a quando non è riuscito a fermarlo. Quel giorno, come sempre, indossava il suo abito marrone, i sandali e un cappello di paglia e protestò contro l’ennesimo taglieggiamento dei migranti, ad opera di polizia locale e federale, crimine organizzato e macchinisti, persino persone dello stesso Istituto Nazionale per l’Immigrazione.

Su invito dell’onlus Soleterre, Fray Thomas è in Italia insieme a una delegazioni di difensori dei diritti umani del Centro America, la regione del mondo in cui, secondo l’Onu, c’è il più alto tasso di omicidi per numero di abitanti. Il record appartiene all’Honduras, 86,5% per ogni 100.000 persone. In questi giorni, i difensori – religiosi, laici, avvocati, giornalisti, fotografi, singoli e membri di associazioni – parleranno alla Sottocommissione Diritti Umani del Parlamento europeo e incontreranno, tra gli altri, il cardinal Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti e dei rifugiati.

Frate Tempesta dirige la Casa rifugio “La 72” a Tenosique (Tabasco), al confine con il Guatemala, a ridosso della ferrovia: «Nonostante ci troviamo a soli 60 chilometri dalla frontiera e siamo la prima casa per i migranti della parte messicana di questa rotta, accogliamo ogni sorta di caso: persone assalite, stuprate e persino sequestrate. In questa zona, la Polizia federale è il corpo che colpisce più i migranti. C’è chi è al primo viaggio e chi ne ha già altri alle spalle». Racconta di una donna salvadoregna di 21 anni, al secondo tentativo di raggiungere gli Stati Uniti: «La prima volta era stata rapita dagli Zetas, i narcotrafficanti che controllano il territorio, non l’avevano stuprata soltanto perché aveva il ciclo mestruale e – dicevano – faceva schifo. Non aveva nessun familiare che poteva pagare il suo riscatto, allora la facevano lavorare per il crimine organizzato: doveva cucinare per gli oltre 300 migranti sequestrati e torturare le donne per estorcere i numeri dei parenti a cui chiedere soldi. Giunse poi negli Stati Uniti, ma venne respinta». Quando è arrivata al rifugio, alla domanda di Fray Tomás sul perché ritentasse dopo quello che aveva visto, gli ha spiegato: «Sono una madre sola con due bambini, non ho modo di mantenerli».

"Tassa" per passare la frontiera
"Tassa" per passare la frontiera

Secondo un report di Soleterre, durante il tragitto in Messico i migranti sono vittime di rapine (52%), estorsioni (33%) e sequestri (4%), oltre a chi viene ucciso o venduto nei bordelli. Anche bambini e adolescenti. Per il sacerdote, questa «violenza diffusa» avviene con la piena partecipazione ai traffici di molti organi dello Stato, a partire dalla polizia. Del resto, si tratta di un giro di affari stimato sui 50 milioni di dollari l’anno, la terza fonte di reddito per il crimine organizzato della zona dopo il traffico di armi e droga. Frate Tempesta ha protestato, insieme ad altri religiosi, organizzando scioperi della fame e incatenandosi di fronte all’Istituto Nazionale per l’Immigrazione del Tabasco e del Chiapas. Per le sue prese di posizione, l’Istituto stesso lo ha denunciato più volte e recentemente alcuni individui si sono avvicinati agli ospiti del rifugio, dicendo loro: «Dite al prete che vogliamo la sua testa».

In compenso, Amnesty International ha lanciato un appello internazionale per la sua difesa. Lui non ha certo smesso di difendere i migranti, ma insieme ai suoi collaboratori ha dovuto costituire un protocollo per la sicurezza: non camminare da soli, non uscire di notte, essere sempre raggiungibili via cellulare e comunicare sempre dove si è e con chi. Infatti, in poco più di otto anni, in Messico sono stati 128 gli attentati ufficialmente riconosciuti ai difensori dei migranti, che però non hanno interrotto la loro azione.

Una delle prime voci pubbliche a denunciare la connivenza del Governo è stata Hermana Leticia Gutierrez Valderrama, una suora scalabriniana, anche lei nella delegazione invitata da Soleterre, che in soli sei anni ha promosso la costruzione di 66 nuovi rifugi. Se Frate Tempesta è al sud, lei vive in un rifugio del nord, a pochi chilometri dal confine statunitense. Questa è l’ultima tappa per entrare nel sueño americano e ogni anno vi passano 400mila immigrati illegali secondo le ong, 150mila per il Governo messicano.

Tavolata di caminantes nella casa rifugio di Hermana Leticia Gutierrez Valderrama, sullo sfondo con la maglietta verde
Tavolata di caminantes nella casa rifugio di Hermana Leticia Gutierrez Valderrama, sullo sfondo con la maglietta verde

Racconta Hermana Leticia: «Qualche volta, ospitiamo donne in procinto di passare la frontiera, ma soprattutto donne centramericane respinte dagli Stati Uniti e abbandonate al confine. Spesso hanno vissuto vari anni negli Usa, seppur illegalmente, e magari sono state fermate mentre compravano il latte al supermercato o la benzina ai distributori. In molti casi, sono distrutte perché separate dai figli piccoli, rimasti oltre frontiera nascosti». Al rifugio, la suora incontra la grande disperazione di «persone che non sanno nemmeno dove sono e dove andare e hanno la sola colpa di essere povere».

Per lei, «ogni giorno trovare una donna migrante è trovare Gesù. La Resurrezione la vedo in persone che vengono da noi distrutte e guariscono dalla violenza ritrovando il senso della vita». Minacce di morte, intimidazioni e diffamazioni non l’hanno mai fermata: sa di rischiare la vita, ma «la difesa dei migranti e dei poveri è annunciare il Vangelo».

È la stessa forza che guidava anche María Elizabeth Macías Castro, 39 anni, del Movimento Laico Scalabriniano. Lavorava presso un giornale e alla Casa del Migrante a Tamaulipas (Messico), fino a  quando è stata sequestrata il 22 settembre 2011 e il suo corpo senza vita è stato rinvenuto in una strada di Nuevo Laredo, orrendamente mutilato.

 
 
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