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martedì 30 novembre 2021
 
Abitudini alimentari
 

Le tavole degli italiani sempre più povere

26/10/2016  Secondo l'indagine del Censis "Gli italiani a tavola: cosa sta cambiando" calano i consumi dei generi alimentari primari, sorpattutto della carne, con un divario tra i più poveri e i ceti più abbienti. Ma resta una grande fiducia nel commercio al dettaglio e nei prodotti a chilometro zero.

Borse della spesa più vuote e una netta diminuzione nei consumi della carne. Questi alcuni dati che emergono dall’indagine del Censis  «Gli italiani a tavola: cosa sta cambiando. Il valore sociale dell'alimento carne e le nuove disuguaglianze». Negli ultimi 8 anni, dal 2007 al 2015, la spesa alimentare è diminuita del 12,2%, e quella per la carne è scesa del 16,1%. Un fenomeno che riguarda 16,6 milioni di italiani.  L'indagine rileva che tra il 2007 e il 2015 in Europa solo i greci (-24%) hanno tagliato di più degli italiani (-23%) il consumo pro-capite annuo di carne bovina. Una riduzione che ci spinge al terz'ultimo posto in Europa delle diverse tipologie di carne (pollo, suino, bovino, ovino) con 79 kg pro-capite annui, distanti da danesi (109,8 kg), portoghesi (101 kg), spagnoli (99,5 kg), francesi (85,8 kg) e tedeschi (86 kg). La diminuzione riguarda anche il pesce e altri generi alimentari:  nel 2016 10,6 milioni di cittadini hanno diminuito il consumo di pesce, 3,6 milioni di frutta e 3,5 milioni di verdura: «Un crollo generale di alimenti base», spiega Massimiliano Valerii, Direttore Generale del Censis, «spesso sostituiti con prodotti artefatti e iper-elaborati a basso contenuto nutrizionale» che quindi «minaccia la dieta mediterranea e mette a rischio la salute» in particolare al Sud.

Per il Censis al Sud dove il reddito è inferiore del 24,2% rispetto al valore medio nazionale e la spesa alimentare è diminuita del 16,6% nel periodo 2007-2015, gli obesi e le persone in sovrappeso sono il 49,3%, molto più del Nord (42,1%) e del Centro (45%), dove i redditi medi sono più alti e la spesa alimentare ha registrato nella crisi una riduzione minore». Per Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti «certamente la crisi sta contribuendo ad un cambiamento delle abitudini alimentari con un'attenzione crescente per acquisto diretto dagli agricoltori per i prodotti a chilometro zero e Made in Italy». Durante la crisi il divario nella spesa per il cibo dei più ricchi e dei meno abbienti si è ampliato e se tra il 2007 e il 2015 la spesa alimentare delle famiglie italiane è diminuita del 12,2% in termini reali, nelle famiglie operaie è crollata del 19,4% e in quelle con a capo un disoccupato del 28,9%.
Nell'ultimo anno - secondo Censis - il 45,8% delle famiglie a basso reddito ha ridotto il consumo di carne contro il 32% di quelle benestanti. Di carne bovina, il 52% delle prime e il 37,3% delle seconde. Per il pesce, il 35,8% delle meno abbienti e il 12,6% delle più ricche. Per la verdura, riducono il consumo il 15,9% delle famiglie a basso reddito e il 4,4% delle più abbienti. Per la frutta, il 16,3% delle meno abbienti e solo il 2,6% delle più ricche.
 «Se nell'Italia del ceto medio vinceva la dieta equilibrata - spiega Massimiliano Valerii, direttore generale Censis - nell'Italia delle disuguaglianze il buon cibo lo acquista solo chi può permetterselo».

In controtendenza al calo ad agosto dello 0,7% nel commercio al dettaglio alimentare, ben 43,4 milioni di italiani acquistano prodotti locali e a chilometri zero e tra questi 18 milioni regolarmente e 25,4 milioni di tanto in tanto. Continua Moncalvo: « il cibo ha ormai un alto valore simbolico, perché incarna l'identità e promuove la distintività di un territorio ma entrano in gioco anche valori etici e sociali dei consumatori».
Il carrello della spesa è diventato sempre più l'espressione di uno stile di vita - osserva l'indagine -, con il 40,7% degli italiani che considera i prodotti a chilometro zero una garanzia di cibi freschi e sicuri in cucina e il 38,9% che li ritiene essere anche una soluzione per sostenere l'economia e lo sviluppo locale. Sono 36,3 milioni gli italiani maggiorenni che sarebbero disposti a pagare di più per un prodotto italiano rispetto ad uno di altra provenienza: 21,8 milioni pagherebbero fino al 10% di più, 9,5 milioni tra il 10% e il 20% in più, 4,9 milioni oltre il 20% in più. E questo  perché quasi la metà (48,9%) dei cosiddetti Millennials pensa che il patrimonio enogastronomico incarna l'identità di un territorio e di una comunità, molto più di quello culturale, storico artistico». «Lo dimostra»,  conclude Coldiretti, «il crescente numero di chef e cuochi prestigiosi che scelgono accuratamente gli ingredienti dei menu offerti valorizzando le produzioni locali ma anche il boom dei cosiddetti agrichef che utilizzano solo materiale prime del territorio».



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